Riforme avanti tutta, l’anticorruzione può attendere

Il testo della riforma del Senato è stato praticamente scritto martedì sera nel vertice di Palazzo Chigi. Ci hanno lavorato un po’ tutti, nel governo e nel Pd (erano presenti Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Luca Lotti, Graziano Delrio e poi Lorenzo Guerini, i capigruppo di Camera e Senato, Roberto Speranza e Luigi Zanda). Ma come, non era tutto appeso a un incontro con Berlusconi? Ieri l’ex Caimano, in una conferenza stampa dai toni particolarmente accondiscendenti, ha confermato che “l’impegno preso sul Titolo V, la legge elettorale e la riforma del Senato”, rimandando dettagli e ratifiche a un abboccamento tra la Boschi e il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Paolo Romani. Che forse si vedranno oggi.

In realtà, da Forza Italia in questi giorni raccontavano che Renzi e Berlusconi si sono già sentiti tra domenica e lunedì. Riaggiornando il Patto del Nazareno. Nel frattempo, ieri è sparita la legge anti corruzione dal calendario di Palazzo Madama. Coincidenze? Fatto sta che la riforma del Senato sarebbe pronta ad essere approvata con i voti di Forza Italia. Voti necessari, anche perché sul sì dei 14 senatori Dem ex auto-sospesi in realtà nessuno è disposto a scommettere. Ieri la conferenza dei Capigruppo ha calendarizzato l’inizio dell’iter della riforma in Aula per il 3 luglio. Senza prendere in considerazione l’anticorruzione. Quando si discuterà? Nessuno lo sa. Un paio di settimane fa in Commissione Giustizia era apparso il Guardasigilli, Andrea Orlando, per chiedere una sospensione del ddl in questione. Motivazione: il governo sta preparando un suo testo, che dovrebbe essere varato nel Cdm del 27 luglio. Che magari sarebbe stato inserito nell’iter parlamentare già previsto. E allora, cosa è successo? Da via Arenula fanno sapere che il governo non ha ancora deciso come procedere. Negli scorsi giorni, deputati molto vicini a Renzi avevano anche parlato della possibilità di portare il testo alla Camera, dove i numeri della maggioranza sono migliori. “Siamo fermi – spiega Loredana De Petris, capogruppo di Sel a Palazzo Madama- in attesa di un provvedimento del governo che neanche loro sanno più se è un ddl o un decreto”.

 

Intanto, la legge rischia di slittare a dopo l’estate. E questo alimenta sospetti di scambi sulla giustizia, che quando si parla di Berlusconi sono sempre all’ordine del giorno. La voce più forte che circolava in questi giorni a Palazzo Madama insisteva sulla richiesta arrivata da B. sul falso in bilancio: l’accertamento parte solo su querela di parte, prossimamente dovrebbe diventare automatico. Una cosa che l’ex Cavaliere proprio non vuole. Cosa ci sarà o non ci sarà dentro la legge lo scopriremo nei prossimi giorni, di certo la coincidenza dei tempi è sospetta.

Nel frattempo, si lavora a chiudere sui contenuti della riforma del Senato. Ieri Berlusconi ha ritirato fuori l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Stoppato subito da Renzi: “Siamo a un passo dalla chiusura, inutile infilarci in un dibattito sul presidenzialismo”, è stato il ragionamento fatto dal presidente del Consiglio con i suoi fedelissimi. B. non si è scomposto più di tanto. Si tratta, poi, sulla modalità di elezione del Senato: l’intesa ancora non c’è. Il ddl del governo dà troppo spazio ai sindaci (che in questo momento sono quasi tutti di sinistra). L’intesa a cui si lavora è che ciascuna Regione abbia un numero si senatori proporzionato al numero di abitanti (e non un numero uguale per tutti come dice il ddl del Governo). Inoltre i sindaci non sarebbero più la metà, ma un terzo o anche un quarto. Resta da definire la platea degli elettori: se fossero i consigli regionali il centrosinistra sarebbe ancora maggioritario, mentre Fi chiede una “proporzionalizzazione” sui voti dei cittadini per le elezione dei Consigli e non sul numero dei consiglieri. “A nessuno interessa davvero il merito della questione – spiegava in questi giorni un senatore molto dentro la questione – il punto è politico”.

E che politicamente si sia praticamente sciolto, lo dice anche un segnale in Giunta del Regolamento: Mauro aveva presentato un ricorso contro la sua esclusione dalla Commissione Affari costituzionali. Azzurri e Carroccio ieri non hanno sostenuto il suo ricorso. E questo dice dentro l’accordo c’è pure la Lega: non a caso con la Finocchiaro a emendamenti condivisi sta lavorando Calderoli.

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