Prima della battaglia

Firenze44CONTINUAMMO a sfilare strisciando contro la rete di un giardino, di fronte al convento. Poi imboccammo quasi di corsa via Boccaccio proprio lì dove viveva il poeta Piero Bigongiari e la sua famiglia, compresa una strana suocera che portava a spasso una capretta. Ci lasciammo alle spalle lo slargo di San Domenico, la vecchia via Fiesolana e la collina. E prendemmo giù per la via Boccaccio, verso la città. Era una strada che conoscevo molto bene, pietra per pietra del largo marciapiede sconnesso. Bisognava fare in fretta perché presto scattava il coprifuoco e i soldati tedeschi avevano l’ordine di sparare a chiunque si muovesse. Credo che ancora non sapessimo bene dove fossimo diretti, almeno sentivo nelle frasi concitate dei miei genitori il timore, arrivati nel centro della città, di non trovare un rifugio per la notte.
I nonni per fortuna erano stati caricati su un’ambulanza. L’ordine di lasciare le case era arrivato improvviso, anche se non inatteso: poche ore per sgombrare da San Domenico. Loro, i tedeschi in ritirata, come aveva previsto il nonno, preparavano la linea di difesa e della resistenza contro l’esercito alleato. Volevano liberi i colli sopra la città. E difendere con i loro cannoni l’esercito costretto a risalire verso il nord.
So che fu tra il 29 e il 30 luglio che i tedeschi ordinarono l’evacuazione dei quartieri sull’Arno. Due strisce di case, più di centomila persone. Il partito comunista aveva pubblicato una dichiarazione rivolta al maresciallo Kesserling: “…dopo averci spogliato di tutte le nostre ricchezze, di tutte le nostre industrie, di tutti i nostri viveri, deportato od ucciso migliaia di nostri fratelli, …ora poi come ultima misura per conferire in pieno a Firenze il carattere di città aperta hai piazzato cannoni su tutti i nostri colli, stai minando ponti, viadotti, strade, hai fatto sgomberare dalla popolazione interi quartieri e ti prepari a fare dei lungarni di Firenze una trincea e un bastione per resistervi ad oltranza votando così alla distruzione noi e la nostra meravigliosa città perché tu e quel boia di Hitler possiate campare un giorno di più. Tu vuoi la nostra vita, o Kesserling: ebbene noi la difenderemo!”.
Immagino dunque che fosse proprio tra il 29 e il 30 di luglio che anche noi fummo costretti a sfollare. Faceva un caldo soffocante e eravamo pieni di sporte e borsoni. Il Mugnone scorreva sotto la strada. Passammo villa Schifanoia e poi la villa dove Boccaccio, mi raccontavano allora, aveva scritto il Decamerone. Ci fermammo soltanto per risposare dalle parti delle Cure e poi ci incamminammo, stanchi, affamati e spaventati verso il cuore della città.
I fiorentini ricordano quel mese di luglio come il crogiolo da cui spuntò l’alba della nostra liberazione. Ma fu un crogiolo molto profondo, che fino all’ultimo, alla grande battaglia finale, continuò a riempirsi del sangue dei nostri martiri. Bisognava attraversarlo, quel luglio del ‘44, per avere l’11 agosto, il rintocco della Martinella. “Luglio amaro” diciamo ancora.
Lentamente, ma con tutto il coraggio e la competenza dei capi politici e militari della Resistenza la città si era preparata all’emergenza: il tempo sembrava lento a passare, scandito dalla vita quotidiana appesa come non mai alle voci sul nostro futuro. Mio padre aveva cercato rassicurazioni sulla sorte della biblioteca (che nessuno però poteva dargli) che lui non abbandonava mai: luogo di lavoro, ancora in quei giorni, suo, di Eugenio Montale e di Carlo Emilio Gadda.
Le preoccupazioni infine erano per i parenti che vivevano al sud o al nord: nessuna notizia, nulla si sapeva di quelli che forse erano ancora nascosti nei conventi, oppure erano già stati deportati. Era come vivere dentro una parentesi, che consentiva, forse, di tirare avanti ma senza nessuna speranza, nessuna sicurezza. Eppure fu in quei momenti terribili e come sprigionata dalla tensione che si era accumulata, che cominciò a sentirsi una energia nuova e molti fiorentini che fino all’ultimo erano stati in disparte, ora cercavano di fare qualcosa, sentivano che presto la loro inerzia sarebbe stata imperdonabile.
Io avevo voglia di correre e di giocare come sempre nel tempo delle vacanze. Ma ero sola, altri bambini c’erano e non c’erano, con il grande trambusto delle famiglie che scappavano improvvisamente in cerca di rifugi sicuri.
La ritirata tedesca da Roma libera era avvenuta, secondo tutti gli storici, in due fasi, una più rapida che va fino all’arrivo degli alleati al lago Trasimeno, poi una molto impacciata, quando si rallentò la salita verso il nord.
Ed è in questo rallentamento che trova spazio e si scatena la ferocia tedesca: fucilazioni, impiccagioni, eccidi segnano la “ritirata lenta”, secondo gli ordini del feldmaresciallo Kesserling, per il quale la lotta contro le “bande” era posta sullo stesso piano della “guerra al fronte”. I partigiani sanno che devono convergere sulla città, la circondano poco alla volta, pagando con centinaia e migliaia di morti. Il 3 luglio i partigiani della divisione “Spartaco Lavagnini” liberano Siena.
Avvengono tra i fascisti movimenti già indicativi della ritirata, di una previsione della inevitabilità della sconfitta. Il 7 luglio parte per il Nord il maggiore Mario Carità, il torturatore e assassino. Gli subentra Giuseppe Bernasconi, maresciallo delle Ss italiane, già torturatore a Roma, (era stato lui a scegliere i nominativi di coloro che furono trucidati alle Fosse Ardeatine). Un personaggio molto conosciuto a Firenze, dove già agli albori del fascismo, si era distinto nella squadraccia chiamata “Disperata”, ben nota a San Frediano per la persecuzione degli antifascisti. Era fuggito da Roma per tornare a Firenze il giorno della liberazione della capitale. Cambiati gli aguzzini Villa Triste è così ancora in funzione. Il 15 luglio viene catturato Bruno Fanciullacci, il gappista medaglia d’oro al valore Militare che dopo ore e giorni di torture in via Bolognese riesce a gettarsi dalla finestra e muore il 17 luglio.
Ogni anno, ogni primavera, mi capita di fare una breve sosta alle due lapidi nere di piazza Tasso. Una di esse è dedicata a tutti i partigiani dell’Oltrarno morti per la libertà e l’altra ai civili uccisi in piazza, verso le otto di sera del 17 luglio del ‘44. I tromboncini sono sempre i primi fiori che spuntano su quel pezzetto di prato ancora oggi sottratto ai giochi dei bambini del quartiere. Non trovo altre parole per ricordare se non quelle, scarne e definitive, pronunciate da Piero Calamandrei al processo di Lucca: “…per terminare il quadro di insieme di questa banda di assassini non posso non ricordarvi di passaggio la strage di piazza Tasso, quando all’improvviso quelle persone pacifiche che stavano a prendere il fresco, in gran parte donne, vecchi e bambini, videro arrivare un autocarro di militi col mitra imbracciato al comando di Bernasconi, vestito di bianco, sopraggiunto nella sua automobile e che una testimone che assisteva dalla finestra descrive che dava gli ordini
‘come un maestro di musica’; e furono colpiti da raffiche che uccisero tre uomini e un bambino, Ivo Poli e furono ferite tre donne: e in mezzo il Bernasconi che dava gli ordini… Niente di più straziante e di più bestiale: le donne ferite mentre cercavano di mettere in salvo i loro bambini. Il terrore”. Ivo Poli, quattro anni, morto tra le braccia della mamma che impazzita dal dolore, continua a chiamarlo per nome e a stringerlo a sé.
Poco prima della nostra fuga da San Domenico, attorno al 26 di luglio, Radio Londra aveva dato la notizia dell’arrivo, dalle parti di Poggibonsi, delle prime truppe alleate: indiani e neozelandesi. Non so davvero se noi, il nonno e il babbo, o uno dei due fossero riusciti ad ascoltarla e se fosse con questa informazione preziosa che ci affrettavamo quel giorno verso un rifugio nel centro della città. Noi non riuscimmo comunque, quella sera, a raggiungere Palazzo Strozzi, dove mio padre era deciso ad arrivare nella sua ferrea decisione di “salvare i libri” della biblioteca. Ci fermammo invece esausti a piazza San Marco e dormimmo all’Accademia. Là si erano rifugiati i Colacicchi, i nostri amici di Vallombrosa, perché a Giovanni che insegnava pittura era stata affidata la direzione. Una sala, credo fossa l’aula grande di pittura, era stata trasformata in dormitorio: i pochi materassi disponibili e qualche coperta erano distesi per terra. C’erano molti rifugiati che non conoscevamo, ma tanti altri vecchi amici. Così imparammo che in città c’era ancora meno di quello che avevamo a San Domenico: niente acqua se non quella rimasta nei termosifoni o quella che tiravano su dai tombini della piazza per poi bollirla in certe stufe tonde chiamate “porcellini” bruciando vecchie casse e tutto ciò che trovavano nelle cantine dell’Accademia. Un giorno però, ricorda Flavia Colacicchi nel suo prezioso libro su quel tempo, scoprirono che nel giardino dell’Opificio delle Pietre Dure c’era un pozzo a cui riuscirono ad attingere passando per un giardinetto interno fra i due edifici. L’Accademia si era riempita di molti professori e delle loro famiglie. Giovanni Colacicchi faceva la spola col Comitato toscano di Liberazione e riusciva ad avere qualche notizia sugli sviluppi della guerra, mentre Flavia, come sempre, faceva la staffetta con i capi partigiani già pronti, in vari nascondigli del centro, per il gran giorno. “Solo noi donne potevamo circolare per trasmettere notizie e ordini”. I loro nomi? “Non li ho mai saputi, conoscevo solo i soprannomi”. “Ci risolvemmo a mangiare i pesci rossi che stavano nella vasca del giardino situato fra gli studi di scultura e di incisione. Ci salvarono dalla fame”, ha ricordato Flavia.
La mattina successiva ci avviammo per via Cavour verso piazza Strozzi. Passavano, rari, soltanto i famosi carretti tirati da uomini anziani, con sopra tutti i loro averi. Ammucchiati fra le stoviglie e i materassi anche bambini. Era come se un pezzo di città si stesse spostando da un lato a un altro, ma senza fretta, forse senza una meta certa se non le cantine dei grandi palazzi nella speranza che la furia tedesca degli ultimi giorni li avrebbe risparmiati. Un comunicato del Comitato di Liberazione del 30 luglio afferma: “Attualmente trovansi in Firenze circa 500.000 persone, cioè il doppio della popolazione normale”. Sono davvero tanti coloro che hanno cercato rifugio dalle campagne “razziate e saccheggiate dalle truppe tedesche in ritirata”.
(3continua)

Il primo racconto

Il secondo racconto

 

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