Il futuro giusto che sognavamo

Donne-firenze“E COME potevamo noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore/ fra i morti abbandonati nelle piazze/ sull’erba dura di ghiaccio, al lamento/ d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero/ della madre che andava incontro al figlio/ crocifisso sul palo del telegrafo?/ Alle fronde dei salici, per voto, /anche le nostre cetre erano appese,/ oscillavano lievi al triste vento”.
Quando nel 1959 fu dato a Salvatore Quasimodo il Nobel per la letteratura mio padre mi raccontò di quelle prime poesie che lui gli aveva pubblicato sulla rivista “Solaria” nel 1930. «Me le porse alla stazione, mentre il treno su cui viaggiava era già ripartito… quasi me le gettò, timido e imbarazzato». Accadeva anche questo nella Firenze di quegli anni, giovani poeti e scrittori, uniti dall’amore per la cultura e per un’Italia libera dall’oppressione: versi che volavano fra una mano e l’altra, segno di una speranza coltivata in fondo al cuore, speranza di libertà. “Alle fronde dei salici” è forse (o senza forse?) la più straordinaria poesia sulla ferocia della guerra: è il massimo del dolore che si possa esprimere con dei versi. La famiglia dei contadini dai quali andavamo nell’inverno e nella primavera del ‘44 con Flavia e Piero Colacicchi a prendere ricotta e mele fu sterminata a Podernovo il 25 agosto. In tutto furono 25 le vittime.
CON quei bambini avevamo giocato e ci eravamo rincorsi fra i campi, avevamo bevuto il latte. Ore di luce e di allegria davanti al camino nel gelo della guerra. Attorno alla loro morte si raccontarono negli anni cose tremende, forse leggende e oggi solo parzialmente confermate. Ci fu raccontato che ai ragazzi erano state strappate le unghie, che uno di loro era stato finito col calcio del fucile sotto un acquaio dove aveva cercato di nascondersi (e questo purtroppo sembra sia accaduto davvero). Il sentimento dei sopravvissuti trova ogni anno un luogo del ricordo alla Consuma. E’ questo per me il lamento d’agnello di Quasimodo, la voce del giusto che implora il suo aguzzino e che il trascorrere dei secoli non cancella. Anzi, ravviva.
Settant’anni orsono questo accadde, questo fu il prezzo che pagammo per liberarci dall’oppressione nazifascista.
Mentre cerco di portare a conclusione i ricordi di quei giorni, sento la difficoltà o forse l’impossibilità di rispondere alla domanda: cosa si aspettavano quelli che organizzarono la Resistenza, quelli che si immolarono, quale Italia sognavano, come pensavano che sarebbe stato “dopo”… C’era un modello di Paese, un’idea di Italiani che li sorreggeva nelle ore della notte?
Niente e nessuno può oramai autorizzarci a cercare di ricostruire il sentimento di chi sotto il ferro torturatore resisteva, taceva i nomi dei compagni; a tentare di capire il lamento soffocato per la carne dilaniata, le gole squarciate degli impiccati ai ganci di macellaio… quanto resistettero e in nome di cosa, che non fosse una grande idea splendente di salvezza per gli altri, di libertà per tutti?
Possiamo soltanto, molto umilmente, tornare a rileggere fra le pagine scritte dagli uomini della Resistenza, assaporare nelle loro parole quale fosse il sogno di quella immane battaglia contro l’oppressore.
Scriveva sulla “Rivoluzione Liberale” Piero Gobetti che il problema era di “lavorare per un’Italia che abbia intima ripugnanza per il fascismo, per i sistemi paternalistici, per i blocchi e per le concentrazioni; per un’Italia in cui ognuno sappia sacrificarsi per idee precise e distinte”. Era il novembre del 1923, Gobetti aveva 22 anni, passarono pochi mesi (il 9 giugno del ‘24) e fu selvaggiamente bastonato secondo l’ordine di Mussolini di “rendere difficile la vita a questo insulso oppositore di governo e fascismo”. Il giorno successivo “scomparve” Giacomo Matteotti. Poi toccherà a Giovanni Amendola, ai fratelli Rosselli, agli altri martiri.
Ma all’origine forse tutto davvero nacque con quella rivolta morale e culturale, quella “intima ripugnanza”
per il fascismo.
Nel primo numero de “L’Italia libera” (gennaio 1943) il Partito d’Azione ricordava il sacrificio di Matteotti, di Amendola, Gobetti, dei Rosselli e spiegava che il disegno del nuovo partito “rivendica per il popolo italiano tutte le libertà politiche, civili e religiose in un aspetto giuridico che le garantisca, le promuova, le sviluppi a tutela di tutti e di ciascuno”. L’ammonimento iniziale è rivolto agli italiani “che possono conoscere a quale destino si espongono i popoli che, illusi da falsi miraggi e ingannevoli promesse, abdicano l’esercizio dei loro diritti di sovranità nelle mani di avventurieri irresponsabili”.
In un accordo stipulato dalle brigate di Giustizia e Libertà nell’agosto del ‘ 44 con altre brigate piemontesi si legge: “Lottiamo per l’instaurazione di una sana democrazia, per la salvaguardia piena della libertà, il rispetto della dignità umana, l’abolizione di qualsiasi privilegio, il conseguimento della giustizia sociale…”.
In un altro clima, era già l’ottobre del ‘45, Piero Calamandrei volle avventurarsi nel cuore del concetto di democrazia e di libertà politica. Cosa sono? Cosa rappresentano? Citò allora uno scritto di Gaetano Salvemini per il quale la libertà politica “è il diritto di non essere d’accordo con gli uomini che controllano il governo. Da questo diritto nascono tutti i diritti del cittadino in un regime libero”. In sostanza, dicevano Calamandrei e Salvemini che avevano sperimentato il dramma del ventennio, la libertà serve “a proteggere le minoranze nel loro diritto di opposizione”.
Insomma, fu attorno a questa idea d’Italia che nelle stesse ore in cui i tedeschi si ritiravano metro per metro nella nostra città, ci si poteva finalmente dedicare a qualche vago progetto, qualcosa per ricominciare a vivere quando la guerra fosse finita.
Nel cortile di Palazzo Strozzi, dove erano rimaste accampate le truppe tedesche, mio padre con i suoi amici si aggiravano progettando il giornale che avrebbero voluto subito fare appena possibile perché arrivasse oltre la linea gotica, nell’Italia occupata. Mancava tutto: dalla carta, ai soldi, all’editore. Non mancavano invece gli autori, che erano impazienti di rimettersi a scrivere e pensare. Ci vollero mesi: Il primo numero de “Il Mondo” diretto dal babbo insieme a Eugenio Montale uscì il 7 aprile del ‘45. Editore era Alberto Passigli e il fondo del primo numero, scritto da Carlo Morandi era dedicato all’Europa liberata, “congiunta da un medesimo complesso di problemi: rovine da restaurare, economie e finanze da rimettere a galla, tenaci residui di spirito nazista e fascista da cancellare, epurazioni da compiere… mai, forse, come oggi, tanti popoli diversi e lontani si sono trovati uniti nella stessa difficile prova, come ieri nell’identico lottare e soffrire”. Il “Mondo” parte quella notte d’aprile, caricato su alcuni camion che vanno al Nord.
Finalmente a settembre del ‘44 tornammo nella casa di via Bolognese, abbandonata un anno prima. Alla fine del mese nacque mio fratello: in casa, con due fiaschi d’acqua. E due candele. Mia madre ha sempre sostenuto che nei momenti più difficili, con la sola assistenza di una levatrice che mio padre era andato a chiamare verso Trespiano con un lasciapassare fornitogli dal comando militare, c’era la sua mamma, morta già da tre anni, che le teneva la mano e le dava forza. Ne era così sicura che anche io penso che avesse ragione.
Passavano sulla via Bolognese le truppe alleate dirette ai campi di guerra verso il nord. Passavano davanti al numero 67, dove la polizia politica tedesca ma soprattutto i repubblichini di Carità avevano torturato eroici fiorentini, da Fanciullacci a Picagli, a Anna Maria Enriques Agnoletti, mentre l’orrendo frate Alfredo Epaminonda Troia suonava al pianoforte canzonette napoletane, forse nella maledetta illusione che la musica coprisse l’urlo di dolore… Non c’era ancora la celebre lapide scritta da Piero Calamandrei.
Io mi divertivo a salutare i camion pieni di soldati dalla finestra del bagno e capitava che mi tirassero tavolette di cioccolata o aranci o entrambe le cose. Passavano, alle volta, anche camion pieni di soldati tedeschi prigionieri. Una zia mi aveva insegnato a gridare “Schwein”, ma so che non ce la facevo, alzavo ingenuamente un pugno, ma nessuna imprecazione uscì dalla mia bocca bambina. E’ strano che dopo una vita intera questo imbarazzo io ancora lo senta, deve appartenere a qualche sentimento antico e radicato nell’animo nei confronti del nemico in catene. Non pietà, ma altro.
Salivano verso casa nostra vecchi amici di cui non sapevamo più nulla, suonavano improvvisamente alla porta ed era una festa, una gioia subito soffocata dalla litania di nomi di chi non c’era, forse non c’era più. Ricordo come fosse oggi il giorno in cui arrivarono dal Casentino dove erano rimasti nascosti per mesi e mesi una sorella della mamma e il mio cuginetto. Avevo una padella per le castagne in mano e mi cadde per terra, le gambe s’erano messe a tremare. Alis e Giorgio Levi salvi dal sud. I miei zii, ma non tutti salvi al nord, quasi tutti erano stati nascosti nei conventi del Veneto. Mancava la zia Corinna Corinaldi, arrestata alla frontiera con la Svizzera il 13 dicembre del ‘43, detenuta prima a Tirano, poi nel carcere di Como e deportata da Fossoli il 22 gennaio del ‘44, uccisa subito all’arrivo ad Auschwitz il 26 febbraio, convoglio 08. Scomparsi per sempre i cugini di Varsavia. E assassinato nel ‘37 Nello Rosselli, marito di Maria Todesco, amata prima cugina della mamma.
Sì, mia madre si era salvata in Oltrarno e altrove, io nell’inverno e nella primavera a Vallombrosa. Le bombe ci avevano risparmiato, e anche i soldati tedeschi a Palazzo Strozzi. Nel dolore universale, la nostra storia era quella di una famiglia risparmiata… ma più passano gli anni più sento di appartenere a una vicenda più grande e dolorosa che mi appartiene come appartiene a tutti coloro che la vissero e la videro con i propri occhi. Abbiamo, forse, noi che c’eravamo, uno sguardo diverso, che non rende certo migliori, ma aiuta a riconoscere la sofferenza e l’ingiustizia e la violenza. E dunque ci rende più responsabili di ciò che non è stato fatto, in questi settant’anni, per essere all’altezza di quello che accadde.
Non è stata fatta giustizia per le stragi di civili: 15.000, forse. Crimini contro l’umanità che un governo di centro destra dopo il maggio del 1947 seppellì insieme ai nomi dei colpevoli nell’Armadio della vergogna su cui molto ha scritto e denunciato Franco Giustolisi. Bisognava rispettare il travaglio della Germania, bisognava accogliere nelle strutture della nuova Italia bande di fascisti in funzione anticomunista. Bisognava cominciare a “condividere”. Magari, se fosse stato possibile, a dimenticare. Onore a chi
si è battuto perché non si scordasse nulla e la Storia sia in grado un giorno non lontano di raccontare oltre alle verità note anche quelle appena intuite.
Ci misi molto ad abituarmi all’idea che anche io ero una bambina normale e finalmente avrei potuto andare a scuola con gli altri. Che il tempo degli esami da “privatista” era finito per sempre. Varcai per la prima volta l’aula di una scuola quando entravo in quinta elementare. La scuola era la piccola scuola pubblica accanto al teatro romano di Fiesole, dove ci eravamo trasferiti. Mi misi a sedere nel primo banco e aspettai. A un certo punto sentii la maestra che mi rivolgeva una domanda: “E tu che sei nuova la vuoi la refezione?”. Guardai disperata la mia compagna di banco, Quirina Bacci, figlia del pittore Baccio Maria Bacci, che mi dette una gomitata e mi disse: “Devi dire di no, la refezione è la merenda per i poveri!”. Così avevo imparato un’altra parola mai sentita, e mi ero fatta un’amica.
Era bello studiare insieme agli altri, fare i compiti insieme, indossare un grembiule, crescere insieme. Era bello che la libertà avesse cancellato le leggi razziali. E quando il nonno faceva partire dalla nostra terrazza i grandi palloni di carta velina colorata che spinti da un sorta di fornellino da lui creato e dal vento di Fiesole prendevano il volo verso Montececeri e dietro il monte poi scomparivano in cielo, ecco io pensavo che la libertà fosse proprio quel volo di tutti i colori, che niente fermava e che noi ragazzi salutavamo con grida di incitamento quasi stessero partecipando a una gara che solo la grande abilità del nonno e quel suo essere stato nella guerra di Adua poteva regalarci.
Ho avuto in dono di recente la fotocopia di un documento della “Divisione polizia politica” datato 3 novembre 1938, e la scritta iniziale: “Con preghiera di farne un uso molto discreto, si trasmette copia di un elenco pervenuto dal nostro servizio fiduciario all’estero di indirizzi annotati a suo tempo dal defunto Carlo Rosselli, ai quali si ritiene che il Rosselli facesse inviare stampa di natura antifascista e forse i noti quaderni di “Giustizia e Libertà”. Una sessantina di nomi tra i quali anche Benedetto Croce, Emilio Cecchi, Alberto Carocci, Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Ludovico Ragghianti. Mio padre è il diciannovesimo e l’indirizzo indicato è quello di Via Vittorio Emanuele, il modesto appartamento che le Ferrovie dello Stato avevano assegnato un tempo al nonno ferroviere. Quel foglio è di pochi giorni antecedente alle leggi razziali che Mussolini aveva però già divulgato il 18 settembre. Nello e Carlo erano stati assassinati il 9 giugno del ‘37 a Bagnoles- de-l’Orne.
E’ importante invecchiare con questi ricordi nel cuore: mi rattrista soltanto pensare che questa grande storia nazionale, questa meravigliosa battaglia per la liberazione, che è insieme la grande tragedia del ventesimo secolo, dovrebbe essere il pane di cui nutrire i nostri giovani. Un compito questo che la politica, imbarazzata, ha tradito, lasciando alle associazioni dei partigiani, al volontariato e alle celebrazioni ufficiali il compito di onorare la memoria. Credo che il solo modo di onorarla davvero sarebbe stato
quello di farne materia obbligatoria di insegnamento nelle scuole superando il tentativo fascista di ridurre la storia a un racconto che rendesse uguali protagonisti vittime e carnefici. Anche questo si è tentato di fare e c’è chi ci prova ancora oggi.
Mi capita di passare spesso da Piazza Pitti, davanti alla casa al numero 14 dove Carlo Levi, tra il dicembre del ‘43 e il luglio del ‘44 scrisse “Cristo si è fermato a Eboli”, il suo capolavoro sugli anni del confino in Lucania, fra il ‘35 e il ‘36.
Eccole, le ultime righe, l’addio alla Lucania, scritte proprio nelle ore in cui infuriava la grande battaglia di Firenze che Levi si preparava ad affrontare insieme ai compagni del Partito d’Azione in prima fila, in difesa della libertà.
“Era una giornata serena, e, da quella altezza, le acque si stendevano amplissime. Una brezza fresca veniva dalla Dalmazia, e increspava di onde minute il calmo dorso del mare. Pensavo a cose vaghe: la vita di quel mare era come le sorti infinite degli uomini, eternamente ferme in onde uguali, mosse in un tempo senza mutamento. E pensai con affettuosa angoscia, a quel tempo immobile, e a quella nera civiltà che avevo appena abbandonato.
“Ma già il treno mi portava lontano, attraverso le campagne matematiche di Romagna, verso i vigneti del Piemonte e quel futuro misterioso di esilii, di guerre e di morti, che allora mi appariva appena come una nuvola incerta nel cielo sterminato”.
(6 continua)

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