E finalmente suonò la Martinella

tinfllxngapgywavQuando la seconda e la terza domenica del mese tutta la piazza si riempie dei banchi del mercato la lapide che ricorda la morte del capo partigiano Aligi Barducci, detto “Potente” colpito a morte proprio lì accanto al distretto militare il 7 agosto del ‘44, si vede e non si vede. In quei giorni piazza Santo Spirito è affollata di cittadini immersi in una loro personale quotidianità: essa nasce nella vita “normale” che settant’anni fa, ci fu restituita dal sacrificio dei nostri morti.
La libertà ricevuta allora oggi è rappresentata anche da questi uomini e donne che si muovono tra vecchi pezzi di antiquariato e le verdure fresche del biologico, immersi in piccoli pensieri e in piccole cose. È semplice, la libertà, semplice e immensa nello stesso tempo ed è in grado persino di sopportare la nostra apparente distrazione: le lapidi ormai parlano per tutti noi, testimoniano la gratitudine anche quando lo sguardo si fissa altrove. Vincono sui pensieri distratti perché esse sono la memoria e sono la Storia.
Fu molto difficile vivere (o sopravvivere) in quegli ultimi giorni dell’occupazione tedesca “insieme” all’esercito nemico. Credo che fu un’esperienza orrenda, perché ogni parola, ogni movimento che potesse apparire ispirato a volontà di resistere, di ribellarsi, significava la morte. Forse il semplice fatto di dover per forza restituire una gomma per cancellare regalatami dal soldato, ordine che sinceramente allora io non riuscivo a capire, mi ha salvato dall’idea che tutti gli uomini in fondo siano uguali, partigiani e resistenti e aguzzini e torturatori, democratici e fascisti, onesti e disonesti.
Ma allora, credo di aver avuto le lacrime agli occhi, mentre individuavo il soldato che me l’aveva donata, e che, senza dire nulla, la riprese e via, e forse pensò soltanto che non mi serviva. Un piccolo gesto di cui sono oggi ancora grata al babbo che mi costrinse a farlo.
Chi erano i soldati tedeschi accampati a Palazzo Strozzi? Leggo nei resoconti di quei giorni che dalla nostra parte dell’Arno c’erano i resti di due reggimenti di paracadutisti, circa 500 uomini comandati dal colonnello Fuchs e che alle loro spalle erano ancora operativi dei battaglioni comandati dal colonnello Geisler, dal tenente Roepker e dal maggiore Seuber che guidava un reparto antipartigiano. C’erano ancora infine i carri armati della 26a Panzerdivision agli ordini del generale Luttwitz. Posso solo ipotizzare che noi fummo prigionieri del colonnello Fuchs, ma forse non lo saprò mai e forse non ha molta importanza.
Dal 6 agosto donne e bambini ebbero l’autorizzazione ad uscire per andare fino alle fontanelle dell’acqua e ricominciai con la mie rapidissime escursioni fuori dal palazzo. Ma c’era la fame, la fame è una cosa orrenda anche perché è impossibile raccontarla. E’ come un’onda di gelo che ti invade e ti assopisce, mentre il cielo scoppia di sole e di caldo. La fame si legge sul volto degli adulti che guardano i bambini e si chiedono se ce la faranno e fino a quando durerà. La preoccupazione per mia madre oramai vicina al nono mese di gravidanza era immensa. Come sarebbe sopravvissuta, dove avrebbe partorito, chi le sarebbe stato accanto…
Noi non eravamo nessuna eccezione, tutti i fiorentini sulla riva destra dell’Arno, letteralmente prigionieri e assediati, erano nelle nostre condizioni, mentre Oltrarno qualcosa da mangiare finalmente arrivava, sia dalle campagne appena liberate, sia dai militari dell’esercito alleato che distribuivano quel tanto che serviva a sopravvivere.
Il problema era sempre lo stesso: quanto a lungo ancora i tedeschi avrebbero resistito.
Nelle ore precedenti al ferimento mortale dalla granata tedesca “Potente” era stato protagonista dei primissimi contatti tra i partigiani e gli alleati: ottava divisione indiana, prima divisione canadese, reparti sudafricani, inglesi e scozzesi. Insieme a loro, lo squadrone italiano di appartenenti alla “Folgore”. “Potente” come ricorda Orazio Barbieri, si prodiga nel tentativo di convincere il colonnello inglese che comanda l’VIII armata a riconoscere le unità partigiane, a non insistere nella richiesta di consegna delle armi. Un’operazione tra le più difficili, una situazione molto grave proprio alla vigilia dell’attacco definitivo contro i tedeschi. Gli alleati vorrebbero essere riconosciuti ufficialmente come i liberatori di Firenze, replicando la liberazione di Roma. Ma più forte e nobile è la richiesta dei partigiani di essere loro i primi a passare l’Arno sulle macerie dei ponti, loro i salvatori della nostra città. Alla fine, ha raccontato il partigiano Angelo Gracci, i partigiani “vinsero”.
“Il 6 agosto il quartier generale della VIII armata decideva di utilizzare tutti i 1.600 partigiani della Divisione Garibaldi nelle operazioni per la liberazione di Firenze”. Al calar della notte del 7 agosto, Potente ispeziona la Divisione Garibaldi che, rafforzata da soldati canadesi, è ormai pronta alla grande battaglia. E’ proprio in quei momenti che “un obice cade sul rifugio dei partigiani” vicino al chiostro del convento di Santo Spirito e colpisce
Potente, un ufficiale inglese e due cittadini. “Quando arriva l’ambulanza” racconta Barbieri “l’ufficiale inglese ordina ai suoi soldati di soccorrere prima Potente. Così, con la camicia rossa intrisa di sangue, Potente lascia i suoi ragazzi che a stento trattengono i singhiozzi. E dopo averli incitati a passare l’Arno e a proseguire ancora li abbandona per sempre”.
E’ interessante rileggere oggi il testo che Bruna e Duilio, i genitori di Potente, inviarono alla divisione Arno per ringraziare delle onoranze funebri. In pochissime righe sono compresi, come una sola cosa, tutti gli attori di quella che fu l’ultima battaglia. “Un sincero ringraziamento alla gloriosa VIII armata britannica e ai valorosi reparti dell’esercito italiano ad essa affiancati, al Comitato di Liberazione nazionale, al partito comunista, alle famiglie, parenti ed amici” che hanno partecipato al funerale. C’è un che di istituzionale, di solenne in questo elenco di soggetti, che poi, all’indomani della liberazione, sarebbe stato più difficile mettere sullo stesso piano, quando ognuno voleva avere il primato, ognuno reclamava il merito della vittoria dell’ultima battaglia. E’ la conferma di quel “patto” fra individui di ogni dove ma di identica fede nella umanità che ci permise di essere liberi.
Credo che sia rimasto ancora un margine di incertezza su chi comunicò l’ordine di suonare la Martinella, all’alba dell’11 agosto. Forse furono più d’uno o d’una. La nostra amica Flavia Colacicchi ha scritto nei suoi ricordi che mentre il marito appendeva la bandiera sul balconcino dell’Accademia sopra il Portico di via Ricasoli secondo le indicazioni del Ctln, lei aveva avuto da un capo partigiano “l’incarico di portare l’ordine al custode di suonare la Martinella, non sapevo prima che veniva suonata solo nei momenti gravi di Firenze”. Fu un vigile del fuoco ad avviare i rintocchi, alle 6.45 dell’11 agosto di settant’anni fa. Certo chiamava i fiorentini all’“insurrezione”, come nei tempi antichi. Ma questa volta doveva servire soprattutto a far sapere ai partigiani già pronti e nascosti in città, che i tedeschi erano in ritirata. “La campana di Palazzo Vecchio dette il segnale” ha scritto Enzo Enriques Agnoletti “la sua voce sembrava fioca e come esitante per il lungo silenzio…”.
“Il tempo era bellissimo. Immediatamente dalle cantine, dalle soffitte, da dietro le porte semichiuse gruppi di giovani uscirono per occupare gli edifici pubblici e nello stesso tempo schierarsi a difesa della città attaccando i tedeschi, e snidando i franchi tiratori, arrestando spie e sabotatori…Verso le otto un gruppetto di persone entrava nel Palazzo Riccardi mentre si udivano i crepitii dei mitragliatori e rari colpi di artiglieria. La gente cominciava appena ad uscire di casa…”. Cominciava l’autogoverno della città, “ma l’Arno per la prima volta nella storia di Firenze era una barriera quasi insormontabile. I suoi ponti erano da rifare”.
Se ne erano andati, li avevamo sentiti durante tutta la notte, mentre organizzavano la ritirata. Sopra le nostre teste i soldati non s’erano fermati mai. Nessuno chiuse occhio. A un certo punto, improvvisamente, arrivò il silenzio.
Un silenzio profondo, come se tutto attorno non esistesse più, come se fossimo piombati in mezzo a un grande vuoto. Ci guardavamo non osando chiederci: è finita? Avrebbe potuto essere un tranello, l’ultimo sfregio, con noi che esultavamo risalendo dai sotterranei e loro che ci sparavano addosso, come avevano fatto altre volte contro i civili. Mia madre mi ha sempre raccontato che fu forse quello il momento più terrificante, gli attimi che separarono l’occupazione e la fuga del nemico, l’assedio e la ritirata. Poi qualcuno salì la scala a chiocciola… “Non c’è più nessuno! Se ne sono andati!”. Un grido, forse era il babbo, non sono sicura. Avevano lasciato di tutto: morti e qualche agonizzante ancora nel cortile, ma non c’era più un’arma, un tedesco in divisa.
Dal portone spalancato su piazza Strozzi qualcuno urlò uno strano avvertimento: “Ora arrivano quegli altri, dicono che sono ancora peggio!”. Mi sono sempre ricordata questa frase perché è sintomatica di quella generica paura che aveva il popolo, derivante forse dalla assenza di informazioni, di notizie, come se qualcosa di tremendo, in guerra, debba sempre accadere, per mano di uno o di un altro, prima che arrivi veramente la pace.
Poi, poi non so che dire… Mi rivedo in piazza Signoria a guardare il ballo degli scozzesi, le loro gonne che volano, le cornamuse che suonano, anche noi ragazzini ci mettiamo a saltare, la grande festa nella città dopo l’ultima battaglia. Allora gli adulti sapevano che non era affatto finita, che i tedeschi erano fermi al Mugnone, che i tetti erano affollati di franchi tiratori organizzati da Pavolini e si poteva ancora morire di fame, certo non io che accumulavo cioccolata e intrugli vari dai soldati insieme alle carezze e anche al latte in scatola, uno dei sapori più disgustosi che abbia mai provato. Mi ricordo che quando la mamma tutta fiera mi dava da bere una tazza di quell’intruglio lo versavo goccia dopo goccia perché lei non se ne accorgesse per lo scalone di Palazzo Strozzi. Ero molto brava a disintegrarlo.
Insomma, ripensandoci, cominciai davvero a divertirmi, uscivo da sola (“ma soltanto fino a Palazzo Vecchio” mi raccomandavano) e mi sentivo padrona della mia città. Padrona e libera, finalmente. Seguivo, disobbedendo, le folle dei cittadini che si riversavano in strada verso piazza del Duomo, correvo appena vedevo pattuglie alleate, e poi tornavo a Palazzo Strozzi. Eravamo saliti a dormire al primo piano, noi che non potevamo ancora tornare nell’ultima casa che avevamo avuto, quella di via Bolognese che era ancora nella zona occupata della città. Mi chiedo oggi come mai mi lasciassero uscire da sola e come facessero a fidarsi. Eppure fu proprio così, per troppo tempo eravamo vissuti nel terrore, rattrappiti in noi stessi e nelle case che via via riempivamo dei nostri incubi: era venuto il tempo di guardare il cielo senza paura e di ricominciare poco alla volta a vivere e a sperare.
Vennero gli amici a trovarci da altre parti della città: Gadda a cercare sempre di sfamarsi. Ci fece vedere un giorno il risvolto della giacca: ci aveva appuntato una medaglietta con l’immagine di una Madonnina, lui il grande laico che non credevaaniente.Ricordolesueparolecome se fosse adesso: “Non si sa mai, non si sa mai!”. Uno, due, tre piatti di minestra riusciva sempre a rimediarli, ma già pensava di partire per Roma e, con mio padre e Eugenio Montale fondare un altro giornale per l’Italia libera che ancora libera non era, ma libera soltanto fino al Ponte Rosso e al Mugnone.
Si cominciava a fare il conto degli amici e dei parenti di cui si aveva qualche notizia e di quelli che non c’erano più. I conti sembravano non tornare mai. E le informazioni troppo rare, troppo generiche. A Firenze noi non sapemmo subito di tutte quelle stragi che i tedeschi in ritirata continuavano a compiere, vendette rabbiose, spaventose, impietose.
Il 12 agosto, su a Fiesole dove era ancora salda la linea difensiva, furono fucilati tre giovani carabinieri. Proprio mentre stavano passando la linea di combattimento e sul punto di unirsi alle forze partigiane furono informati che i tedeschi sulle loro tracce avevano preso dieci ostaggi civili e stavano per ucciderli.
Fu così che Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti tornarono indietro e si consegnarono, ben consapevoli della sorte che li aspettava. Quando, il 25 aprile del 1956 il Comune di Fiesole decise di ricordarli con un monumento sulla strada che va a San Francesco fu chiesto a mio padre di scrivere il testo. Poche righe scarne per celebrare le tre medaglie d’oro che “mantenendo incontaminata la fiamma della fedeltà alla Patria affrontarono il 12 agosto 1944 il piombo tedesco perché avessero salva la vita dieci ostaggi fiesolani”.
Nessuno seppe nulla fino al 18 ottobre, quando “La Nazione del popolo” dedicò un articolo alla strage di Sant’Anna, che avvenne anch’essa il 12 agosto. Nessuna Martinella aveva svegliato gli abitanti, donne e bambini, addormentati sotto le Apuane. Solo, molto presto, qualcuno aveva visto delle luci e dei razzi rossastri nel cielo. Sono andata spesso lassù, ho conosciuto i pochi superstiti e quei sindaci che per anni hanno cercato il sostegno di un Paese spesso distratto. Non si può dire in poche righe cosa accadde a Sant’Anna, né raccontare il lanciafiamme o i bambini (140) che fino al giorno prima facevano il girotondo davanti alla Chiesa. O le mamme trucidate.
Ho ascoltato Enrico Pieri salvatosi in un sottoscala da dove vide tutto, dire ancora col nodo in gola: “Io le carezze di mia madre le sto cercando ancora”. Questa guerra di liberazione dal nazifascismo fu diversa da tutte le altre: ogni metro riconquistato alla libertà porta ancora i segni della barbarie. Li porterà per sempre, e quando in primavera le primule sbocciano a Sant’Anna ci sarà qualcuno che penserà che fioriscono per loro, i 560 martiri del 12 agosto 1944. Settant’anni fa.

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