Dalla politica un piano serio per la giustizia

Giustizia_genericoQualche sera fa, a Ballarò, Edward Luttwak parlava dello stupore degli americani per il fatto che Berlusconi, condannato a quattro anni di reclusione per frode fiscale, non è in carcere a scontare la sua pena. Secondo Luttwak (non un giustizialista amico dei comunisti e delle toghe rosse) poco importa se davvero, come sostengono i sostenitori di Berlusconi, il processo è stato anomalo e la magistratura è politicizzata. Conta la condanna, e le condanne si scontano.
Ascoltandolo, il pensiero andava ai ricorrenti richiami, da parte del Presidente della Repubblica, al “conflitto” tra giustizia e politica.
Se il Presidente con questa parola intende evocare la strategia di discredito di Berlusconi nei confronti della magistratura e i tanti tentativi- riusciti, fino al primo agosto scorso – di sottrarsi ai processi e alle proprie responsabilità, il termine “conflitto” è del tutto fuorviante. La magistratura in questi anni ha fatto il proprio dovere, e si dovrebbe spiegare meglio, se ci si riesce, da quali fatti si ricavi la tesi di una attività giudiziaria in “conflitto” con Berlusconi.
Forse però il Presidente intendeva porre una questione di ordine generale:  l’esistenza di una più o meno sistematica invasione di campo da parte della giustizia penale nei confronti della politica tale da suscitare reazioni e controffensive, e non solo a livello mediatico.  Se è così, valutiamo le parole di Napolitano tenendo presenti quelle di Luttwak, che nella loro semplicità e brutalità rimandano al tema del ruolo della giustizia in un sistema istituzionale e, nello specifico, in quello italiano del tempo che viviamo. Rimandano, anzitutto, alla definizione del senso stesso del far giustizia.
E’ ovvio che far giustizia non equivale a carcere, quasi che senza carcere non possa esserci giustizia. Ma una giustizia penale che non preveda sanzioni adeguate (nel senso di proporzionate, tendenzialmente giuste, miti finché si può) è una giustizia irragionevole. Molto spesso inutile se non addirittura dannosa.
E’ altrettanto ovvio che le sanzioni dovranno essere più gravi per i fatti più gravi e più lievi – fino a sparire – per quelli più lievi,  in cui il danno prodotto  è modico o del tutto assente.
E una stessa condotta deve essere giudicata più grave per chi vive in condizioni personali o sociali che gli consentono di scegliere diversamente, per chi persegue illecitamente profitti ulteriori rispetto a quelli abituali già rassicuranti, per chi profitta di posizioni di potere, per chi danneggia in modo grave diritti ed interessi altrui, pubblici o privati.  Meno duro sarà il giudizio per coloro che, per condizioni personali e sociali, possono essere più facilmente tentati dalla trasgressione penale.
E sembra altrettanto ovvio che tutto questo non deve essere solo previsto in astratto e in via generale, ma deve vivere in concreto. Non basta far leggi più o meno buone. Le leggi devono poter vivere e operare, diventare diritto vivo, aiutare per quanto possibile il legno storto a raddrizzarsi.
Tutto questo sembra ovvio a tutti. Possibile che non lo capisca la nostra classe politica?
E’ stato costruito negli anni, pezzo per pezzo, un sistema giudiziario apparentemente privo di senso. Irragionevole, perché non in grado di attribuire con equità torti e ragioni, di ricercare una gradualità (effettiva, non teorica) delle risposte in relazione alla reale gravità sociale delle condotte. Un sistema, per questo motivo, contrario alla Costituzione che prevede il principio di ragionevolezza come profilo integrante di quello di uguaglianza (articolo 3). Un sistema a maglie larghissime che per fatti gravi , soprattutto in ambito pubblico, spesso non riesce a rispondere con l’autorevolezza necessaria non riparando il danno sociale cagionato.
E’ utile qualche esempio. Intanto, le procedure. Contrabbandate per strumento di garanzia, sono diventate una specie di gioco dell’oca pieno di ostacoli e tranelli formali. Arrivare al traguardo è di per sé un successo.   Nel frattempo corre la prescrizione, abbreviata da e per Berlusconi e soci, e mai più riportata a quote accettabili da chi in seguito avrebbe potuto.
La legge Severino “anticorruzione” riduce anzi i termini per molti (quasi tutti) i casi di concussione e non li aumenta per la corruzione.
Il sistema, quando non ce la fa attraverso le leggi, a volte trova poi adeguate contromisure con la giurisprudenza.
Un esempio può chiarire. Spesso in passato la Cassazione ha stabilito che perché ci sia corruzione è necessario individuare l’atto specifico oggetto del patto corruttivo. Quando questo non è possibile, pur risultando che il pubblico ufficiale era a disposizione o a libro paga del corruttore (e dunque ha venduto se stesso, non un singolo un atto) il fatto non sussiste. E così molti imputati “eccellenti” sono stati assolti, dichiarandosi poi, oltretutto, vittime di malagiustizia.
Per non parlare del tentativo, troppo spesso riuscito, di trascinare nei giri che contano anche qualche magistrato.
I risultati di tutto questo sono evidenti. In carcere ci vanno i poveri, i malviventi e malvissuti, i colpevoli di reati facili e veloci da accertare tramite processi rapidi e in concreto poco garantiti. La legge Bossi-Fini e il demenziale reato di clandestinità sono solo l’esempio più clamoroso.
Per gli altri colpevoli, non solo il carcere ma anche una condanna è un’eventualità lontana.
E sia nei processi, sia in ambito politico, nessuno si assume la responsabilità delle proprie condotte. Un’osmosi tra due culture che si descrivono come contrapposte.
Non solo si nega, ma si creano artifici dialettici, si ribalta la realtà. Nel processo è legittimo, in politica no, ma in questo la comunicazione politica e le strategie processuali spesso si somigliano.  Usano gli stessi schemi, incoraggiano le stesse risposte vittimistiche e le  denunce di complotti e di calunnie.  In entrambi gli ambiti la parola vuota o menzognera funziona, è ammessa, non è sanzionata. Una via d’uscita si troverà, nel processo e a livello politico.
E allora torniamo a Luttwak e alle parole di Napolitano.
Dov’è il conflitto tra politica e giustizia?
Non sarà vero, invece, che questo sistema giudiziario in realtà è funzionale, per la sua inefficacia e per le scelte di fondo che lo ispirano, alla tutela del potere, in primo luogo quello politico?
Le condizioni disastrose in cui si trova la giustizia sono frutto di semplice incapacità politica, o si tratta di una scelta?
L’illegalità, soprattutto quella del potere politico ad ogni livello, ha un costo altissimo per il paese sotto ogni profilo ed è diventata fattore strutturale e dato politico di fondo.  Dalla politica ci si attende un piano serio per la questione giustizia, per ridarle efficacia e senso. Senza toccare i principi costituzionali, da cui al contrario si deve ripartire.

1 commento

  • Ho letto con interesse la Sua disanima sulla ns\a situazione giudiziaria. Non si può che concordare con la Sua analisi. Il punto cruciale, come da Lei evidenziato è la giustizia funzionale al sistema politico. Magari fosse solo per ignoranza (c’è anche quella) ma purtroppo il disastro è per dolo. Per rimettere la politica e la giustizia nei loro ruoli istituzionali ci vorrebbero vent’anni di lavoro, sempre che ci sia la volontà politica di un regolare funzionamento democratico di tutte le ns\e istituzioni, cosa di cui dubito. E allora? Non ho risposta, non ho la cultura per addentrarmi in una materia che è stata aggrovigliata in maniera incredibile mentre dovrebbe facilmente comprensibile a tutti i cittadini; così sarebbe credibile e comprensibile ma siamo nell’Utopia.

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