Il semipresidenzialismo tra teoria e realtà

Volpi2La forma di governo semipresidenziale, applicata in vari Paesi democratici europei, è caratterizzata dalla giustapposizione di due componenti: una parlamentare, basata sul rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, l’altra presidenziale, fondata sull’elezione popolare del Capo dello Stato. In quasi tutti i Paesi europei che hanno adottato il semipresidenzialismo la componente parlamentare è prevalsa su quella presidenziale, in quanto il potere politico è stato esercitato dal raccordo Primo ministro-Governo-Parlamento, attribuendo al Presidente un ruolo di controllo e di garanzia. Fanno eccezione in Europa occidentale la Quinta Repubblica francese e in Europa centro-orientale la Romania, Paese nel quale negli ultimi anni si è prodotto un grave conflitto politico-istituzionale tra Presidente e Primo ministro. Infine in Russia si è avuta una abnorme concentrazione di poteri nelle mani del Presidente, che ha contribuito a fare di quel Paese una “democrazia di facciata”. In Francia la Quinta Repubblica, nata nel 1958 in circostanze storico-politiche eccezionali, soprattutto dopo l’elezione popolare del Presidente introdotta nel 1962, ha avuto di regola un funzionamento “ultrapresidenziale”, garantendo il predominio di un Presidente che decide liberamente la politica del Paese e non risponde politicamente del suo operato. Fanno eccezione le rare fasi di cohabitation, nelle quali il Presidente ha convissuto con un Governo e una maggioranza parlamentare di opposto orientamento politico, ipotesi divenuta più improbabile dopo le riforme costituzionali approvate negli anni 2000, che hanno ridotto il mandato presidenziale a cinque anni e anteposto le elezioni presidenziali a quelle parlamentari. Si è avuto quindi uno squilibrio tra i poteri e una situazione nella quale il Presidente eletto, sovraccaricato di aspettative, perde rapidamente il consenso dei cittadini e si verificano fori proteste extraparlamentari e il fenomeno inquietante della crescita del Front National.
Il semipresidenzialismo è stato periodicamente evocato in Italia nel dibattito politico, negli anni Sessanta e Settanta come alternativa alla Costituzione democratica e al sistema dei partiti e, dagli anni Ottanta del secolo scorso, come superamento della forma di governo parlamentare nel quadro di una “grande riforma” costituzionale. Nel 1997 la Commissione bicamerale D’Alema ha approvato un progetto di revisione della forma di governo in senso semipresidenziale, che è rapidamente naufragato in Parlamento. La crisi politico-istituzionale emersa all’inizio della XVII legislatura ha spinto a riproporre il modello francese, sostenuto soprattutto dalla destra berlusconiana, ma anche da esponenti e studiosi del PD. Si tratta tuttavia di un modello del tutto peculiare, che difficilmente può essere esportato al di fuori della Francia. Inoltre nel contesto italiano di crisi della rappresentanza, di distacco dei cittadini dalla politica e di riduzione dei partiti a comitati elettorali dei leader di turno, esso produrrebbe effetti negativi sull’equilibrio tra i poteri e sulla qualità democratica delle nostre istituzioni. In particolare avrebbe come conseguenza la rinuncia ad un Capo dello Stato di garanzia e posto al di sopra delle parti, in quanto il Presidente eletto diventerebbe il leader politico della maggioranza, e solleticherebbe le propensioni periodicamente manifestate da una parte del popolo italiano ad affidare le sorti del Paese ad un “salvatore della Patria” libero da vincoli e controlli. La Costituzione repubblicana ne uscirebbe devastata e la qualità della democrazia immiserita. Occorre invece puntare su una razionalizzazione della forma di governo parlamentare, sul rafforzamento del ruolo dei corpi intermedi e degli istituti di partecipazione e su una ricostruzione della politica come attività volta a perseguire non interessi oligarchici, ma a realizzare il bene della comunità.

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