Una serata di bella politica

ravennaDetto così, si potrebbe pensare che parliamo di un altro pianeta.
Invece lunedì sera 23 giugno eravamo a Ravenna. Una serata calda, nel pieno di Ravenna Festival.
Il pubblico era folto, più di cento persone. Attenzione e intensa partecipazione, tre ore di ascolto e di dialogo. Al quesito che avevamo posto al centro della serata “riforme costituzionali e qualità della democrazia”, i relatori hanno dato molto, in apertura e nelle risposte ai numerosi interventi del pubblico.
Gaetano Azzariti, “professorone” dell’Università la Sapienza di Roma – così si è definito, ricordando scherzosamente il fastidio con il quale le/i ministri renziani si sono rivolti ai costituzionalisti che hanno avanzato rilievi critici – ha sottolineato un aspetto che poi è stato presente anche nelle riflessioni del senatore Tocci, uno dei 14 autosospesi per solidarietà con l’ “epurato” Mineo. Le Costituzioni vanno scritte con un pensiero rivolto alla lunga durata, non alle contingenze del fare immediato.
Paletti proposti come invalicabili cambiano invece dalla mattina alla sera. Il Senato dei Sindaci, o così o niente. Poi, un Senato misto. Ora, un Senato a prevalente presenza di consiglieri regionali. E via variando. Sono gli stessi pensieri corti che hanno portato al Porcellum, pensato non per dare una buona legge elettorale al popolo italiano, ma per non fare vincere Prodi. Lungimiranza zero, che continua. Oggi l’Italicum è pensato per fare vincere qualcuno e per fare sparire altri, avendo sott’occhio l’ultimo sondaggio, e non la Costituzione. In questo quadro di continue contingenze, Azzariti pone una questione cruciale. Chi sono gli innovatori, chi i conservatori? E’ opportuno che ognun* di noi si interroghi, perché il fascino della innovazione è ampio, trasversale e ha colonizzato molte menti. Il mantra della velocità nasconde un dato di fatto, l’enfatizzato mito della governabilità, posta come il grande e innovativo obiettivo a cui anche la Costituzione può essere sacrificata. Un mito che persiste da più di venti anni e che ha portato alla progressiva emarginazione del Parlamento e alla sovrarappresentazione del potere del governo e della Presidenza della Repubblica.
E’ questo il mito che oggi si vuole conservare, costi quel che costi . Qui si annidano le intenzioni della conservazione, che la storia ci ha insegnato a guardare con diffidenza: autoritarismo e deboli contrappesi. La riforma del Senato, che diventa – nelle intenzioni del governo – non elettivo, va nella stessa direzione, l’emarginazione della rappresentanza e la perdita anche simbolica del suo valore. Per compiere l’opera, si sta cercando di portare la verticalizzazione del potere politico direttamente in Costituzione. Ne è conferma, nei fatti, il continuo abuso dei decreti legge, che vengono approvati nel Consiglio dei Ministri prima di essere scritti. Sono approvati quindi titoli di cartelle ancora vuote. C’è da tremare. Viene così conservata e aggravata – a proposito di conservazione – una pratica che da anni svilisce il ruolo del Parlamento. La vera innovazione sarebbe, invece, una piena attuazione della Costituzione, con il rafforzamento del Parlamento e con una legge elettorale che consenta la rappresentazione pluralistica della società.
Nel quadro attuale, in cui il sistema politico si orienta verso una evidente torsione autoritaria, il progetto di legge costituzionale alternativo a quello non elettivo voluto dal governo – proposto, fra gli altri, da Chiti e Tocci – può – concede Azzariti – essere valido. Viene delineato un Senato elettivo, composto da 100 senatori, con funzioni di garanzia e di controllo, con poteri reali. Come insegna Montesquieu, solo un vero potere può bilanciare o fermare l’abuso di un altro potere.
L’intervento di Tocci, senatore Pd, ci ha portato in un “altro” mondo. Forse solo nella mia prima gioventù avevo provato intensa letizia nell’ascoltare un politico “di professione”. Parole chiare, espressioni incisive, tono forte e lineare. Critiche nette al renzismo, ma con linguaggio sereno e trasparente, con ironia sottile, nulla che assomigli alle urla di molti grillini. Non tutti, però. Tocci riconosce che il Parlamento fa bene a tutti, e che molti grillini stanno cominciando a fare bene il loro lavoro. Una sua frase riassume con efficacia lo stile di Tocci. Se Obama, negli USA, dicesse “togliete il Senato oppure mi dimetto”, chiamerebbero l’ambulanza o farebbero l’impeachment”. Lo stile di Tocci mi convince: denudare il re con garbo ma con radicalità.
L’argomento demagogico dei costi della politica è stato preso in considerazione e sul serio da una proposta di Tocci con altri suoi colleghi. Anziché svuotare di senso il Senato, dimezziamo le indennità di tutti i parlamentari, di Camera e Senato. Per ora nessuno risponde.
La Costituzione che – è sempre più chiaro – fu una profezia per l’oggi, va toccata con prudenza, come si fa con un capolavoro. Quando il giovane Tocci si iscrisse al PCI, attorno al Sessantotto – un tempo in cui molt*iovani della mia generazione prendevano la politica sul serio – gli fu consegnata la tessera del partito e una copia della Costituzione. Questo è il nostro programma, gli disse il segretario della sua sezione. Un rito forte, al quale la sinistra non sempre è stata fedele, nel passato e ancora più nel presente.
C’è infatti da essere molto allarmati se si propone come nuova legge elettorale l’Italicum che ha vizi evidenti di incostituzionalità come il Porcellum,in gran parte cassato dalla Corte costituzionale. Se si pensa di nuovo a premi di maggioranza eccessivi e a parlamentari non scelti dal popolo, che poi scelgono il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale, è evidente una torsione autoritaria che deve allarmarci, con partiti sempre più pigliatutto, un male che Berlinguer fu l’unico dei politici del suo tempo a denunciare con forza. Tocci vuole concludere “con dignità e onore” – concetti cardine nella nostra Costituzione – il suo mandato parlamentare, e si oppone, a ciò che ritiene sbagliato e pericoloso, anche per dare coraggio ai giovani parlamentari, per i quali è più difficile agire pienamente la propria libertà, senza vincolo di mandato, come dice quel magnifico art. 67 della Costituzione detestato da Berlusconi, Grillo e, ora, anche da Renzi. I Costituenti che scrissero l’art. 67 avevano ancora sulla pelle l’oppressione fascista che imponeva e dava ordini. E’ il partito e il suo capo che decidono. Siamo ancora a questo punto?
Tocci dice un’altra frase densa, rivolto a Renzi: “Anziché le persone, sono le idee sbagliate che vanno rottamate. Stai facendo il contrario. Riproponi errori che ci trasciniamo da più di venti anni”. Molto raramente l’Italia è stata in sintonia con la Costituzione, una eredità che presenta elementi di profezia democratica, una inattualità da prendere molto sul serio. Nel senso che non è in atto, ma sarebbe bene che lo fosse. La Costituzione, quella rivoluzione “promessa” di cui parlò Calamandrei, è il punto alto della storia italiana del secolo scorso. Su questa Carta e sul perché della sua persistente inattualità va costruito il dialogo fra le generazioni. Di questo posso parlare per esperienza diretta e personale. Quando la Costituzione diviene oggetto di riflessione storica – “chi l’ha scritta, quando e perché”- con le giovani e i giovani che incontro nelle scuole o con gli adulti negli spazi pubblici – scatta una sorta di “patriottismo costituzionale”, l’unico patriottismo che mi sembra giusto suscitare. Tocci lo sa trasmettere molto bene. Anche quando dice che non tutte le generazioni hanno la capacità e l’ispirazione per mettere mano alla Carta. La generazione antifascista che ci ha preceduto aveva cultura, capacità, ispirazione. Vale la pena – oggi – passare la mano alla prossima generazione, a cui consegnare una Carta aggiornata ma non aggredita. E’ l’insegnamento che Oscar Luigi Scalfaro, padre Costituente fino all’ultimo, ci ha lasciato in eredità.
A conclusione di questa serata penso che sia veramente il lavoro politico dal basso quello che può rimettere in piedi la Repubblica. Incontri e spazi pubblici di discussione e confronto nelle scuole e in ogni località. Come capì Dossetti all’inizio degli anni Novanta, va fondato un Comitato in Difesa della Costituzione in ogni paese per dare e avere strumenti di storia e cultura costituzionale, unico metro che ci consente di leggere il presente nelle sue tortuose tensioni autoritarie, male italiano da lunga data. Immaginiamo come sarebbe, in Italia, una Repubblica presidenziale senza i contropoteri e i contrappesi che ci sono, per esempio, negli USA. C’è anche in questo caso da tremare.
Mi convinco sempre più che sia possibile, sul tema della salvaguardia della Costituzione, ricostruire un rapporto di fiducia con chi, in Parlamento, si oppone al suo stravolgimento. Azzariti e Tocci sono quasi certi che possano esserci in Parlamento forze trasversali che si oppongono alla marginalizzazione del Parlamento stesso e che la partita non sia chiusa.
Me lo auguro.
Noi, dal basso, continueremo il nostro impegno. La Rete per la Costituzione, che raccoglie i Comitati in difesa della Costituzione attivi in Italia – non pochi – ha inviato a tutti i senatori della Commissione affari Costituzionali del Senato e ai presidenti di Camera e Senato una lettera con l’invito a fermarsi. E’ infatti auspicabile che, in futuro, Renzi non si appelli direttamente al popolo.
Le incognite sarebbero molte.
E’ stata veramente una serata di bella politica. La politica può essere bella, quando conoscenze robuste, competenze scientifiche e passioni civili si incontrano e si confrontano. La serata ha avuto un limite non imputabile ai promotori, i Comitati in Difesa della Costituzione della Provincia di Ravenna e Libertà e Giustizia, circolo di Ravenna. Da molte settimane avevamo invitato all’incontro i parlamentari della nostra provincia, chiedendo una loro presenza attiva di interlocuzione e dialogo. Non ne abbiamo visto nemmeno uno. Alcuni hanno giustificato l’assenza. Se fossimo stati una categoria economica o professionale, li avremmo probabilmente visti. La cittadinanza che esercita il diritto dovere – dice la Costituzione – di partecipare, di “prendere parte” direttamente, non ha probabilmente, ai loro occhi, lo stesso peso. E’ questa una delle ragioni che rendono debole la qualità della democrazia nel nostro paese.
Ma non vogliamo arrenderci.
Le Istituzioni disegnate dalla Costituzione continuiamo a rispettarle, a prescindere da chi le abita, ma non indifferenti a chi le abita, interessati o meno che siano alle nostre domande di democrazia costituzionale. Non facciamo parte del popolo di chi si astiene.

 

 

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