La lezione di Rodotà sui “diritti” costituzionali

fotoRodotàAd accogliere Stefano Rodotà questa mattina all’Università di Bari è una gremitissima aula “Aldo Moro” nel Dipartimento di Giurisprudenza. L’occasione è stata la lezione conclusiva del corso di Sociologia del Diritto del prof. Pannarale, a cui hanno partecipato studenti di tutte le facoltà e cittadini che non sono all’Università. Segno che la discussione sui diritti appassiona e aggrega.
Il problema resta però sempre lo stesso e lo sottolinea lo stesso Rodotà nel suo intervento: non si vede una classe sociale che sia in grado di portare avanti la rivendicazione dei diritti. Una classe come quella operaia degli anni ’70 che ha consentito l’approvazione di leggi fiore all’occhiello dell’Italia nel mondo:  la riforma del diritto di famiglia, la sanità pubblica, lo Statuto dei Lavoratori per citarne alcune.
“Allora era il Parlamento a realizzare il cambiamento” afferma Rodotà. Ora sono i giudici a segnare la strada di riforme necessarie a modernizzare lo Stato. Rodotà fa degli esempi, primo fra tutti il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali. La Corte di Cassazione nel 2012 ha definito, infatti, come “radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico della stessa esistenza del matrimonio” basandosi su una pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 2010.
Il sentiero è tracciato anche per la legge del 2004 sulla fecondazione assistita, in più punti dichiarata incostituzionale, o per la rappresentanza sindacale. Pochi mesi fa la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalità proprio dell’articolo dello Statuto dei Lavoratori sulla rappresentanza sindacale nella parte in cui non prevede che la stessa  “sia costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie di contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti  dei lavoratori dell’azienda”, ponendo fine alla posizione di forza dei sindacati firmatari di contratti aziendali, inevitabilmente scelti dal datore di lavoro. La stessa contrattazione aziendale con l’art. 8 del D.L. 138/2011 è in grado di derogare le previsioni legislative.
“L’attuale stato dei diritti in Italia è insoddisfacente”: afferma Rodotà dopo questo elenco di “inadempimenti” del legislatore. Ma c’è una soluzione? Secondo il costituzionalista sì e non può che essere un recupero totale della dimensione costituzionale, dato che uno dei limiti della discrezionalità politica del legislatore è proprio il controllo di costituzionalità. L’altro è contenuto nell’ultima parte dell’articolo 32 della Costituzione: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
I diritti costituzionali quindi sono l’unica bussola della politica, si potrebbe riassumere. All’obiezione sui doveri che tanto impera nella realtà attuale, Rodotà risponde subito nel suo intervento: la dimensione dei doveri è insita nel cittadino e nella Repubblica. Lo status giuridico di cittadino porta con sé una relazione istituzionale con gli altri e quindi doveri verso gli altri. Mentre per la Repubblica vale il combinato disposto dell’articolo 3 secondo comma e del 117 della Costituzione: l’obbligo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale per consentire la partecipazione di tutti i lavoratori alla vita pubblica spetta a tutte le articolazioni della Repubblica: dallo Stato ai comuni.

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