Antologia di un mandato scomodo

Elisabetta Rubini - Consiglio di PresidenzaA pochi giorni dalla fine della canicola agostana, si è concluso l’ultimo atto della lunghissima vicenda Lodo Mondadori, la disputa tra la Fininvest della famiglia Berlusconi e la Cir della famiglia De Benedetti. Con una condanna per la Fininvest a versare 494 milioni di euro alla Cir, la III sezione civile della Suprema Corte di Cassazione ha messo l’ultima parola sulla più che ventennale Guerra di Segrate, che alla fine degli anni ’80 portò Silvio Berlusconi ad assicurarsi il controllo di uno dei maggiori gruppi editoriali italiani. A vincere per la terza volta nell’interesse della holding di Carlo De Benedetti sono stati Vincenzo Roppo ed Elisabetta Rubini Tarizzo che avevano seguito la vicenda anche nei primi due gradi di giudizio, affiancati in questa terza fase da Nicolò Lipari.
«Quando mi fu proposto, quel mandato non interessava a nessuno perché sembrava la lotta donchisciottesca di chi si scaglia contro i mulini a vento». È così che Elisabetta Rubini, memoria giudiziaria del caso, ricorda il suo coinvolgimento nella Guerra di Segrate. Quando, nel lontano 1999, le venne affidato da Cir, per cui già era consulente esterna, il compito di seguire gli aspetti civilistici del processo istruito dal Tribunale di Milano per corruzione in atti giudiziari (il man dato penale fu conferito a Giuliano Pisapia ndr).
E continua: « A valle della sentenza di primo grado penale, nel 2004 mi fu chiesto di individuare qualcuno che insieme a me avviasse il processo civile per quantificare il danno economico subito da Cir a seguito della svantaggiosa spartizione del Gruppo Mondadori determinata dalla corruzione. Sentii diversi colleghi, uno dei quali si rese inizialmente disponibile ma – quando iniziò a farsi largo la tesi su una presunta persecuzione giudiziaria a danno di Silvio Berlusconi – preferì tirarsi indietro. Finalmente Roppo accettò di condividere con me quest’avventura ».
Il «mandato scomodo», durato complessivamente quasi 15 anni tra il processo penale e quello civile, ha creato un precedente senza eguali nel panorama giudiziario, politico e mediatico italiano. « Anche se la tematica era tutt’altro che politica », sotto linea Rubini. E prosegue: « Si procedeva per quantificare i danni conseguenti a un reato comune, la corruzione di un giudice, commes so nel contesto di una lotta per il controllo di un gruppo societario. Quindi di politico non c’era assolutamente nulla se non il fatto che il mandante di questa corruzione, individuato in tutte le sentenze che si sono susseguite, era la Fininvest di proprietà di Silvio Berlusconi, l’uomo politico più potente d’Italia ».
Eppure, non si può certo dire che il Lodo Mondadori sia stato un contenzioso ordinario. « Così come ho detto che non è mai stata una tematica politica, altrettanto apertamente dico che per tutti gli attori è stata una tematica sicuramente di tipo etico», precisa Rubini. Il contenzioso, di «grossissima conflittualità», da un punto di vista tecnico è stata «un’esperienza formidabile». Ha dato a Rubini modo di affrontare, tanto nel giudizio civile quanto nel penale, questioni processuali e sostanziali di estrema complessità: ricusazioni, rinvii alla Corte costituzionale, istanze di spostamento del processo dal foro di Milano e ben 15 motivi di ricorso in Cassazione – «un vero primato», afferma Rubini – da parte di Fininvest. Facendo un bilancio di tutta la vicenda, «i cui futuri sviluppi all’inizio erano insospettabili», l’elemento più gratificante per Rubini è stata «la qualità delle persone con cui ho lavorato, sia dal punto di vista professionale che etico. Siamo stati una squadra coesa, favorita anche dal fatto di essere in pochi, che ha con diviso le difficoltà e la volontà di affermare un principio di legalità e rispetto della legge anche nelle contese tra aziende».
Oltre i tre nomi noti – Roppo, Lipari e la stessa Rubini – nel corso del processo civile hanno pre stato consulenza anche il processualista Andrea Proto Pisani e tre collaboratori dello studio Rubini, Guia Viligiardi, Doriana Pastori e Giacomo Rojas Elgueta.
Lo studio, che oggi si presenta come una boutique « al momento ancora non associata » di sei professionisti, è stato creato da Rubini nel 1991. Dopo essersi formata presso lo studio del giuslavorista Giovanni Pantaleoni («mi inse gnò non poco, poiché il processo del lavoro è una buona scuola per chi si occupa di contenzioso») e aver lavorato per un paio di anni da De Berti Jacchia, agli albori degli anni ’ 90, comincia l’avventura in solitaria. «Facevo molta fatica ad adattarmi ai vincoli che un’organizzazione molto strutturata impone», racconta Rubini. «Una caratteristica che senz’altro mi riconosco è quella di essere una persona autonoma. Inoltre, all’epoca lavoravo all’istituto di Diritto civile della Statale di Milano (da cui provengo no anche tre dei suoi cinque collaboratori ndr), ragion per cui necessitavo di massima flessibilità nella gestione del lavoro».
L’incontro con Carlo De Benedetti è quasi im mediato e avviene per il tramite dell’ex Ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, allora Direttore generale di Cir. Si avvia così una collaborazione che durerà anni non solo con De Benedetti, ma anche con Passera, a cui Rubini continua a prestare consulenza anche quando l’ex Ministro diventa prima, nel 1992, co-amministratore delegato del Gruppo Olivetti, e poi, nel 1998, amministratore delegato della neonata Poste italiane. Presidente di due organismi di vigilanza, quello di Atm e di Barclays Italia, Rubini annovera in portafoglio clienti come Seat, il Gruppo L’Espresso e Mittel.
Ai legali di Cir in Cassazione è stata liquidata una parcella da circa 900 mila euro. Una cifra che poteva essere pari al doppio se la Suprema Corte non avesse deciso di dimezzarla per «la complessità e la novità delle questioni trattate (che emergono anche dalla operata correzione della motivazione della sentenza di appello) e l’accoglimento di uno dei 15 motivi di ricorso» della Fininvest. Ragioni che hanno portato il collegio a disporre «la compensazione per la metà» delle spese.
Oggi, i riflettori sono stati spenti sul Lodo Mondadori per essere accesi, per la prima volta, sull’unica quota di genere in aula nel corso di tutto il procedimento. La stessa che, con pazienza certosina, ha tenuto un profilo mediaticamente basso durante l’intero corso della vicenda. «I processi si sono svolti per anni con una sorta di permanente assedio giornalistico. Noi come parte Cir non avevamo interesse a una mediatizazzione del caso perché era evidente che sarebbe stata a nostro svantaggio. Quindi abbiamo cercato di mantenere un profilo estremamente basso. Le uniche dichiarazioni fatte sono state quelle rese a sentenze emesse poco più che sotto forma di comunicati stampa ». È così a processo chiuso, Rubini può esprimere il sollievo per la fine del mandato. «È stata un’esperienza incredibile, è vero. Però 15 anni sono davvero lunghi».

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