I giorni della fame e delle torture

bonsantiLa casa di via Bolognese nel cui giardino mio padre aveva dato alle fiamme un pezzo della storia letteraria del novecento, era proprio passata la curva del Pellegrino. Solo pochi metri più in su, dall’altra parte della strada, c’era Villa Triste, il luogo della tortura e della morte gestito dal maggiore Carità e dalla sua banda. “Vestiva in borghese, ma a guisa sportiva: camicia alla Robespierre e calzoncini corti. Sui capelli, nerissimi, spiccava una candida ciocca in mezzo alla fronte, il grugno suino…’
Vi avverto’ disse Carità entrando subito nel vivo ‘che vi sono due soluzioni per voi: o la fucilazione alla schiena o la deportazione in Germania. Se direte tutto, vi do la mia parola di vecchio soldato che mi limiterò a farvi deportare in Germania’”. Così raccontò il sopravvissuto Augusto C. Dauphiné che era stato tra le sue vittime.
L’inferno di Villa Triste fu descritto da Piero Calamandrei, avvocato di parte civile, nel processo che si tenne a Lucca dopo la guerra. “NON si può entrare in quest’aula senza sentire una stretta al cuore, come se il fiato mancasse; in una caverna o in un sotterraneo. Qui dentro non ci sono soltanto giudici e  avvocati: ci sono pianti disperati, urla di strazio e imprecazioni e maledizioni ma ci sono anche preghiere e messaggi di fede fraterna. Ci sono visioni infernali; ma ci sono anche angeli che trasvolano e fanno cenno dall’alto… Sta alla vostra sentenza, signori giudici, dimostrare che la civiltà non è fallita… Gli strumenti per spezzare le giunture, i ginocchi, le costole sono stati inventati, ma gli strumenti per spezzare le coscienze, certe coscienze, nessuno li ha inventati”.
Gli storici non esitano ad attribuire al sacrificio dei martiri della banda Carità il merito di aver reso forte e imbattuta nella sua struttura la resistenza fiorentina.
La città in quella tarda primavera del ‘44 era ferita e torturata ma non si  piegava. E poi c’era la fame. Anche a me, come a tanti altri bambini, fu necessario imparare a fare la fila. Andavo insieme alla mia tata (la mamma era incinta) là dove si distribuivano ad esempio, le patate.
Le fila erano lunghissime, non potevo nemmeno fare una corsa, un gioco con qualche altro ragazzino per spezzare l’attesa perché chi lasciava la fila doveva poi rifarla da capo, nessuno teneva il posto. Era un vero supplizio. Quando si arrivava in cima, finalmente, la tata mi consegnava la tessera (un’altra l’aveva lei) e mi gridava impaziente che tutti sentissero: “Che le vuole la tua mamma le patate?”.
Io dovevo rispondere subito di sì e così ce ne andavamo con due sacchetti pieni. Idem con le rape, o con il pane. Le rape, soprattutto. La stessa tata annunciava con fierezza e ironia tutta toscana: “È pronto: oggi minestra di rape, secondo di rape e rape invece della frutta”. Eppure con le rape siamo sopravvissuti. E di rape abbiamo sfamato gli amici che venivano a rifocillarsi. A cominciare da Carlo Emilio Gadda, ancora memore della fame patita durante la prigionia in Germania nella Prima guerra mondiale.
“Oggi Carlo Emilio ne ha prese tre scodelle…” annunciava la mamma, sorridendo ma forse anche desolata.
La Firenze che ritrovarono a maggio tutti quelli che avevano pensato, durante l’inverno, di cercare rifugio in campagna e sui colli e che ora si preparava alla grande battaglia per la libertà era invasa dalle macerie. I bombardamenti si erano portati via insieme agli edifici vicini alla ferrovia e ai principali nodi stradali anche tante vite umane. Accadeva di passare accanto a delle case da poco bombardate.
Settant’anni dopo è ancora impossibile cancellare quel brivido nel guardare le stanze squarciate, l’intimità della vita cancellata dalla violenza, il giorno rimasto appeso a ore che non scorrevano più. Così la quotidianità entrava a far parte della storia che si portava via le persone e i loro sentimenti privati. Oggi era andata bene, domani poteva toccare a te. La ricostruzione è stata lenta, nel dopoguerra e soprattutto non uniforme.
Oggi è difficile che accada, ma fino a poco tempo fa ci si imbatteva ancora, soprattutto in periferia, in edifici tutti bucherellati e solo i più anziani riconoscevano i segni delle cannonate.
Imparai, come tutti, cosa fosse interrompere qualunque gioco all’aperto o in casa e correre verso il rifugio più vicino, che però nella paura di non riuscire a raggiungerlo, sembrava allontanarsi, nello spazio e nel tempo, e le gambe davvero tremavano; era come se non rispondessero alla volontà di fuga. Poi, in quelle cantine, in quegli angoli di edifici affollati si stabiliva una sorta di improvvisa intimità: era il comune impulso alla sopravvivenza che ti faceva scambiare un sorriso, un sorso d’acqua, una galletta, mentre nel silenzio, accovacciati, spesso con la testa fra le mani per proteggersi dal tuono delle bombe, qualcuno cominciava a piangere, a lamentarsi. A singhiozzare. Si faceva amicizia, in quei lunghissimi minuti, ore alle volte.
Quel sentimento della comunità del rifugio mi comparve improvvisamente davanti quando, nel maggio del 1972, il grande scultore Henry Moore venne a Firenze per la sua storica mostra al Forte di Belvedere, e a me che tremebonda lo intervistavo per “Il Mondo” dette in mano da sfogliare i famosi taccuini da lui disegnati nella sotterranea di Londra, nel 1941, sotto le bombe tedesche. Semplici tratti di matita, curve accavallate che colsero nel mistero dell’arte il significato del rifugio antiaereo e, appunto, del crearsi di quella comunità di cittadini nel furore della guerra. Distese di corpi uno accanto all’altro, avvolti in grandi lenzuoli, madri con i bambini in grembo e quasi rassegnate in una pazienza atavica, in discorsi fra loro. Disegni che poi si faranno sculture, simbolo della calma accettazione della violenza della storia.
Presto la vicinanza con Villa Triste diventò troppo rischiosa, per tutti noi e per tanti abitanti di via Bolognese che rimaneva comunque la principale arteria di comunicazione verso il Nord.
La mamma era inoltre ancora sotto tiro delle spie fasciste e dormiva in giro per case di amici. Le Ss, ricordo, davano pacchi di sale in cambio di delazioni.
E sfollammo ancora (quante case abitammo in così poco tempo… Mi capita ancora oggi di trovarmi in un angolo di Firenze che improvvisamente mi risulta singolarmente familiare e allora dico fra me: forse anche qui abbiamo dormito) questa volta verso San Domenico. Probabilmente era già giugno, le date ancora mi ballano nei ricordi e non c’è più nessuno che possa metterli a posto.
È probabile che i miei d’istinto cercassero in quei giorni di allontanarsi il più possibile dal cuore della città, dai luoghi dei grandi martiri, dal Campo di Marte che aveva visto il 22 marzo la fucilazione dei cinque giovani rastrellati a Vicchio; dalla piazza D’Azeglio dove il 7 giugno i tedeschi in borghese avevano arrestato e annientato gli uomini e le donne di Radio Cora.
Furono giorni strani, quelli che precedettero l’emergenza e dunque l’ultima fuga e l’ultimo ritorno nel cuore della città. Mentre i tedeschi attrezzavano i colli di Fiesole a diventare il centro dell’attacco e della resistenza contro l’esercito liberatore, che prima o poi sarebbe giunto anche a Firenze, mio nonno mi portava a spasso per le strade ripide verso San Francesco o Monte Ceceri e osservava da esperto stratega quei preparativi.
“Presto ci cacceranno anche da qua” diceva. E mi raccontava. Parlava di un’altra guerra che da giovane aveva combattuto, e di come ad Adua, nel 1896, era sopravvissuto rimanendo immobile per ore (giorni?) sotto i cadaveri dei militari morti. La notte venivo presa da incubi orrendi, mi sognavo quell’immobilità, provavo a trattenere il respiro fino quasi a soffocare: mi preparavo pensando che qualcosa di simile poteva accadere anche a me, in questa guerra che stavamo vivendo.
Forse le guerre erano tutte uguali. Poi il nonno mi insegnò a cucinare il pane attorno a un sasso: ma doveva essere perfettamente rotondo per distribuire il calore solare che solo quello c’era stato per lui in Etiopia. Quando finalmente trovai dalle parti di Fonte Lucente il sasso rotondo mi fu spiegato che da noi probabilmente non sarebbe servito e ci rimasi male. Due guerre, due secoli, un vecchio ferroviere che passava da una all’altra con la naturalezza di chi sa da sempre che la guerra fa parte della vita e così la morte che è sempre più vicina di quanto tu possa pensare.
Il nonno avvertiva la sirena prima ancora che cominciasse a suonare, e tornavamo più in fretta possibile verso casa o verso altri rifugi. Ne ricordo uno in particolare, dalle parti del cimitero di Fiesole, dove andammo più d’una volta era una sorta di grotta lunga, stretta e buia ma sembrava molto solida. Non riuscivo a capire come facesse il nonno a “sentire” gli aerei prima ancora che arrivassero, e mi pareva un miracolo, una magia dovuta alla sua tanta esperienza: nella campagna d’Africa era stato telegrafista, forse anche quello voleva dire qualcosa. Raccontava di quando fu incaricato di spedire un messaggio: “Preparate buon brodetto” per avvisare le truppe dell’arrivo di un generale il cui nome ho naturalmente dimenticato. Certo lui era il primo ad accendere la radio e ad ascoltare le notizie di Radio Londra: allora io non sapevo di cosa si trattasse ma ricordo tutta la famiglia attorno alla vecchia radio, in momenti quasi religiosi della giornata.
Quando arrivano i liberatori? Perché ci mettono tanto?
Il 30 giugno del 1975 intervistai per “Epoca” il generale Mark Wayne Clark, il comandante in capo della quinta armata. L’uomo che ai fascisti che propagandavano un presunto interesse territoriale degli Usa sull’Italia aveva risposto con fierezza: “Chiediamo soltanto abbastanza terreno da poter seppellire i nostri morti”. Ero molto intimidita, avevo tante domande da fargli tra le quali quella di allora: perché ci avete messo tanto tempo, ad arrivare da Salerno, dove eravate sbarcati nel settembre del 1943?
Con un linguaggio molto militare aveva cercato di spiegarmi le difficoltà degli sbarchi (i primi sul continente europeo) sulle spiagge da cui intravedeva i templi di Paestum, dovendo comandare un esercito fatto di divisioni americane e inglesi insieme: armamenti diversi, addestramenti diversi, obiettivi diversi. E accennò alla diversità di strategia che lo distingueva dal generale Alexander, il capo di tutto il corpo di spedizione alleato che sbarcò in Sicilia. Mi raccontò infatti della sua avversione ad attaccare Cassino perdendo mesi importanti, dove lui era da sempre convinto che non ci fossero i tedeschi: tanto che dopo la guerra vi tornò e fece una sua dettagliata inchiesta con i monaci sopravvissuti. Mi disse che altri avrebbero voluto essere i primi ad arrivare a Roma, ma questo no, lui non lo consentì ed entrò da conquistatore, il 4 giugno passando sotto il Colosseo e puntando a piazza Venezia dove la sua jeep fu colmata di fiori e di melograne, un frutto che non aveva mai visto.
Fu allora, guardando il Colosseo, che il suo attendente pronunciò una frase rimasta celebre: “Dio mio, generale, guardi in che stato lo abbiamo ridotto con le nostre bombe!”.
A un certo punto dell’intervista avevo chiesto al generale Clark cosa pensasse del ruolo avuto dai partigiani. Sapevamo che spesso c’era stata tensione fra gli alleati e i nostri combattenti. Ma non ebbe alcuna esitazione: “Fecero un lavoro straordinario. Erano sempre avanti a noi e noi li rifornivamo paracadutando armi e tutto ciò che serviva. Loro ci consentivano di avanzare. So che molti erano comunisti, ma questo non mi interessava, prima di tutto erano partigiani combattenti, facevano parte della grande strategia per distruggere la dittatura fascista”. Lei, generale, rifarebbe oggi quello che fece allora? “Rifarei tutto” rispose. Aggiunse che dopo la conquista di Roma, l’unica linea sulla quale i tedeschi in fuga verso nord si sarebbero attestati non poteva che essere quella dell’Arno, e così fu. Aveva un solo rammarico: troppi morti, troppe stragi di civili innocenti. E poi avrebbe voluto essere lui a prendere Mussolini, “ma i partigiani arrivarono prima di noi”.
La cassetta di quell’intervista fatta nel ‘75 è ancora misteriosamente integra e la voce del generale Clark è bella e squillante mentre risponde alle mie domande. Fa parte anche essa dei cimeli che mi trascino da un’età all’altra della vita, per non dimenticare. Mentre l’esercito del generale Clark colmava la distanza fra Roma libera e Firenze occupata, le truppe della polizia militare tedesca compivano alcune delle stragi più crudeli nei paesi del Valdarno e attorno a Firenze.
Il mese di giugno del ‘44 con i suoi morti innocenti contribuì alla creazione di quel “popolo di morti” di cui parlò sempre Piero Calamandrei. Ma noi che fummo risparmiati dalla bufera, anche se vedemmo il volto dei carnefici e quello delle loro vittime abbiamo diritto oggi di parlare e scrivere di loro? Si addice forse il silenzio ai nostri ricordi? Lo storico Leonardo Paggi, che, il 29 giugno, da bambino, vide i tedeschi sterminare il padre a Civitella Val di Chiana, nel suo saggio sul“Popolodimorti”editodal Mulino nel 2009 parla della necessità del sopravvissuto di “trascendere” a un certo punto della sua vita “la memoria del proprio lutto nella storia della bufera di cui esso fu parte”. Paggi cita dei versi di Montale: ”…Memoria/ non è peccato fin che giova. Dopo/ è letargo di talpe, abiezione/ che funghisce su sé..”.
Ho sempre inteso come una grande immeritata ricchezza l’aver “visto” la guerra, aver “visto” gli aguzzini, aver conosciuto le vittime. Aver guardato in faccia un partigiano ferito, che forse si salvò. Sono grata di saper leggere ogni lapide che incontro per strada. Sono grata di conoscere il prezzo della libertà. E penso che sia un dovere non disperdere nulla, della “bufera” che nel ventesimo secolo ci trascinò, affamati e inseguiti, da un angolo a un altro della nostra città.
Fin quando i ricordi “giovino” ancora al sentimento della libertà.

Leggi la prima parte

 

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