L’Ucraina e la richiesta di democrazia

ucrainaDeve avere la memoria corta il Presidente della Federazione russa Vladimir Putin, per essersi così in fretta dimenticato della capacità di reazione della popolazione ucraina. Era il 2004 ed erano i tempi della “Rivoluzione arancione”, che tanto spaventò il Cremlino: allora si protestava contro i risultati, truccati, delle elezioni presidenziali ucraine; oggi i manifestanti di Kiev invocano l’Europa e voltano le spalle ancora una volta all’ingombrante vicino, rifiutando le sue pesanti avances. Il 21 novembre la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il governo ucraino ed il presidente Viktor Janukovic fanno saltare l’accordo di associazione e libero scambio tra Ucraina e Ue, che si sarebbe concluso nel corso del vertice di Vilnius a fine mese. Un’improvvisa retromarcia, quando tutto, e da tempo, faceva deporre per un positivo esito delle trattative. Ad infiammare la piazza proprio i commenti a caldo dello stesso Yanukovich, che si è definito impegnato a rinsaldare le relazioni con Mosca (dove, non più tardi dello scorso venerdì, ha incontrato lo stesso Putin). Relazioni, per storia e per collocazione geopolitica, già più che solide: a quasi venticinque anni dall’implosione dell’Unione sovietica, il Cremlino continua a esercitare una pesante influenza su Kiev, inclusa la strategica questione del gas naturale.
Nel tentativo di persuadere l’Ucraina a guardare a Mosca e non a Bruxelles, i russi hanno perseguito una doppia strategia, solo apparentemente contraddittoria: da una parte, una serie di restrizioni commerciali sui prodotti ucraini, istituite nel corso dell’estate come assaggio del salato prezzo che il paese avrebbe pagato nel caso di un allontanamento dalla Russia. E, insieme, la minaccia di chiudere i rubinetti del gas o quanto meno di aumentarne le tariffe. Dall’altra, l’oligarchia russa ha avviato direttamente trattative con quella ucraina, facendo appello diretto agli interessi finanziari dei leader di Kiev. Bastone e carota, dunque, per blandire e spaventare al tempo stesso. Una politica estera recidiva, dunque, quella russa, che non molla la presa sul boccone più succulento: «l’Ucraina – spiega Gideon Rachman sulle colonne del Financial Times – con i suoi 45 milioni di cittadini, il suo vasto territorio, le sue risorse economiche e i suoi rapporti di lunga data con la Russia,  avrebbe dovuto essere il gioiello della corona, e conta molto più della Moldavia o della Bielorussia».
Fino a domenica 8 dicembre e all’abbattimento della statua di Lenin – “momento catartico” lo definisce il New York Times – rappresentazione plastica di un rifiuto, della volontà di voltare pagina rispetto ad un passato cupo e da cancellare. Ma anche la dimostrazione del desiderio di un futuro che possa garantire la stabilità nella democrazia. In piazza sventolano bandiere blu e gialle: quella ucraina e quella stellata dell’Unione europea. La maggior parte dei protestanti non hanno dirette affiliazioni politiche.
Così a scricchiolare è tutta la politica estera della Russia di Putin il cui obiettivo, neanche tanto celato, è la realizzazione di una sfera di influenza che occupi buona parte dell’ex Unione Sovietica, che potrebbe chiamarsi Unione Euroasiatica . Nella storia più recente, nessun avvenimento ha spaventato il Cremlino più della “Rivoluzione arancione” nel 2004. Oggi la sollevazione filoeuropea in Ucraina spaventa di nuovo e mette a repentaglio la visione di Putin di una Russia influente nel mondo e nel cortile di casa, polo di attrazione e di comando. Dall’altra parte c’è Bruxelles, che, nella sua politica di partenariato, fa dell’economia un traino verso la democrazia, cercando di facilitare la transizione di paesi come Ucraina, Moldavia e Georgia verso l’economia di mercato, spiega alla CNN Ulrich Speck, del think tank Carnegie Europe.
E negli accordi con l’Europa molti ucraini vedono un aggancio ad un futuro migliore e la strada verso un rule of law di chiara matrice occidentale, che potrebbe costituire l’antidoto alla cronica corruzione pubblica delle élites che guidano il paese (le ultime classifiche di Transparency International collocano l’Ucraina tra gli Stati più corrotti, al 144° posto su 177). A questo punto l’Ue non deve fare altro che mantenere l’accordo di associazione – cosa che, stando alle più recenti dichiarazioni di Barroso, sembra stia avvenendo – e cercare di orientare il processo e l’uscita dalla crisi. Insomma, l’Europa deve – attraverso un complesso negoziato – cogliere l’occasione e fare da sponda alle pacifiche aspirazioni del popolo ucraino. Si tratta, in altri termini, di favorire il completamento della rivoluzione arancione e di quel processo democratico rimasto incompiuto, in un paese dove nulla è semplice e pesanti responsabilità risiedono tanto tra i governativi, quanto nelle opposizioni.
Ma la questione ucraina sta anche a dimostrare come l’Europa – pur malconcia, provata dalla crisi e da perduranti politiche di esasperata austerità – sia ancora un forte richiamo. Un richiamo fatto niente meno che di libertà, diritti e democrazia.
Raccogliere questa sfida significa anche, per il vecchio continente, fare un esame di coscienza e riannodare i fili di questa importante e invidiata tradizione.

2 commenti

  • Analisi molto interessante, soprattutto perché sottolineato il fatto che l’Europa dovrebbe mettere maggiormente in luce il suo ruolo di “esportatrice” di vera democrazia, cosa che finora è avvenuta sempre in modo molto limitato… C’è da chiedersi cosa succederebbe se nascesse una rivolta democratica anche a Mosca, e se i Russi cominciassero a chiedere di avvicinarsi alla UE…
    In tale prospettiva si potrebbe ipotizzare per il futuro la creazione di un’ Europa ovest-est con un mercato immenso e immense risorse energetiche. In quel caso potrebbe davvero assumere il ruolo di grande potenza planetaria, a tutti i livelli… Per ora è fantapolitica, ma chissà…

  • Grazie, Giuseppe.
    In effetti lo scenario ucraino (come altri) può rappresentare per l’Europa un’utile occasione di riflessione su questa sua importante tradizione.
    Occorre recuperare un po’ il terreno perduto in fatto di diritti e solidarietà: il lungo periodo di crisi ha prodotto anche da noi un qualche arretramento in questo senso..
    Insomma, nel mondo siamo sinonimo di libertà e diritti: dobbiamo impegnarci per poter continuare a meritarci una simile considerazione!

    Quanto agli scenari geopolitici che immagini, niente è da escludersi. Una richiesta simile potrebbe venire dallo stesso popolo russo (vedi, ad esempio, le forti proteste alla rielezione di Putin). Ma forse ancora troppo forte è il dato culturale, fatto di storia e di tradizioni, che ci divide…
    Poi si riapre il dibattito…quali sono i confini d’Europa?

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