Novecento: la famiglia che resiste ai cataclismi di un secolo

ginsborg_24_novembrePer Marinetti era un’istituzione “assurda” e “preistorica”. Quasi sempre un carcere. Una “grottesca pigiatura di anime e nervi”, di cui liberarsi al più presto. La moglie, però, andò a cercarsela nella buona borghesia piemontese, le chiese la mano alla maniera di un signorotto dell’Ottocento — invocando tutti i suoi avi più lontani — mandò le figliole dalle suore a Trinità dei Monti e impedì loro di frequentare artisti bohémien. Un caso isolato, quello dell’inventore del futurismo?
Proviamo ad affacciarci in Spagna, più o meno negli stessi anni. Ecco la bella Margarita Nelken, teorica della rivoluzione nella vita pubblica e privata. Credeva nel libero amore e fino alla fine gridò il suo furore contro “l’ipocrita farsa” della famiglia borghese: quella stessa che faticosamente aveva messo in piedi e poi tanto le sarebbe mancata, in uno dei quartieri più eleganti di Madrid. E la povera Inessa Armand, protagonista dell’emancipazione femminile nella Russia infuocata dalla rivoluzione? Alla fine s’adattò al ruolo dell’amante, molto compianta da Lenin dopo la prematura morte, ma pur sempre subalterna nella convenzionale triangolazione con la paziente moglie Krupskaja.
La famiglia? Difficile abbatterla o scioglierla in una forma di vita sociale superiore, ancora più complicato invaderne i confini fagocitando segretezza, amore, amicizia. Non ci riuscirono le più grandi rivoluzioni del Novecento né i totalitarismi che in qualche caso ne scaturirono. Fallirono dittatori e leader carismatici, splendide amazzoni della libertà sessuale e ardenti teoriche di nuove relazioni sentimentali. Ne furono sconfitti anche i movimenti libertari, sperimentando presto a proprie spese che un ambiente affettivamente senza legami aggrava le pene d’amore anziché curarle. Se dovessimo trovare un filo conduttore per le quasi settecento documentatissime pagine che Paul Ginsborg dedica all’istituzione famigliare nella prima metà del Novecento, uno potrebbe essere proprio questo: qualsiasi utopia anarchica, progetto sovversivo o ideologia rivoluzionaria sono destinati ad arrestarsi sulla soglia di casa. Perché a smentirli interviene o la realtà storica realizzata, oppure — più banalmente — gli stessi comportamenti personali dei protagonisti, quasi tutti obbedienti a una inesorabile legge: rovesciatori d’altari in pubblico, tradizionalisti nel privato (Famiglia Novecento, Vita familiare, rivoluzione e dittature 1900-1950, traduzione di Emilia Benghi, Einaudi).
È un affascinante racconto storico, denso di paradossi e contraddizioni tra legislazione e vita reale, quello che affiora da decennali studi sul campo di Paul Ginsborg. Un ampio affresco che copre popoli e culture assai variegate – Russia, Turchia, Italia, Spagna, Germania – colti sempre in un momento di drammatica transizione, tra rivoluzione e dittature del secolo scorso. Un lavoro innovativo che riporta in primo piano un soggetto ingiustamente escluso dalla storia. Gli esiti di questo sguardo capovolto? La conclusione dello storico inglese — e non mancherà certo discussione — è che nessuno dei regimi novecenteschi, neppure il più terribile, può essere definito totalitario, proprio perché non riuscì mai a essere così “onnicomprensivo” e “distruttivo” nei confronti delle famiglie. Nessuno, insiste Ginsborg, eguagliò il livello di controllo fisico e mentale descritto da George Orwell. Ci si avvicinarono i nazisti e Stalin, più distanti Mussolini e Franco, ma c’è sempre una zona che resiste. Momenti di “privacy e intimità”, “codici segreti”, “strategie e solidarietà” che sfuggono al controllo del tiranno.
E a proposito di tiranni, il merito dello studioso è anche quello di aver tuffato il naso nelle loro complicate vicende familiari. Dietro ogni dittatore si nasconde sempre un figlio unico di padre assente e madre iperprotettiva, condannato a un destino di orfano precoce. Da qui l’invocazione costante di una stabilità familiare, che è innanzitutto funzionale al nuovo ordine imposto, ma anche il riflesso di una fragilità patita in gioventù. Una corrispondenza che spaventa nel caso di Stalin, tra tutti il bambino più sfortunato, traumatizzato da un padre alcolista e dalla reclusione penitenziale in un collegio ortodosso
russo. Il modello distruttivo sarebbe stato poi trasferito dalla famiglia di origine a quella procreativa e ancora all’intera società sovietica. Ma se Stalin è «il più terribile dei patriarchi», Hitler è quello che riuscì a esercitare sulla vita famigliare la maggiore capacità di controllo, essendo la Germania la più moderna tra le nazioni analizzate. Per le “buone famiglie tedesche” non ci furono particolari problemi, almeno fino alla guerra. Ma per tutte le altre, liquidate come “estranee” o “inferiori”, era pronta la macchina dell’orrore.
La palma del tradizionalismo spetta al Generalissimo Franco, per cinquantadue anni marito fedele, l’unico che possa fregiarsi del titolo di buon padre di famiglia. Della sua, naturalmente. Nonostante l’aspetto flemmatico, “quel bel tomo del Caudillo” — così lo sfotteva Galeazzo Ciano, che però sarebbe durato assai meno di lui — fu uno dei più spietati nei confronti degli avversari e delle loro famiglie, a cui fu impedito perfino di seppellire i cadaveri dei loro cari. Il caso spagnolo è tra i più interessanti anche per il contrasto tra fervore rivoluzionario e mentalità machista. La Costituzione repubblicana del 1931 introdusse il divorzio assai prima che in Gran Bretagna e in Francia (per non dire dell’Italia), un atto rivoluzionario nella cattolicissima Spagna. Ma poi, quando si trattò di dare il voto alle donne, anche da sinistra qualcuno suggerì che sarebbe stato meglio concederlo solo a quelle in menopausa.
Studiare la famiglia significa studiare i rapporti di genere, costantemente soggetti a una doppia marcia: da un lato le norme dei vari codici, dall’altra la vita famigliare reale, che molto spesso contraddice le disposizioni più illuminate. Difficile che le due velocità possano coincidere. Non accadde in Spagna, ma neppure nella Russia bolscevica. Aleksandra Kollontaj, l’unica donna che sedette nel governo di Lenin, fu anche la sola a riconoscere nella sessualità una tematica rivoluzionaria. “Eros alato”, lo chiamava, tra i sorrisi sarcastici dei compagni. Lo stesso Lenin non ne assecondava il libertarismo sentimentale, anche perché i rivoluzionari marxisti — ad eccezione di Antonio Gramsci — raramente si sono posti tante domande sulla famiglia. Però le idee della Kollontaj avrebbero influenzato nel 1918 la nuova legislazione sulla parità femminile, ben più avanti dei codici occidentali ma più tardi smentita clamorosamente dalla storia.
E l’Italia del fascismo? Più delle confuse politiche di Mussolini — sintetizzate da Gadda nell’ossimoro della “virile vulva” — agì sulla società italiana il rassicurante magistero della Chiesa cattolica. Il nuovo codice civile fu partorito in ritardo, soltanto nel 1942, distinguendosi non certo per eguaglianza tra coniugi ma per gli articoli antisemiti. Più dirompente al confronto la legislazione di Atatürk, che ruppe nel 1926 con le prassi ottomane e islamiche garantendo alle donne alcuni rivoluzionari diritti, almeno dentro il matrimonio. Ma il grande fautore dell’emancipazione femminile nella vita privata preferiva amanti remissive. E alla domanda su cosa apprezzasse di più nelle sue compagne, il padre della patria turca era solito rispondere: «La loro disponibilità».

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