Dalle barricate al dialogo, la svolta dei Professori. L’apertura dei promotori dell’appello convinti anche dalle critiche interne

I «Professoroni» ieri hanno detto che «la chiudono qui». «Punto e capo»: vuol dire, almeno sembra, che non ci saranno più «attacchi» pubblici alla riforma renziana del Senato, nè successive messe a punto, nè, subito dopo, «ritorni» circolari con altri toni sullo stesso tema. Gustavo Zagrebelsky in un’intervista a La Stampa ha ammesso che l’appello firmato dall’associazione Libertà e Giustizia (LeG) «forse è stato tranchant (l’appello era contro “la svolta autoritaria del governo”, ndr)», anche se, aveva aggiunto, forse anche per tenere il punto, che «Renzi con noi è presuntuoso». Al tempo stesso il professore ha anche lanciato una proposta al premier: «L’idea di un Senato di 40 eletti e con funzioni di controllo vere». Poi, Zagrebelsky si è autoimposto il «time out», lo stop ai botta e risposta.
Il presidente del Consiglio ha «raccolto» il messaggio distensivo dell’ex presidente della Corte costituzionale e, durante la conferenza stampa per la presentazione del Def, ha dichiarato: «Sono contento che anche quei professori che erano contrari ora stanno cambiando idea».
Quindi, l’ultima iniziativa di Zagrebelsky , ieri sera, è apparsa per quella che forse era fin dall’inizio. Non una marcia indietro, non un vero e proprio mea culpa , ma una strategia più dolce per farsi sentire dal capo del governo prima che il ddl costituzionale venga approvato da entrambe le Camere. Un modo per chiedere a Renzi — che ha voluto ricordare che, in qualità di presidente del Consiglio, ha «giurato sulla Costituzione, non sui professoroni» — di aprire un tavolo sulle riforme.
Alla svolta «dolce» del leader di Libertà e Giustizia sembra aver contribuito fortemente anche il dibattito interno ai circoli della stessa LeG. Un dibattito critico. Anzi, più correttamente si dovrebbe scrivere, fortemente critico, nei confronti dell’iniziativa dell’«appello» contro le riforme di Matteo Renzi, firmato anche da Stefano Rodotà, Sandra Bonsanti , Salvatore Settis, Nadia Urbinati, Barbara Spinelli, Dario Fo, cui poi si sono aggiunte le firme di Beppe Grillo e Roberto Casaleggio. Ebbene, più di un coordinatore dei circoli di «Libertà e Giustizia» ha avuto molto da dire contro l’appello. Anzi, una serie di email circolate all’interno (e rivelate ieri dal Foglio ) hanno addirittura «controaccusato» i vertici di LeG della stessa colpa che questi ultimi avevano lanciato contro Renzi, parlando esplicitamente di «svolta autoritaria» dei capi del movimento. Da Pisa a Roma, alla Bassa Val di Cecina, è stato tutto un fiorire di «distinguo» e di «dissento». Carteggi in cui emerge che molti associati, dopo aver letto l’appello contro le riforme di Renzi, non solo si sono rifiutati di firmarlo, ma si sono dimessi da LeG. Gli sfoghi di chi è rimasto sono anche peggio. Perché lamentano di non essere stati consultati, protestano per la scarza democrazia interna, parlano esplicitamente di «svolta autoritaria» dei vertici dell’associazione. Una situazione incandescente che si è venuta a creare nella prima settimana di aprile. Brucia a tutti la mancata consultazione preventiva, ma anche l’assenza di proposte concrete, in alternativa a quella messa in campo dal governo .
Ecco quindi perché, in risposta alla stessa critica avanzata anche da Gian Enrico Rusconi, di non essere propositivo, Zagrebelsky ha «lanciato» la sua ricetta di riforma dell’assetto istituzionale (dimezzamento dei deputati, due senatori per regione, durata fissa e lunga, senza possibilità di essere rieletti) e ha teso la mano a Renzi, anche se ancora non si può parlare di «disgelo».

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