Rischiamo il leaderismo

Onida_firma_referendumProfessor Onida, la commissione si è data il compito di rafforzare Parlamento e governo: c’è riuscita?
Attualmente c’è uno squilibrio duplice: le leggi le fa quasi solo il governo con i decreti d’urgenza, il Parlamento può rallentare all’infinito i procedimenti legislativi. Un rafforzamento a entrambi può arrivare da alcuni meccanismi procedimentali. Il punto più innovativo del documento, però, è il superamento del bicameralismo perfetto. La proposta è una sola Camera politica e, secondo l’idea più condivisa, un Senato delle autonomie
con compiti e caratteristiche diverse.
Il bicameralismo, però, era la questione meno controversa…
Sì, il problema è la forma di governo. La relazione dà atto che ci sono diverse posizioni e ne elenca tre: semipresidenzialismo, sistema parlamentare “razionalizzato”, che ritengo la forma migliore, e governo “del primo ministro”, che si discosta dal secondo perché enfatizza la legittimazione individuale del premier. Una posizione che non ho condiviso, anche se è molto più morbida del semipresidenzialismo: non c’è l’elezione diretta vera e propria, però c’è in forma surrettizia, con la designazione del candidato premier e la regola
che questi sia il leader della coalizione vincente.
Quali sono i rischi della forma intermedia?
Incentivare il leaderismo: la personalizzazione è un fenomeno oggi diffuso, però il sistema costituzionale
può favorire o meno questa deriva. Un altro rischio è che si arrivi a coalizioni molto ampie ma divise al loro interno, come abbiamo visto con i governi Berlusconi e Prodi. Dietro ci sono due filosofie molto diverse: o sono i partiti a determinare l’indirizzo politico e a cercare gli incontri sui programmi o si punta tutto sull’azione di un leader che tiene insieme la coalizione.
In commissione c’era una maggioranza per questo “governo del primo ministro”?
In commissione non si votava. C’erano proposteche raccoglievano un ampio consenso, altre meno. Non eravamo chiamati a stipulare compromessi. Le soluzioni spettano alla sede politica.
Cosa pensa del “voto a data certa”?
Oggi, se non c’è accordo politico, le leggi si rinviano. La bozza prevede che il governo possa ottenere
che il Parlamento esamini i suoi disegni di legge entro un tempo predeterminato: l’aula discute, approva, rigetta o modifica, ma se alla scadenza del termine non è arrivata a una deliberazione definitiva, il governo ha diritto di
chiedere che si voti sul suo testo. Contemporaneamente dovrebbe ridursi lo spazio per i decreti legge, anche attraverso misure costituzionali. Il voto a data certa potrebbe contrastare il disordine legislativo: impedisce che si perpetuino situazioni di stallo e può dare maggiore certezza all’attuazione del programma.
Qual è il suo giudizio sulla relazione?
Fa chiarezza sulle diverse alternative, vantaggi e inconvenienti, consentendo una deliberazione politica più nitida.
Perché è contrario al semipresidenzialismo?
In Italia l’elezione diretta vera e propria sarebbe un passaggio negativo perché consacrerebbe il fatto che il circuito democratico tende a esaurirsi nella scelta di una persona: svilirebbe il ruolo non solo del Parlamento ma anche dei partiti.
Quindi lei crede ancora nei partiti?
Sono indispensabili. Ovviamente devono esercitare bene le loro funzioni ed essere “veri” partiti. Eliminarli non rende più democratico un ordinamento. Al contrario, sarebbe un impoverimento della democrazia.

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