La Sinistra e le Riforme

parlamentoPer l’ennesima volta nel nostro paese le Camere si impegnano a discutere alcuni rilevanti progetti di revisione della II parte della Costituzione, l’Ordinamento della Repubblica. È dal 1983 che questo accade;  a partire dal 1997 il dibattito assume forme via via più ossessive in un’escalation di “isteria costituente” senza precedenti. Il leit motiv è noto: non si mandano in porto le Riforme finché non si interviene sull’assetto costituzionale dello Stato, che al momento ne compromette l’approvazione. Prima di proseguire ritengo utile fermarci a riflettere su cosa intendiamo davvero per Riforme.
Il senso comune le definisce abbastanza correttamente come le iniziative legislative volte al radicale miglioramento della scuola, dell’università, della ricerca, alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali e delle attività a loro connesse, alla salvaguardia e la promozione dei diritti del e del lavoro, attraverso un meditato piano di investimenti pubblici che contestualmente accompagnino il rilancio del sistema industriale e imprenditoriale (grande, medio e piccolo), alla ferma affermazione dell’autorità democratica dello Stato attraverso il contrasto inflessibile in primis culturale alla criminalità organizzata, alla corruzione e più in generale alle violazioni più o meno gravi delle leggi della Repubblica, all’impegno da spendere affinché esse vengano applicate con lo stesso rigore a tutti i cittadini, a un ammodernamento dei Codici che tenga rigorosamente conto del dettato costituzionale, all’omogeneizzazione e alla conseguente coerenza delle leggi, prima condizione per un efficace arginamento della tanto vituperata burocrazia.
Affermare che il freno all’attuazione di tali Riforme risieda nel bicameralismo paritario (di cui sia chiaro che chi scrive auspica il superamento) è culturalmente, oltre che politicamente, imbarazzante. Quanto indicato sopra, infatti, non è altro che una serie di “indicazioni”, di contenitori potremmo dire, sbandierati bilateralmente, seppur con (lievi) differenze, e da destra e da sinistra, colmabili da quest’ultima solo attraverso l’elaborazione di una solida cultura e proposta di Governo.
Quest’ultima non si improvvisa dal giorno alla sera, essa è il risultato di un confronto serrato e partecipato tra le varie parti componenti l’Intero, ovvero la Sinistra. Tali parti non sono affatto meramente individuabili solo tra gli iscritti ai vari partiti della sinistra italiana che si sono succeduti fino a oggi, ma sono più in generale la linfa della società in cui viviamo. Operai, funzionari, dirigenti, insegnanti, liberi professionisti, studenti,  associazionismo tematico, organizzazioni di volontariato, pensionati. Confronto dunque tra interessi e convinzioni spesso differenti, talvolta divergenti. Confronto dunque, si diceva, tra peculiarità sociali, intellettuali e territoriali che nel discutere e, perché no, scontrandosi, tenendo fermi quei valori politici e morali di contorno all’Idea di società che vanno costruendo, si scoprono non parti vincitrici o sconfitte di uno scontro, ma soggetti arricchiti e rafforzati nella consapevolezza di far parte di qualcosa di più ampio. Appunto la Sinistra, appunto l’Intero. Tutto questo, è doloroso riconoscerlo, manca da decenni, e da decenni non ci si pone con sufficiente fermezza il problema di uscire dalle logiche della mera gestione del Contingente, che ci ha fatto implicitamente rinunciare all’elaborazione di quanto sopra, seppur rozzamente, enunciato.
Si è invece scaricato sulla Carta Costituzionale, imitando gli inauditi personaggi che la dottrina neoliberale aveva inconsapevolmente designato quali suoi altrettanto inconsapevoli rappresentanti nel nostro paese (il finto socialista Craxi e il finto liberale Berlusconi, oggi inaccettabile partner costituente), il peso dell’incapacità di ricostruire l’Intero andato in frantumi ben prima della caduta del Muro, in altre parole dell’incapacità di offrire una prospettiva sinceramente progressista di lungo termine al paese.
Veniamo ora agli ultimi 15 anni. In forza di quanto sopra ricordato si sono imposte in fretta e furia improbabili azioni di ingegneria costituzionale sacrificando sull’altare del Contingente delicati equilibri della democrazia parlamentare. I risultati saranno sconfortanti e oggi sono sotto gli occhi di tutti.
2001. Si mette mano al Titolo V con il motto che negli anni, fino ai giorni nostri, diverrà regola nel dibattito sulle Riforme: “o questo o il diluvio, e immediatamente!”. Ha così inizio il decennio più travagliato in materia di conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni, che obereranno di ricorsi la Corte e avranno ricadute dirette e anche  pesanti sulla vita dei cittadini.
2005. È l’anno della presentazione e approvazione del più confuso, strampalato e pericoloso (almeno fino a quel momento) tentativo di mettere mano al bicameralismo paritario. Vengono aumentati i poteri del Governo, esautorato il Parlamento, radicalmente ridimensionato il ruolo del Presidente della Repubblica, il tutto accompagnato da un’inquietante assenza di contrappesi democratici. 30 milioni di italiani vanno alle urne e bocciano senza appello quell’obbrobrio giuridico e politico. È utile ricordare che è di quell’anno l’approvazione in tempi record (alla faccia di chi lamenta la lunghezza dei tempi parlamentari!) della legge elettorale Calderoli cassata dalla Corte nel gennaio 2014 per palese incostituzionalità.
Tra il 2001 e il 2006 sono altrettanto necessari da ricordare l’introduzione dello  jus sanguinis  del voto all’estero mentre si nega il voto ai figli degli immigrati e gli assalti tremontiani contro gli articoli 41 e 42 sul valore sociale dell’impresa.
2012. Nel silenzio colpevole dei partiti e della pubblica opinione viene approvata la modifica dell’art. 81, introducendo l’obbligo di pareggio bilancio in Costituzione. Un atto demenziale, stigmatizzato già pochi mesi a seguito della sua approvazione da coloro che lo avevano votato, e senza pari nelle Costituzioni degli altri grandi Paesi, occidentali e non.
Arriviamo dunque ai nostri giorni. Ci aspetteremmo, senza scomodare Cicerone, che la Storia recente abbia alfine convinto rappresentanti e rappresentati, governanti e governati, che modificare la Costituzione può portare buoni frutti se e solo se tale volontà è frutto di un meditato e rigoroso confronto nella società, nel Parlamento, naturalmente con l’indispensabile ausilio di chi ha studiato la Carta per tutta la vita e ne ha una visione di insieme che non può non sfuggire, magari parzialmente, ad altri. È utile riflettere sul fatto che tale categoria, quella dei costituzionalisti, sembra oggi poco meno invisa all’opinione pubblica di quella degli esattori del fisco. Ciò la dice lunga sulla salute di una democrazia occidentale.
Vediamo invece come il recente passato non sia riuscito a innestare nel dibattito nemmeno un poco di buonsenso.
“O così o mi dimetto”, afferma impettito il Presidente del Consiglio, a fronte della più sfacciata invasione di campo del Governo che si ricordi nella storia repubblicana in una materia eminentemente parlamentare quale la modifica della Costituzione. Il “così” in questione non è altro, limature successive a parte, della bozza del più colossale riassetto della democrazia parlamentare (se approvato) adottato dal ’48, elaborata insieme a un uomo che data la materia di cui si tratta è bene ricordare essere un bandito. P2, Cosa Nostra, frodi fiscali; accusare di “giustizialismo movimentista” chi ritiene che ci si debba confrontare sì con tutti, ma fissando paletti che salvaguardino la propria dignità e la propria tradizione, è, è bene sottolinearlo, inaccettabile.
I tempi imposti per la prima lettura, secondo le modalità brusche, perentorie e fallimentari sopra riportate, sono addirittura allucinanti. Il tutto con un’aggravante di primo piano: la Corte costituzionale ha sentenziato pochi mesi or sono che le attuali Camere, alle quali sono in ogni modo riconosciuti pieni poteri per la salvaguardia della continuità democratica dello Stato, sono pienamente delegittimate in quanto elette con una legge elettorale che mina la rappresentatività del Parlamento da un punto di vista qualitativo (i cittadini non scelgono chi eleggere) e quantitativo (assurda disparità tra voti ottenuti e seggi sbloccati; assenza di una soglia oltre la quale scatta l’abnorme premio di maggioranza).
Veniamo ora al merito della proposta. Essa viene sbattuta con arroganza sul tavolo del dibattito pubblico ragliando insulti a una presunta cricca di “professoroni” accusati di bloccare le Riforme da 30 anni. È falso, come abbiamo fin qui dimostrato. Di manomissioni della Carta ve ne sono state fin troppe. Inoltre i toni impiegati umiliano l’intera comunità politica guidata da coloro che ne fanno uso. Comunità politica che trovo sconfortante non abbia ancora preteso scuse contrite.
Si prevede un Senato non eletto dai cittadini, che non voti fiducia e bilancio, composto da presidenti di Regione e Provincia autonoma, sindaci di città capoluogo, due consiglieri regionali e due sindaci (di città non capoluogo) eletti in seno gli uni ai Consigli regionali, gli altri a assemblee di sindaci costituite ad hoc, e da 21 senatori di nomina presidenziale. Un Senato eletto dunque in gran parte da assemblee che è facile e scontato prevedere indicheranno supinamente i senatori sulla base dei diktat delle segreterie di partito. Con buona pace del suffragio universale e diretto.
Anche l’osservatore più distratto sa che un sindaco o un Presidente di Regione ha a malapena il tempo di recarsi in bagno, figuriamoci per fare avanti e indietro come una trottola con Roma per dare un eventuale parere consultivo su tutto ciò che la Camera approva e avere il tempo e la concentrazione necessari per meditare e confrontarsi con la società, il mondo della cultura e il partito per esprimere un degno parere sulle proposte di modifica costituzionale. Ma al di là di questo, in un quadro dove l’altra Camera è interamente nominata, si va sancendo di fatto il passaggio da una democrazia parlamentare e rappresentativa a una democrazia plebiscitaria. Il popolo, sovrano solo de iure in forza di un art. 1 ormai svuotato in gran parte di senso,sarebbe chiamato non più a partecipare della vita democratica del paese, ma a esprimere un parere secco e quinquennale su un volto, un brand, il quale ottiene la guida del Governo controllando circa il 60% delle Camere, l’elezione del Presidente della Repubblica, della maggioranza dei membri laici della Corte costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura, senza contare la nomina dei dirigenti della totalità degli enti e delle aziende pubbliche e partecipate.
Vediamo bene che l’accusa di autoritarismo è fondata.
Ma non rivolta all’attuale Presidente del Consiglio a meri fini polemici come si vuol far credere. Chi scrive prova anzi una profonda riconoscenza per lo spirito di servizio con cui egli prova ad apportare un contributo positivo alla vita pubblica italiana, magari con una visione, delle idee e una prospettiva assai diverse dalle proprie, ma che comunque sa apprezzare.
Il pericolo è invece facilmente individuabile, attraverso una semplice domanda: abbiamo la garanzia che tra qualche anno una persona altrettanto affidabile sarà al suo posto? Per quel poco che conosco il mio Paese, ebbene, garanzie non ce ne sono. Ed è irresponsabile l’ottimismo d’accatto che porta taluni a sostenere il contrario.
Ma ecco che a fronte di questo ragionamento si erge la consueta obiezione che ci sentiamo porre tanto nei nostri circoli quanto per la strada. “Di ‘benaltrismo’ si muore”, ci dicono. “Meglio questo che niente”. Falso. E poi, perché mai niente? In Commissione Affari Costituzionali del Senato sono depositate più di 50 proposte, la più valida delle quali è a mio avviso quella presentata da Tocci e Corsini. È evidente però che sia più realistico discutere di quella presentata da Vannino Chiti, intorno alla quale si sono raccolti numerosi consensi, tra cui quello dello stesso Tocci, trasversali ai gruppi parlamentari. Consensi tra l’altro sinceri, a differenza di alcune strombazzate dichiarazioni del capogruppo di turno, che ci vorrebbe tanto ingenui da credere che tra i propri parlamentari vi è ampia condivisione della proposta del Governo.
Il DDL in questione ha in comune con il progetto Berlusconi-Renzi il superamento del bicameralismo paritario, limitando il rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento alla sola Camera dei Deputati, che voterebbe in esclusiva anche la legge di bilancio.
Se ne discosta radicalmente per ciò che concerne la composizione della Camera Alta e il ruolo che gli assegna nella democrazia repubblicana. Il nome rimarrebbe invariato ( Senato della Repubblica, nda), ma non è sbagliato l’appellativo di Senato delle Garanzie. Esso verrebbe eletto a suffragio universale e diretto, avrebbe poteri di controllo e inchiesta sulle nomine pubbliche e l’Amministrazione, esprimerebbe atti di indirizzo in materie attuative già presenti in Costituzione e fin qui semi-ignorate (es. tutela del paesaggio, funzione sociale dell’impresa, funzione riabilitativa delle pene, per citare qualche goccia nel mare dell’inattuato), richiedenti ampi dibattiti difficilmente ponibili in essere in seno all’attuale Parlamento, soffocato dal Contingente e dalla necessità di contenimento delle continue fibrillazioni interne alle maggioranze di Governo. Riorganizzazione degli Atenei, grandi piani infrastrutturali e di riqualificazione territoriale e urbana, armonizzazione del molto che di buono arriva dalla legislazione comunitaria con quella nazionale, leggi sui diritti civili, riforma del codice penale, sono solo alcune altre delle materie su cui una Camera Alta legittimata dal suffragio universale e diretto potrebbe offrire un prezioso, o meglio fondamentale, contributo all’attività della Camera dei Deputati e del Governo. Governo con il quale tra l’altro il Senato avrebbe un rapporto più distaccato, e quindi per molti versi più costruttivo, grazie all’assenza del rapporto fiduciario.
Si è parlato della piena legittimità proveniente dal suffragio universale e diretto. È un discorso che vale a maggior ragione quando si parla di elezione del Presidente della Repubblica e dei membri laici di CSM e Corte Costituzionale e di un ruolo di primo piano nel processo di revisione costituzionale. Queste cose si fanno se eletti a far parte di una Camera Alta, non per fare gli amministratori locali. D’accordo che la logica viene spesso messa da parte, ma negare un fatto tanto evidente è troppo anche per questo Paese.
Parliamo infine di contrappesi, la cui necessità è riconosciuta in Occidente dai tempi di Montesquieu.
Il Senato delle Autonomie, come abbiamo visto, non ne offre alcuno. Ciascuno dei suoi membri verrebbe anzi a Roma curandosi prevalentemente di portare nella propria Regione o nel proprio Comune un pezzo di pane in più, cadendo facilmente vittima di accordi al ribasso con l’esecutivo per essere accontentati in tal senso nella prima Finanziaria utile. Con buona pace dell’interesse generale e dell’art. 67.
Il nuovo Senato della Repubblica (o delle Garanzie), invece, ne offre più d’uno, a partire dal fatto che la combinazione tra elezione a suffragio universale e diretto e assenza del rapporto fiduciario con il Governo gli permetterebbe di essere eletto con una legge puramente proporzionale, di modo che le scelte su temi fondamentali per e fondanti della convivenza democratica e civile italiana siano pienamente legittimate dall’ampio concorso di pareri e indirizzo che tale schema prevede.
Concludo esprimendo sdegno nel mio piccolo per la leggerezza, al di là delle divergenze di opinione, con cui temi di questa portata sono trattati nel nostro paese. Nei prossimi mesi saremo tutti chiamati a dare il meglio, con umiltà, partecipando. L’Italia ha bisogno che il dibattito sulle Riforme cambi verso.

*L’autore è un giovanissimo socio di Roma

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