La banalità del male, un film per ricordare

arendtÈ tutto nello sguardo di una bravissima Barbara Sukowa, magistrale interprete di Hannah Arendt, il senso del film di Margarethe Von Trotta sulla nota (e controversa) filosofa tedesca. Uno sguardo attento, acuto. Profondo. Uno sguardo che vuole capire quello che molti – per il troppo dolore – non hanno voluto capire.
Gerusalemme, 1961. Hannah Arendt è l’inviata del New Yorker al processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, quello che i giornali prima, la storia poi definiranno il processo del secolo. Sceglie con coraggio di accettare una sfida, anzitutto con sé stessa, con il suo passato e con i suoi personalissimi ricordi: quelli del lager francese di Gurs dove è stata internata prima di riuscire a scappare, ottenendo nel 1941 un visto per il “paradiso”, come era solita chiamare l’America che accolse lei e tantissimi altri in fuga dall’Europa dei totalitarismi.
Lascia dunque il suo appartamento nell’Upper West Side di Manhattan, condiviso con l’amato marito Heinrich Blucher, salotto più che buono dell’intellighenzia newyorchese, scenario di tante serate, in bilico tra inglese e tedesco. Lascia i suoi studenti, che la seguono appassionati nelle sue dissertazioni, concedendole – ma solo alla seconda ora – una sigaretta.
Ed ecco le immagini (autentiche, in bianco e nero) del processo. Irrompe sullo schermo la maschera piatta, grottescamente inespressiva di Eichmann. Irrompe il dolore dei testimoni, protagonisti del dramma dei campi di concentramento, sfuggiti per caso allo sterminio. Irrompe la liturgia di un processo che avrebbe voluto essere pietra tombale sui crimini commessi, catarsi e vendetta, prima di tutto morale. Ed è qui che Hannah Arendt arriva a capire due cose. Due cose importanti.
Che nella macchina dell’orrore messa in moto dal regime nazista l’ingranaggio Eichmann funzionava non per un credo ideologico o razziale, non per scelta consapevole. Ma per incapacità di pensiero, per mediocrità. Un burocrate del male, un oscuro impiegato del terrore, votato alle legge e agli ordini superiori. Terribile – ma anche insipido – contabile di morte. «Il peggiore male al mondo è il male commesso da “nessuno”», spiegherà Hannah ai suoi studenti.
E mentre il carnefice si annulla nella sua mediocrità – questa l’altra riflessione – è proprio l’annullamento la forma massima di crudeltà che infligge alle sue vittime: il male, quello vero, sta nel rendere inutili, vuoti e miseri i propri consimili.
Scrive questo ed altro Hannah Arendt sul New Yorker, in cinque articoli che preludono ad un volume, “La banalità del male” che raccoglierà, sviluppandole, queste riflessioni. Affronta questi ed altri tabù (come il ruolo dei Consigli ebraici di fronte al nazismo). Attira a sé odio e accuse, in primis dalla comunità ebraica, negli Stati Uniti come in Israele, ma anche di alcuni liberal di New York, infastiditi da una mente non allineata.
Si aliena vecchi e nuovi amici.
Ma non i suoi studenti, che – forse più di altri liberi da pregiudizi e invidie – arrivano a comprendere il doloroso ragionamento della filosofa che preferisce farsi chiamare pensatrice, di questa donna coraggiosa che vuole comprendere e difende la libertà di pensiero.
Perché cercare di capire non significa giustificare.

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