Antonio, direttore di carcere con piscina

OLYMPUS DIGITAL CAMERAEccolo, il famoso direttore. Gli occhiali appesi a un bottone della camicia rosa, lo sguardo trasparente, i capelli bianchi. Faticheresti a riconoscere nel signore gentile che hai di fronte quel giovane dalla barba nerissima visto su facebook, un po’ Mauro Rostagno un po’ Peppino Impastato. Roba di trentacinque anni fa. Ne sono passati venticinque da quando è arrivato dal carcere fiorentino di Sollicciano ad Augusta, provincia di Siracusa. Missione: dirigere la casa circondariale della città. “Perché direttore di un carcere? Non lo so, forse perché volevo fare un lavoro a sfondo sociale. Mi sono laureato in giurisprudenza a Catania e poi sono stato vicedirettore per cinque anni a Sollicciano, un carcere dove originariamente la cella era pensata solo per la notte, peccato che il terrorismo abbia fatto dimenticare quel progetto. Vede, io sogno un luogo dove la cella serva per dormirci. E dove la giornata si riempia di senso dalla mattina alla sera. E si può fare tanto, più di quanto si immagini. Ho scoperto una cosa. Che paradossalmente il carcere interessa poco alla società che conta, sicché ci si può permettere una buona dose di autonomia, naturalmente se non si combinano grossi guai. Sia chiaro, faccio solo quello che è permesso dalla legge. Ma lo spazio è tanto. Sì, glielo faccio subito l’esempio: la piscina. Ce l’hanno regalata (qui il direttore sorride con gioia; nda). E’ andata così. Avevamo avuto l’idea di un corso di apnea a secco, utilissimo, fondato sul respiro e sul controllo delle emozioni. Ne avevo parlato con Patrizia Maiorca, la figlia di Enzo, che sta a Siracusa. E lei, che nemmeno sapeva di che si trattasse, ne è rimasta affascinata e ci ha fatto avere la piscina. E ora si fa l’apnea in vasca, che è di un liberatorio incredibile. Quanti detenuti abbiamo? Circa cinquecento, tutti maschi. In gran parte comuni. Solo cinquanta sono di massima sicurezza, diciamo mafiosi. Il 30 per cento sono stranieri, un po’ di tutte le nazionalità. Io cerco di promuovere in loro la capacità e la voglia di esprimersi. Canto e teatro soprattutto, sono una cinquantina che vi si dedicano. Ma anche pittura. E sport, palestra e due campetti di calcio. Oltre naturalmente la scuola con i corsi professionali. Se facciamo spettacoli? Sì, e allora cerchiamo di aprirli all’esterno, con tutte le precauzioni naturalmente. Pensi che una volta un detenuto, Christian si chiama, aveva talmente voglia di partecipare allo spettacolo che volle restare a farlo anche se proprio quel giorno era stato scarcerato. Era il più bravo a cantare, diede anche il bis, e poi salutò uno per uno gli spettatori al punto che ci dicemmo ‘miii, non se ne vole ire’. Oggi continua a scrivere alla maestra e a chiederle mie notizie”.
Il dottor Antonio Gelardi, direttore della casa circondariale di Augusta, racconta, ricorda e ogni tanto sorride. Fa parte di quel gruppo di direttori di carcere e di prefetti, molte donne, che sta cambiando il volto delle istituzioni più tradizionali della Sicilia. Proprio una sua collega, la direttrice di Enna, Letizia Bellelli, lo ascolta muta e consenziente, quasi pensasse parola per parola le stesse cose. Figlio di un direttore di banca, marito di una educatrice di carcere, padre di due belle facce ventenni, lui studente di giurisprudenza a Trento, lei di arabo a Granada, il nostro direttore ha soprattutto un obiettivo: “Bisogna impedire che si esca dal carcere peggiori di quando ci si è entrati. O che la vita vi venga spenta. E guardi che purtroppo capita. Se ho degli impegni sociali? Ma è questo il mio impegno sociale. Poi certo mi interesso di quello che succede fuori. La politica no, in Sicilia i partiti sono impraticabili, sono corpi chiusi. E se uno per sbaglio ci mette il naso se ne va via subito. L’unica appartenenza culturale-politica che ho è quella di Libertà e Giustizia, di cui seguo quando posso le attività di formazione. Ne avremmo bisogno di formazione. Sa, io di mafiosi ne ho conosciuti tanti. Riina no, ma gli altri quasi tutti. E non ho mai avuto l’impressione che si trattasse di persone di grande intelligenza. Certo, scaltrissimi. E feroci. Ma non prodigi di intelligenza. E quindi non mi capacito del perché lo Stato non si decida a contrapporgli sempre i migliori invece che schierare tanti mediocri. Più intelligenza: così si possono battere”.
Il sorriso stavolta è amaro. Il direttore conserva un’anima utopista. Ha riletto ultimamente le poesie di Danilo Dolci (“vince chi non si illude”, recita). Ama il jazz e Miles Davis. Si diletta di fotografare nelle giornate di riposo i gatti di Ortigia, il bellissimo quartiere-isola di Siracusa. O i balconi infiorati. Ma forse le foto che gli sono più care sono quelle di quando girava l’Europa in groppa a una Guzzi, la Spagna e Dublino. O di quando andava in autostop fino a Utrecht. Devono stargli nel cuore quelle foto di gioventù. Anche perché, e questo finora non l’abbiamo detto, oggi al posto della moto c’è una carrozzina, per qualche ragione che non abbiamo avuto l’animo di chiedergli. Perché non è da queste cose che si giudica un direttore. Anche se segna l’incontro con quest’ uomo che un giorno fu qualcosa a metà tra Mauro Rostagno e Peppino Impastato. E forse ancora lo è in fondo all’animo.

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