Le attività dei circoli

perugia paolettiL’informazione e i suoi paradossi. Ci sono temi che non occupano le prime pagine dei giornali e raramente compaiono nei dibattiti – più o meno infervorati – degli italiani ma che, invece, contano, e non poco. Come media ed informazione, di cui si è parlato a Perugia nel corso di un (partecipato) incontro pubblico che Libertà e Giustizia Perugia ha organizzato sabato 29 marzo assieme ad Articolo 21, associazione impegnata nella promozione della libertà di manifestazione del pensiero e che Diletta Paoletti, coordinatrice del circolo LeG ci racconta. Ospite Renato Parancandolo, giornalista, già direttore di Rai Educational. Ad intervistarlo e a moderare il dibattito, Federico Fioravanti, giornalista. Si parte da una constatazione, chiara quanto amara: il giornalismo, in Italia, non è un potere autonomo. «Non è un contropotere – spiega Fioravanti – e non è, per usare un’espressione cara alla tradizione giornalistica americana, il whatchdog nella fattoria del cittadino».
Secondo Parascandolo, si tratta di analizzare il contesto: il nostro paese è al 54° posto nella graduatoria mondiale sulla libertà di informazione. Tre anni fa eravamo al 57° posto, con un’oscillazione di soli tre punti dovuta alla fine del governo Berlusconi e della sovrapposizione potere politico- televisioni». Il problema è che non si è lavorato abbastanza sulla costruzione di un’audience consapevole e formata. «In Italia – continua Parancandolo – ci sono venti milioni di cittadini con solo la quinta elementare, c’è un problema di analfabetismo, compreso quello di ritorno. Un terzo della popolazione attiva che non è in grado di seguire un’argomentazione complessa, di scrivere o di dialogare in forma critica. Il consumo di tv pro capite è di quattro ore e mezza». Ma che tipo di televisione? Già perché il servizio televisivo pubblico è una peculiarità tutta europea, assente in molte altre parti del mondo. È parte del welfare del vecchio continente, come lo sono la sanità e la scuola pubblica. Ma in Italia, ahinoi, il servizio pubblico ha dovuto rincorrere la tv commerciale, quella che vive di pubblicità. Ecco allora che lo spettatore diventa la merce, impacchettata attraverso l’auditel e venduta al committente. «La transazione commerciale, infatti, è tra emittente televisiva ed agenzia di pubblicità, l’impresa che vende – spiega Parascandolo – e, in questo rapporto, il cittadino non è, come si potrebbe pensare, il consumatore, ma la merce».
Ecco allora il proliferare di un fenomeno molto italiano, i talk show politici: il nostro, infatti, è l’unico tra i paesi occidentali ad averne di così numerosi. «Si tratta – secondo Fioravanti – di spettacolo, intrattenimento, in cui la suggestione dell’immagine ha la meglio sulla lettura approfondita. Il telespettatore non esce dallo stato di minorità, non ricorda le argomentazioni ma le immagini». E non solo, lo show della politica ha progressivamente soppiantato le grandi trasmissioni di inchiesta (di cui oggi rimangono solo pochi esempi, tra cui quelle di Milena Gabanelli e Riccardo Iacona). Parascandolo racconta della RAI tra la metà degli anni ‘70 e la metà degli anni ’80, quando esistevano programmi di inchiesta sociale come “Cronaca” (da lui stesso curato) ai tempi in cui «canale 2 era il canale di riforma della Rai, all’avanguardia». La fabbrica Alfa Romeo di Arese, il carcere di Rebibbia e tante altre realtà. Poi mano a mano – secondo l’equivoco per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni – l’inchiesta sparisce dalle reti e dai quotidiani e non viene sostituita dall’intrattenimento, ma dallo show della politica. La questione è dunque, nelle parole del giornalista rai, strutturale: ai fatti vengono sostituite le parole, le opinioni.
Numerosi gli interventi del pubblico, a sollevare questioni di grande interesse. Come quella del ruolo dei nuovi media, arma a doppio taglio, della serie siamo molto più informati ma di un’informazione che resta – il più delle volte – in superficie. C’è anche chi ha invocato la “rottamazione di parole”, di quelle parole della politica che spesso, invece che fare chiarezza, producono confusione. Citato anche il problema della carenza di etica deontologica nei singoli professionisti dell’informazione.
Dai vivaci interventi dei presenti è emerso il grande interesse per un tema multiforme e appassionante, profondamente connesso ai temi della democrazia, della cittadinanza e della partecipazione. Perché media e informazione non orientano solo le nostre conoscenze ma, sempre più, orientano il nostro agire nello spazio pubblico.

A Ravenna, la presentazione del libro “Il gioco grande del potere” . La serata con l’autrice, Sandra Bonsanti

1 commento

  • Libertà e Giustizia scenda in piazza,contro la svolta autoritaria,contro la riforma costituzionale del senato,contro la riforma presidenziale della costituzione,che è la riforma della p2, scendiamo in piazza con altre associazioni come Libera di Don Ciotti,come le scolaresche delle scuole di Roma,come la Fiom ecc.ecc.

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