«Niente sconti a Silvio. Ma bisogna dialogare»

guerini«Impiccarci su una settimana prima, o una settimana dopo, non ha alcun senso…». Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, conferma che sarà impossibile approvare in prima lettura la fine del bicameralismo perfetto entro le elezioni europee.
Le riforme segnano il passo?
«Assolutamente no. L’importante è che il treno vada avanti con decisione e nel rispetto degli obiettivi che abbiamo presentato agli italiani».
Berlusconi non vuole un Senato che sia «un’adunata di sindaci».
«Il dibattito sulle riforme va depurato dalle fibrillazioni elettorali. Con le opposizioni e, in particolare, con Forza Italia, troveremo un accordo su una composizione del Senato che sia in forte relazione con la rappresentanza territoriale».
Non siete un po’ troppo morbidi con Berlusconi? Quelle parole sui tedeschi e i lager…
«Le condanniamo senza mezzi termini. Sono assolutamente sbagliate, fuori dalla nostra possibile giustificazione. Ma le riforme costituzionali devono essere fatte con tutte le forze politiche che hanno deciso di confrontarsi con noi».
Qual è la strategia? Far sì che Forza Italia non vada troppo male alle Europee?
«I voti non sono nella disponibilità di nessuno, il risultato di Forza Italia è un tema che non ci interessa e che non possiamo determinare».
Perché siete così convinti che Berlusconi non mollerà Renzi?
«Un grande obiettivo porta con sé alcuni rischi, ma io credo che saranno compensati dal senso di responsabilità. Con Forza Italia pensiamo di aver sviluppato con paziente determinazione i presupposti per un confronto, che consentirà di realizzare in Parlamento queste riforme necessarie al Paese. Nessuno si prenderà la responsabilità davanti agli italiani di far saltare il tavolo. E sicuramente non sarà il Pd».
Perché Giachetti dice che la minoranza vuole far saltare il tavolo?
«Da come vivo la mia esperienza nel Pd, vedo un impegno comune a sostenere il processo dentro una normale dialettica. Siamo un partito abituato a discutere e poi a decidere insieme. Non vedo ragioni perché in questa occasione, così importante, i nostri parlamentari dovrebbero compiere uno strappo rispetto a un tema che ci definisce come comunità politica».
Napolitano ha chiesto a Renzi di trovare un accordo con la minoranza del Pd. Chi vincerà il braccio di ferro?
«Ritengo sbagliato, sulla riforma del Senato, ragionare di maggioranza o minoranza del Pd. La posizione di Renzi è sostenuta anche da ampi settori della cosiddetta minoranza. Nel nostro partito il dibattito è ammesso, auspicato e praticato. Ma poi, al momento della decisione, il Pd sa trovare la sintesi».
Libertà e Giustizia denuncia «pressioni inaccettabili» sulle voci critiche del Pd, a cominciare da Chiti, «per salvare il patto con Berlusconi». È così?
«Voglio essere molto chiaro. Per noi la discussione è un valore positivo e le epurazioni sono pratiche che lasciamo ad altri partiti. Sono altri che espellono i dissidenti, noi no. E non accettiamo lezioni di democrazia interna da nessuno. Rispettiamo le posizioni differenti, discutiamo, dopodiché facciamo una scelta».
Non vi appellerete alla disciplina di partito?
«Non siamo una caserma, ma una comunità di donne e uomini liberi che discutono. Nessuno viene espulso per opinioni diverse, ma arriva un momento in cui il dibattito interno produce una decisione del partito e a quella posizione ognuno si rapporta con responsabilità».
Con chi ce l’aveva Renzi quando ha detto «a sinistra un gruppo della dirigenza politica vive di pregiudizio»?
«Non sono l’esegeta di Renzi, però non credo che il riferimento fosse a un’area organizzata dentro il Pd, quanto a una cultura politica che non si è ancora misurata fino in fondo con l’essere forza di governo e motore del cambiamento».
Tra i senatori si dice che domani, quando Renzi parlerà al gruppo, minaccerà di portare tutti al voto e non ricandidare chi si oppone…
«Sono leggende. Nessuno minaccia il voto, i problemi del Paese richiedono tempi lunghi e così le riforme. Certo non ci interessa far sopravvivere un governo o farci risucchiare dalla palude».
Per il premier l’elezione diretta dei senatori produce ceto politico, lei condivide?
«Il principio dell’elezione indiretta è costitutivo della proposta del governo, intervenire qui vorrebbe dire snaturarla. D’altronde il Senato delle autonomie non è una novità per il centrosinistra, dall’Ulivo al governo Prodi del 2006. L’idea che si componga con l’elezione indiretta per noi è un punto fermo».

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