I campioni della giustizia incostituzionale

Martelletto_GiustiziaUna può essere un caso, due somigliano a un incidente di percorso, tre dovrebbero cominciare a essere un problema, ma quattordici leggi sulla giustizia dichiarate incostituzionali esprimerebbero un giudizio tombale su qualunque stagione politica, se solo si collegassero i puntini di un decennio invece di fermarsi alla singola istantanea.
Adesso, infatti, a essere bocciata dalla Corte Costituzionale è la norma che all’interno della legge Fini-Giovanardi sugli stupefacenti puniva allo stesso durissimo modo droghe leggere e droghe pesanti, in forza di un emendamento trapiantato senza senso nel 2006 nella procedura di conversione del decreto legge sulle Olimpiadi invernali di Torino. Ma prima la mannaia della incostituzionalità era caduta sull’aggravante della clandestinità nel «pacchetto sicurezza» Maroni. Era stato bocciato anche l’altro «pacchetto sicurezza» che per alcuni reati introduceva presunzioni assolute e automatismi nella custodia cautelare in carcere. Censurato l’eccesso di delega nella mediazione obbligatoria. Annullata una disposizione dell’indultino 2003. E una dopo l’altra erano già state cancellate la legge Schifani sull’immunità di cinque alte cariche dello Stato e la successiva legge Alfano sulla sospensione dei processi alle quattro più alte cariche dello Stato. E poi l’altra legge Alfano sul «legittimo impedimento» del premier e dei ministri. E la legge Pecorella sull’inappellabilità delle assoluzioni di primo grado. E parti della legge Bossi-Fini sull’immigrazione. E la legge per tagliare fuori il pm Giancarlo Caselli dalla corsa alla Direzione Nazionale Antimafia. E quella che dava ai sindaci un eccessivo potere di ordinanze in materia di sicurezza pubblica. E la legge ex Cirielli sull’irragionevolezza di taluni meccanismi del calcolo della recidiva. Senza dimenticare, più di tutte per rilevanza, la legge elettorale «Porcellum» di Calderoli. Appunto tredici leggi incostituzionali tra il 2001 e il 2010.
Considerare ora l’insieme del film, anziché soffermarsi sul singolo fotogramma, avrebbe il vantaggio di suscitare almeno quattro riflessioni sia sugli attori sia sulla sceneggiatura.
La prima investe la credibilità di protagonisti di quella stagione politica che oggi, trasmigrati in altre maggioranze e issati tuttora a ruoli di rilievo in governi uscenti o nascenti, si atteggiano come niente fosse, quasi passanti fischiettanti rispetto a scelte che all’epoca invece avevano fortemente voluto o condiviso: e se certo nessuno pretende autocritiche di stampo maoista, forse però una qualche revisione autocritica gioverebbe loro, qualora proprio dovessero insistere a ritenere di dover continuare a esprimersi su giustizia e riforme istituzionali.
La seconda è che, se in quasi tutte queste leggi l’incostituzionalità era stata immediatamente (e inutilmente) segnalata da più parti durante l’iter parlamentare, molte di esse sono state votate (e imposte) nel volgere di poche settimane, a volte addirittura di pochi giorni: segno che, diversamente dalla vulgata che punta a legittimare l’abolizione del Senato, il legislatore, quando è assai (benché mal) motivato, non incontra ostacoli nel bicameralismo perfetto: se mai è il pur malconcio bicameralismo perfetto, da aggiornare con accorte modifiche dei regolamenti parlamentari, ad aver tante altre volte consentito di evitare in extremis analoghi scempi giuridici.
La terza riguarda i costi sociali di queste leggi testardamente volute benché palesemente incostituzionali: soldi sprecati, tribunali intasati, inefficienze di sistema, ma soprattutto destini personali martoriati perché stritolati nell’incerto stratificarsi e nell’altrettanto incerto sciogliersi di matasse normative incoerenti.
La quarta è che solo questo sguardo d’insieme a un decennio di incostituzionalità di leggi sulla giustizia può mettere in guardia anche future maggioranze di diverso segno politico dal ricadere nei medesimi errori: leggi dettate da emergenze presunte, norme imposte da ondate emotive, salsiccioni di comma eterogenei dentro cotechini legislativi del tutto eterogenei, sono sirene tentatrici anche per i governanti odierni, tanto più se pervicaci nell’eccesso di ricorso allo strumento del decreto legge.

1 commento

  • Dal 48 ad oggi ogni Parlamento ha dimostrato una qualità peggiore del precedente per arrivare alla assoluta mediocrità dei più recenti (cuffaro, cosentino, razzi, scilipoti, de gregorio, dell’utri, berlusconi, ecc.).

    Da ciò deriva l’inferno quotidiano che siamo costretti a vivere: giustizia, fisco, ambiente, evasione fiscale, stato sociale, galere, immigrazione, lavoro, economia e finanza…

    E se è vero che le responsabilità maggiori sono della casta, è altrettanto vero che quel ceto “colto e riflessivo” di alto prestigio di cui il Paese ancora dispone, ha lasciato che ciò avvenisse osservando con distacco, scrivendo editoriali e libri, tenendo seminari e conferenze per pochi intimi mentre altri plagiavano a milioni con le TV, lanciando “i famosi appelli e raccolte firme”.

    E siamo ancora qui, incapaci di esercitare quei poteri di Democrazia Diretta che la Carta ci consente, per liberarci di quaraquaquà e compagni di merende!

    E siamo ancora, qui costretti a sperare in quel “nuovo” che non ci può piacere, incapaci di fare altro…

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