Le sindache antimafia dimenticate dal Pd

lanzettaR icordate la Lanzetta e le altre? Nel vasto catalogo di autolesionismi del Pd, ora entrano anche loro a pieno titolo: le sindache anti ‘ndrangheta. Definizione impropria, certo, perché si dirà che un sindaco non è «anti» o «pro», è sindaco e basta, la legalità essendo (in teoria) una precondizione. E tuttavia definizione fortunata, quella, perché fotografava una stagione, un’ipotesi di rinascita per la Calabria, un sogno per molti.
Questa stagione si identificava con un gruppetto di prime cittadine, militanti del Partito democratico o comunque da esso fortemente sostenute; elette in paesi dove le amministrazioni erano state minacciate dalla penetrazione ‘ndranghetista, e dove i «maschi» avevano fallito, diventando impresentabili: la Monasterace di Maria Carmela Lanzetta, la Isola Capo Rizzuto di Carolina Girasole, la Rosarno di Elisabetta Tripodi. Tre donne calabresi (emigrate «al nord» a studiare e poi tornate per passione civile) potevano insomma essere una risposta all’antipolitica per il Pd, l’unico vero partito rimasto in campo e dunque l’unico capace di attingere davvero dal territorio. Non è andata così. Lungi dal portare in Parlamento le sue amministratrici più popolari (ma invise ai cacicchi locali), il Pd — certo impegnato in dibattiti sulle primarie e sulla coincidenza tra le figure di segretario e candidato premier — ha semplicemente rimosso la pratica, buttando via un’occasione.
Delle tre sindache, adesso, ne resta in piedi solo una, la più solida: Elisabetta Tripodi, che ha alle spalle un paese sfigurato, sì, da clan feroci come i Pesce e i Bellocco, ma anche riscattato dal coraggio di rosarnesi come il segretario del Pci Peppino Valarioti, assassinato nel 1980 dai sicari della mafia, o Giuseppe Lavorato, che ne raccolse il testimone. Carolina Girasole (che alle politiche aveva provato a correre con Monti) è caduta alle elezioni di maggio, abbattuta dallo stesso Pd che, essendosi diviso in due (metà con lei, metà contro) al grido di «riprendiamoci la dignità», ha finito per consegnare il paese a un giovane rampante del Pdl che prometteva una nuova stagione antimafia con la foto di Dell’Utri nella bacheca Facebook. I picciotti di Isola hanno festeggiato l’addio della sindaca dando fuoco alla casa al mare del marito. Un destino persino più amaro sembra toccare a Maria Carmela Lanzetta, forse la più «colpevole», perché con la sua aria naïf aveva conquistato le amministratrici locali di mezza Italia, esportando la questione calabrese con modalità che la ‘ndrangheta non può tollerare. Per dirla con Saviano, le mafie non sopportano il peso della parola ascoltata, e la Lanzetta aveva trovato le parole giuste per farsi ascoltare da Reggio Calabria fino a Torino. Per ridurre al silenzio questa piccola farmacista testarda, ci hanno provato con gli attentati. Con l’isolamento. Con la diffamazione e l’intimidazione (estese ai giornalisti colpevoli di occuparsi di lei). Monasterace era (ed è) un tale pasticcio di ritardi e inadempienze che è quasi impossibile non inciampare, governando (due giorni fa un quotidiano locale ha sparato come scoop un vecchio dossier dei suoi avversari politici che ha partorito sin qui un’indagine «contro ignoti»). Non tutto è mafia, ovvio.
Ma tanta gente in buona fede finisce per allargare l’area grigia dentro cui la mafia si muove. Così lei ha scelto di andare a sbattere: pubblicamente. Quando la sua giunta si è divisa sulla costituzione di parte civile in un processo contro la ‘ndrangheta, lei s’è dimessa (ma il dissenso era «politico», dicono naturalmente gli avversari che adesso brindano). Dal Pd nazionale messaggi di Valeria Fedeli e Marco Minniti. Graziano Delrio si è schierato apertamente con lei ma, da renziano doc, forse al momento va rubricato a parte. Per il resto, silenzio. «Così non vivo più», ci dice la Lanzetta al telefono. La farmacista che buttò fuori i costruttori dalle scrivanie dell’ufficio tecnico domenica esce di scena. In quel silenzio che i mafiosi considerano da sempre il miglior collega di lavoro.

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