Se scompare la norma contro i super editori

WebTv_schermiIN QUELL’HAPPENING parlamentare che è diventata ormai l’approvazione della legge finanziaria, ribattezzata eufemisticamente legge di Stabilità, la norma non compare. E non c’è neppure nel cosiddetto “decreto milleproroghe” che il governo si appresta a presentare entro l’anno, come i saldi di fine stagione.
Se nessuno di lorsignori se ne ricorderà in tempo, il 31 dicembre prossimo decadrà perciò il divieto di incroci fra televisione e carta stampata, stabilito nella famigerata legge Gasparri per compensare il trattamento di favore riservato al Cavaliere e rassicurare i suoi avversari. Dal 1° gennaio 2014, quindi, il titolare di una concessione tv potrà acquistare anche la proprietà di un quotidiano: per esempio, Silvio Berlusconi potrà riprendere il controllo diretto del “Giornale” che a suo tempo finse di cedere al fratello Paolo; o magari, conquistare il “Corriere della Sera”, “La Stampa” o qualsiasi altra testata nazionale che il legittimo editore sia disposto a cedere.
Il divieto, in realtà, scadeva già l’anno scorso. Ma la legge di Stabilità del governo Monti, approvata a dicembre del 2012, stabilì appunto una proroga di dodici mesi. E ora ci risiamo.
Intendiamoci: nell’ottica della multimedialità, un’editoria moderna dovrebbe articolarsi su più mezzi e svilupparsi su diverse piattaforme. Imperniata sul bit, la comunicazione digitale non fa più distinzioni tra carta, televisione e radio. E Internet è il “medium dei media”, la grande rete che coinvolge e contamina tutti i contenuti, i codici, i linguaggi. Un divieto del genere, dunque, non dovrebbe avere più ragion d’essere.
La situazione italiana, però, fa ancora eccezione. Con una concentrazione televisiva così abnorme, e tre reti generaliste in mano a uno stesso operatore privato, l’eventualità di un incrocio proprietario fra tv e carta stampata risulterebbe un’ulteriore minaccia al pluralismo dell’informazione e alla libera concorrenza. Tanto più che si tratta di un soggetto che, benché “decaduto” da parlamentare, è pur sempre il leader immarcescibile di un partito politico, già pronto a ricandidarsi alle prossime elezioni europee.
Oggi, verosimilmente, Berlusconi ha tutt’altro a cui pensare: deve ancora capire se finirà in carcere, a leggere magari l’ultimo libro sul suo amico Bettino Craxi; oppure se verrà affidato ai servizi sociali per andare a “pulire i cessi” — come ha paventato recentemente lui stesso — nella comunità di don Mazzi. E quanto al fido Gasparri, anche lui ha qualche pendenza con la magistratura, dalla quale è stato accusato di peculato per aver utilizzato a fini personali 600mila euro dei fondi assegnati al suo gruppo parlamentare, poi restituiti un anno dopo.
Il problema, tuttavia, non è né Berlusconi né tantomeno Gasparri. La questione riguarda piuttosto l’assetto del sistema televisivo italiano e più in generale quello dell’informazione. Evidentemente, non si può andare avanti a colpi di proroghe all’infinito. Un altro anno di tempo sarà utile senz’altro per arrivare a una soluzione definitiva: bastano tre righe per spostare il termine al 31 dicembre 2014. Ma, dopo che saranno state affrontate le principali emergenze economiche e sociali, sarà opportuno che la “maggioranza della decadenza”, formata da Pd, Sel e Movimento 5 Stelle, metta mano a una riforma complessiva che assicuri finalmente il pluralismo dell’informazione e la libera concorrenza.

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