Pippo Civati: «In piazza vengo anch’io»

civatiIntervista al deputato Pd Pippo Civati: «Sarò in piazza il 12 ottobre per la difesa della Costituzione con Landini e Rodotà. Dobbiamo ascoltare la politica che è fuori dalle istituzioni»

Letta dice che opporsi al cambiamento della Costituzione «è da conservatori». Lui invece – tra i pochi a non aver votato il ddl costituzionale che deroga l’articolo 138 della Carta – sarà in piazza per difenderla, il 12 ottobre, rispondendo all’appello “La via maestra”, lanciato da Rodotà, Landini, Zagrebelsky, Carlassare, don Ciotti. Pippo Civati, parlamentare Pd, candidato segretario nell’ancora ineffabile congresso democratico, affida a left la sua adesione alla manifestazione per la difesa e l’applicazione della Costituzione lanciata dai cinque “saggi” della sinistra italiana. «Ho comunicato a Stefano Rodotà che sarò in piazza, come esponente del Pd, con tutte le contraddizioni che questo comporta», dice a left Pippo Civati.

Sarà l’unico del Pd, probabilmente.

Credo che le preoccupazioni avanzate da questo mondo vadano ascoltate e fatte nostre. Sento spesso, nel Pd, citare l’articolo 3 della Costituzione: dobbiamo capire come si rimuovono davvero gli ostacoli per l’eguaglianza sostanziale, non solo davanti alla legge ma nella vita di tutti. Anche il tema posto da Maurizio Landini sul lavoro è una questione che il Pd non può non considerare.

Il presidente del Consiglio, invece, è stato un po’ sprezzante verso i promotori della manifestazione in difesa della Costituzione.

Quella di Letta è una definizione ingiusta. E se noi del Pd non vogliamo essere criticati ingiustamente, come a volte avviene, non dobbiamo fare lo stesso con gli altri. Se invece vogliamo discutere nel merito, io credo che il dibattito debba allargarsi a tutti. Ad esempio, se decidiamo di superare il bicameralismo, come lo facciamo? In questa fase non dobbiamo limitarci ad accuse reciproche, ma aprire uno spazio di confronto.

L’incomunicabilità tra il Pd e i movimenti ha una lunga storia. E anche la vittoria nel referendum dell’acqua non l’ha ridotta. Che ne pensa Pippo Civati?

Questa è una mia battaglia da tempo. Credo che noi dovremmo attraversare quella politica che sta fuori dalle istituzioni e pone interrogativi a chi sta dentro. Credo che il “palazzo” dovrebbe aprire porte e finestre, avere umiltà e un’attenzione non retorica. D’altronde i 27 milioni di sì per l’acqua pubblica sono più dei voti raccolti dai tre principali partiti: è una questione di democrazia e di rappresentanza.

E poi c’è qualcuno, nel Pd che su questi temi si interroga seriamente e cerca soluzioni. Non è possibile che cose nuove come la questione dei beni comuni non siano considerate dai partiti: chi dice che tutto ciò non gli interessa non sa cos’è la sinistra.

Ma c’è anche chi salta dai partiti ai cda con grande semplicità. Magari mischiando affari e politica, come dimostra lo scandalo Lorenzetti

Questo è un punto fondamentale, che ha spiegato benissimo Fabrizio Barca nel suo documento, che tutti citano, ma nessuno applica. Bisogna fermare le porte girevoli tra i partiti e gli incarichi amministrativi e nelle aziende private. Io vorrei un partito che dicesse: “Noi non abbiamo una banca”.

Nel documento che indice la manifestazione del 12 c’è scritto: «Si è fatta strada l’idea che la partecipazione e il Parlamento siano ostacoli, che il governo debba essere solo efficienza della politica economica, che la vera Costituzione sia un’altra: il diktat dei mercati». Pippo Civati è d’accordo?

Va ritrovata l’autonomia della politica. Ora, invece, siamo sotto scacco, anche perché non si capisce chi decide. È una forma di alienazione, per cui non siamo noi a scegliere ma eseguiamo ordini presi altrove. Così la politica si riduce a una riflessione su come tamponare la crisi, non su come batterla. Forse dovremmo esercitarci su un campo diverso. Senza un po’ di utopia ci conviene restare a casa.

Lei ha proposto un Pd che vada da Prodi a Rodotà. Non teme che sarebbe persino più litigioso di quello attuale?

No, non credo. Se il Pd parlasse di cose serie, e non si fermasse alle correnti, potrebbe comporre un campo alternativo alla destra. Capace di confrontarsi con le contraddizioni della società.

Voto a marzo o Letta fino al 2015?

Voto a marzo, senza dubbio.

Il suo partito non la pensa così.

Lo proponiamo solo io e Bettini, persino Renzi è pronto a fare il segretario per un anno e mezzo. Vedremo cosa farà il Pdl. Ma la situazione mi pare insostenibile anche per Enrico Letta.

L’articolo di Left

 

2 commenti

  • Ah Civati viene in piazza? Ma bravo. Però alla Camera quando si trattava di votare per impedire la manomissione della Costituzione non s’è nemmeno presentato! ASTENUTO! Non gliene importava un fico.

    In pratica manifesta contro sé stesso e il proprio menefreghismo. Che bel rappresentante, il solito furbetto che vuole tenere il piede in due staffe. VERGOGNA.

  • Civati 29 maggio 20013

    Ora: se il cambiamento sei tu, se il “ribellarsi all’obbedienza”, ha così modeste virtù..
    Ti consiglio un posto tra noi “gente pagante”, in piedi, come ha fatto Rosy Bindi a Bologna.
    Saluti.

    Ho votato contro me stesso

    E contro la mozione Giachetti che avevo firmato e come me tanti altri. Il M5S ha votato a favore e il Pd ha fatto un altro errore madornale.

    Nel gruppo avevamo votato a favore in trenta, gli altri hanno votato contro il ritorno al Mattarellum in ragione del percorso di riforme con il Pdl che prende il via oggi.

    Ora, se ho votato come il gruppo chiedeva di fare in aula, non è in ragione di un’adesione al ripetuto richiamo all’ordine (di cui sono stati protagonisti tutti i leader), ma perché non conta proprio niente che dieci deputati del Pd votino una cosa diversa dal gruppo (limitandosi a non schiacciare il tastino, magari). Anzi. Fa solo più male.

    La mozione, per via del fatto che il Pd non la vota, non passa. Punto (perché questo è il punto).

    Questa volta, diversamente dalla settimana in cui abbiamo votato il governissimo (che avevamo vissuto alla rovescia, come sapete), ne abbiamo discusso e abbiamo deciso con un voto. Un voto che – per le sue proporzioni – rendeva impossibile l’approvazione della mozione in aula.

    Purtroppo è da quel giorno in cui abbiamo scelto di fare tutte le cose che stiamo facendo da settimane (quello era il voto), che il nostro cammino è segnato. Se voti qualcosa in cui credi, rischi di far cadere il governo. La contraddizione, come il peccato, è originaria.

    È il Pd che deve votare in modo diverso, tutto quanto. E finché continuerà a votare contro se stesso (così almeno la penso, come sapete, ormai da settimane), ci sarà poco da fare, se non rimanerci male.

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