La fronda di Palazzo Madama

La rivolta degli scomunicati del Senato. Uniti contro il rottamatore che non vuole consigli. Aiutati dalla bufera dentro Forza Italia, così forte da scuotere perfino il patto del Nazareno. A Palazzo Madama, dissidenti del Pd, Sel, ex M5S e Popolari per l’Italia siglano l’intesa contro le riforme renziane e aprono a incontri “con i leader”. Compreso quel Berlusconi che può diventare un perno fondamentale. La loro controriforma la mettono nero su bianco in 14 sub-emendamenti al ddl del governo (nel dettaglio, agli emendamenti dei relatori Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli). Proposte che vogliono un Senato eletto su base regionale e con competenze più ampie, il taglio dei parlamentari in entrambe le Camere, il ripristino della circoscrizione Estero, l’abolizione delle immunità (o in alternativa l’affidamento della decisione sull’arresto alla Consulta). L’opposto della riforma del premier, che disegna un organo di non eletti e con poteri limitati. I sub-emendamenti vengono illustrati in una conferenza stampa che è una chiamata alle armi “contro la deriva autoritaria”. Grandi cerimonieri, i democratici Vannino Chiti e Felice Casson, rappresentanti del gruppo Pd scomunicato da Renzi, con tanto di cacciata del civatiano Corradino Mineo dalla commissione Affari costituzionali . Assieme a loro Loredana De Petris (Sel), Francesco Campanella (Italia Lavori in corso, gli ex 5 Stelle) e Mario Mauro (Pi).
Partono con 35 firme agli emendamenti, 18 da senatori della maggioranza. Pare poca roba, a fronte di un totale di 320 senatori (315 eletti più i senatori a vita). Ma il tempo e soprattutto i guai altrui giocano a favore dei ribelli. A partita in corso, potrebbero prendersi i 40 voti di Cinque Stelle. La variante su cui puntano forte però è Forza Italia, nave dalla rotta sempre più ubriaca. Dentro il partito del Condannato ci sono almeno 30 senatori per il Senato elettivo. C’è chi è uscito allo scoperto con sub-emendamenti appositi, come Giacomo Caliendo e Augusto Minzolini. Ed è proprio l’ex direttorissimo a farsi portavoce degli scontenti, nella riunione mattutina con Denis Verdini e Giovanni Toti. Berlusconi li aveva mandati a Palazzo Madama per sostenere la linea: avanti con il patto del Nazareno.
Ma in riunione si balla. Poi arriva l’annuncio del capogruppo alla Camera, Renato Brunetta: “Con il presidente dei senatori Paolo Romani convocheremo per la prossima settimana una riunione dei gruppi congiunti di Camera, Senato e Parlamento europeo, alla presenza di Silvio Berlusconi, per delineare in maniera chiara e unitaria la posizione di Forza Italia sulle riforme”. Incontro fissato per giovedì 3 luglio. Proprio il giorno in cui il ddl dovrebbe sbarcare in aula. Chiti e gli oppositori sono consapevoli della maretta tra i forzisti, alimentata anche dallo streaming Renzi-M5S. In conferenza stampa la buttano lì: “Disponibili a discutere con associazioni e leader politici”.
Berlusconi è nella lista. Lo conferma indirettamente Chiti, che nel corridoio del Senato aggancia Romani. “Perché nella riforma non avete tagliato il numero dei deputati?” gli chiede in sostanza. Confermando la voglia di dialogare con i forzisti. Lo stesso senatore in giornata manda una email a tutti i colleghi, invitandoli a riflettere e a confrontarsi.
Un autorevole parlamentare di Fi va oltre. E racconta: “Chiti ha chiesto un incontro a Berlusconi, per discutere faccia a faccia sulle riforme”. Dallo staff del senatore smentiscono: “Nessuna richiesta al leader di Fi, siamo pronti a dialogare con tutti come detto in conferenza stampa”.  A margine, Casson ricorda: “I numeri per approvare il ddl del governo non sono affatto certi”. Sono invece sicuri quelli dei sub-emendamenti presentati ieri in commissione, 581. Nella calca, anche quelli dell’M5S: per il senato elettivo, e per il taglio delle indennità (massimo tre volte un salario medio). Per ora però i 5Stelle guardano il gioco, anche perché hanno aperta la partita sulla legge elettorale con il premier. Ieri però hanno fatto muro contro la fretta della maggioranza. “Il ddl deve arrivare in aula per il 3 luglio ” hanno ripetuto i senatori renziani in commissione. Ovvero, i sub-emendamenti vanno discussi e votati tutti la prossima settimana. Opposizioni e ribelli ovviamente non ci stanno. E anche qui il gioco di sponda è con Forza Italia. Perché i berlusconiani, tutti, vogliono comunque aspettare per il sì definitivo alla riforma il 18 luglio. La data della sentenza di appello sul caso Ruby. In caso di esito nefasto per Berlusconi, l’accordo con Renzi potrebbe evaporare in un attimo. Il rottamatore lo sa benissimo. E infatti vuole correre, chiudendo prima della sentenza. Perché i ribelli sono un problema. Ma il calendario di più.

1 commento

  • C’è un aspetto tra l’ umoristico e il grottesco in questa vicenda della riforma del Senato ed è nel fatto che i convinti democratici di questo Paese, coloro che si ostinano a non voler buttare il ‘ bambino ‘ della separazione dei poteri con ‘ l’ acqua sporca ‘ delle lentezze burocratiche che hanno sulla coscienza l’ impopolarità del cosiddetto bicameralismo paritario ‘ ( parola dell’ insospettabile Scalfari ), debbano… puntare – per un qualche successo delle loro iniziativa – su ‘ statisti ‘ come Minzolini e scadenze…processuali come quella che riguarda l’ avvenente ex minorenne Ruby. Più che di sub-emendamenti, forse, è il caso di parlare di ‘ sub-democrazia ‘.
    Giovanni De Stefanis, Leg.Napoli

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