Crisi economica, patologia degenerativa del capitalismo

Un’analisi sulle origini del capitalismo e del concetto di “mercato” dal medioevo ai giorni nostri. A partire dagli effetti devastanti della crisi economica. Loredana Biffo, socia di LeG Torino, firma questo articolo per la rivista on line CaratteriLiberi  che nasce dalla volontà di un gruppo di giornalisti free lance e studiosi, di contrastare la deriva culturale a cui stiamo inesorabilmente assistendo, nonchè la sottomissione dell’informazione ai poteri forti.

Alla luce degli effetti devastanti che la crisi economica sta provocando sulla pelle degli individui, è oggi più che mai necessario, analizzare il passato, per comprendere il presente; come sosteneva Tucidide. Partendo da questa premessa, la realtà, ci impone di rovesciare il paradigma dominante, per il quale il sistema economico non conosce altra legge che quella del mercato, un assunto che si presenta addirittura come amorale difronte allo smantellamento dei diritti e dello stato sociale messo in atto nell’ultimo ventennio.

In un sistema (Bobbio) in cui non è dato di distinguere tra ciò che è indispensabile e ciò che non lo è; un sistema in cui non si è vista sulla scena della storia, altra democrazia che non sia quella coniugata con una società di mercato; è necessario rendersi conto che l’abbraccio del sistema politico – democratico con il sistema capitalistico, è insieme vitale e mortale, o meglio – è mortale anche se vitale.

Come sappiamo, il capitalismo ha le sue radici nel medioevo, quando il mondo rurale comprendeva i tre quarti della popolazione. Il signore imponeva la corvèe, il fattore pagava il suo affitto, e l’oste era ai margini del bosco. Queste erano le “tipologie sociali classiche” dell’età medioevale, come il servo e il domestico; non le sole però.

Nelle città le condizioni di sviluppo economico erano più stabili grazie alla possibilità di ampliare un giro d’affari o la vicinanza di una clientela agiata, nonché la circolazione di denaro in modo più regolare.

Lavoro e profitto

Nasce così la concezione di “giusto prezzo” di vendita, ossia, a seconda delle condizioni del mercato, il consuetudinario e sempre equo rapporto fra il costo di fabbricazione e il prezzo di vendita: il ricavo, che è la base della buona mercatura, la regola d’oro della mentalità dell’epoca.

I canonisti ammettevano che alla fatica e al servizio compiuti, doveva corrispondere un guadagno, che doveva però rimanere molto modesto: “lucrum moderatum”, come avrebbe detto Tommaso d’Aquino. E’ stata proprio l’esistenza di un simile freno nella ricerca del massimo guadagno possibile, che impedì di applicare all’età medioevale tutti i caratteri attribuiti al sistema capitalistico attuale.

Sarà poi la cultura protestante a dare una nuova connotazione al capitalismo. Max Weber nel celebre  trattato “L’etica protestante” cercherà di comprendere il mondo moderno, in particolare la società industriale capitalista. Ciò che fece fu definire la misura in cui la religione aveva contribuito alla formazione ed espansione dello spirito del capitalismo, osservando la unicità dell’occidente, l’aspirazione a un guadagno sempre rinnovato, ossia la “redditività”, grazie all’organizzazione capitalistica del lavoro con la separazione dell’azienda dalla casa.

Weber riteneva che lo spirito del capitalismo implicasse un’etica economica, o un senso del dovere, in particolare un dovere verso una “vocazione”; questo è decisamente in contrasto con quello che la modernità ci presenta, cioè il lavoro incessante per il mero profitto, cosa che spinge gli individui molto oltre i bisogni, lasciandosi guidare da motivazioni del tipo: “il tempo è denaro”.

In weber lo spirito del capitalismo non poteva essere spiegato dal desiderio del lusso. La risposta stava in due idee religiose fondamentali del protestantesimo: “vocazione e predestinazione”. Egli dimostrò come un insieme di idee religiose potesse influenzare  il modo di lavorare e spendere. Il risultato di una particolare forma di comportamento economico contribuì  al sorgere della forma occidentale di capitalismo che ha dominato l’economia mondiale per tre secoli.

Se l’agire sociale, riflette gli aspetti culturali necessari a comprendere un mutamento sociale, per collegarci all’attualità, è particolarmente utile analizzare lo sviluppo del capitalismo a partire dalla concezione Taylorista, messa poi in atto da Enry Ford nel regime produttivo dei primi anni trenta del dopoguerra.

Il taylorismo necessitava di masse di lavoratori, e il lavoro domestico femminile diventava una garanzia al sostentamento dell’uomo in una società in cui dominava il modello famigliare dell’uomo “procacciatore di reddito”.

Altro fatto fondamentale era il “disciplinamento dei lavoratori”, in base alla famosa teoria di Taylor, secondo la quale i  lavoratori sono “plebaglia”: cioè individui rozzi, ignoranti e motivati solo dal guadagno; redarguiti da sanzioni severe che equivalevano alla perdita del salario, o il licenziamento.

Nel regime fordista – keinesiano, era fondamentale la discriminazione delle donne nel mercato del lavoro, ne conseguiva un welfare italiano di tipo familistico, con matrimoni precoci e alti tassi di fertilità, e lavoro a tempo indeterminato per gli uomini; fino a quando si giunse alla crisi dell’impresa fordista per saturazione dei mercati dovuta all’ ingresso nel  mercato dei paesi asiatici che proponevano beni di consumo di massa, ma ad alta tecnologia.

Il  risultato, fu il fenomeno della “stagflazione”, ovvero l’aumento dei prezzi e la riduzione della domanda di lavoro con conseguente disoccupazione dovuta alla sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Avvenne di conseguenza il passaggio al “just-in-time”, sistema produttivo che garantisce la continua e perfetta simmetria tra l’offerta dei beni prodotti e la domanda che proviene dal mercato. Si tratta di un’idea semplice che consiste nel produrre merci finite al momento opportuno, per inserirle nei sottogruppi, e i materiali acquistati per trasformarli in parti. Le conseguenze che si ottengono con questo modo di produrre, sono opposte alla produzione di massa.

Capitalismo flessibile

Il sistema just-in-time rende possibile l’uscita di prodotti in serie brevi e differenziate con aggiustamenti continui alle fluttuazioni della domanda che “tira” la produzione, in questo modo il modello giapponese, consiste nel collegare la qualità all’essenzialità. Due fattori che si connetto direttamente alla “flessibilità produttiva, che ha come conseguenza l’apertura a forbice sul tasso di occupazione, si pensi che per le donne decresce dal 1960 al 1970, con una tendenza a peggiorare nel tempo, gli studi sui “rischi di cronicità” ci dicono che il lavoro è diventato più obsoleto.

Nella società post-fordista, tutta l’enfasi viene posta sulla “flessibilità”, si comincia a parlare di “capitalismo flessibile”, cambia il significato del lavoro, non si hanno più le carriere in cui un individuo doveva incanalare i propri sforzi in campo economico con una direzione che si poteva seguire per tutta la vita. Fanno la loro comparsa i “contratti atipici”, differenziali salariali e relativa selezione avversa.

Il carattere strutturale della precarietà, nel post-fordismo diventa un dato acquisito: è difficile che  un mercato possa funzionare bene senza che ci sia precarietà. Il capitalismo flessibile sposta i lavoratori dipendenti da un tipo di incarico a un altro, cancella i “ percorsi lineari” tipici delle carriere.

Oggi la flessibilità mette in evidenza il significato della parola “job”, che nell’Inghilterra del trecento indicava un “blocco”, un “pezzo”, qualcosa che poteva essere spostato da una parte all’altra; la conseguenza è che ora le persone sono chiamate a svolgere “pezzi” di lavoro.

E’ un sistema in cui sono evidenti le difficoltà a perseguire obiettivi a lungo termine, in un’economia che ruota attorno al “breve periodo”. La sfida che il capitalismo flessibile ci pone, è la difficoltà a decidere quali dei nostri tratti merita di essere conservato all’interno di una società “impaziente”., che si concentra solo sul momento, vengono a mancare nella vita delle persone, le “metanarrazioni”.

Lo stato di disoccupazione, comporta “effetti psico-relazionali”, con perdita di contatto, mette in crisi il ruolo sociale di quelli che fino agli anni 70/80 erano i procacciatori di reddito, da tempo ormai una famiglia per sopravvivere è dovuta diventare “dual-erner”, ossia a due redditi.  La disoccupazione diventa frizionale e strutturale, se prolungata crea erosione dei risparmi creando l’abbassamento del cosiddetto “ salario di riserva”, al di sotto del quale non si è disposti a lavorare, e relativa caduta nella povertà.

Il mercato tenta di risolvere le sue crisi, attraverso il peggioramento delle condizioni di vita (Malthus) dei lavoratori, là dove il salario dipende dalla produttività marginale. La discesa verso la povertà che sta colpendo fasce sempre più larghe della popolazione, è causa di esclusione sociale, le diseguaglianze durevoli, danneggiano così tanti aspetti della vita delle persone, al punto da non essere riconosciute dagli altri come appartenenti alla comunità, si entra nella sfera della “squalificazione sociale”. La differenza di reddito, al di là di una certa soglia, diventa causa di discriminazione, si pensi a quello che viene definito il “culto del self”, cioè di come per acquisire uno status, dobbiamo esibire la nostra appartenenza rispetto a idee o pregiudizi che si ritengono condivisi: le “regole grammaticali”, i riti del self nella società moderna sono diventati quotidiani: il “consumo” e le sue forme, le regole di chi è capace a procurarsi da vivere sul mercato, nascono spontaneamente dal regime produttivo di una società che ha nel recente passato, raggiunto un elevato grado di benessere. Il focus cui grava la vita materiale, è la “vergogna” da parte di chi non ce la fa: pensiamo ai suicidi.

Povertà assoluta e povertà relativa

Nel 1901 si parlava di “povertà assoluta”, nel 1962/64 di “povertà relativa”, oggi viene reintrodotto il concetto di povertà assoluta, in conseguenza alla crisi dei mercati dal 2008/2009.

E’ evidente da questi dati, che è necessario un intervento del welfare come politica di reddito minimo garantito là dove la crisi genera disoccupazione, e che se non sussidiata, produce povertà; risolvere l’esclusione sociale con politiche del reddito condizionate alla disponibilità a lavorare.

Sono indispensabili politiche di empowerment: il problema non dipende solo dai rafforzamenti sull’individuo (formazione ecc.), ma anche da una appropriata trasformazione dei contesti in cui l’individuo opera. Le politiche di contrasto alla vulnerabilità, comportano uno spostamento degli “obiettivi di giustizia”, il focus deve essere spostato dal discorso dell’eguaglianza al discorso della libertà. E’ significativa la correlazione causale tra libertà e diritti, in un processo di espansione delle libertà umane che si contrappone ad altre visioni più ristrette dello sviluppo, come quelle che lo identificano unicamente con la crescita  del Pil.

Fondamentale il ruolo delle istituzioni della democrazia, che anche se sono nate per per favorire la formazione del mercato, dovrebbero altresì regolare il mercato e porre dei limiti alle forme di mercificazione. E’ evidente che questo è un un tema di grande respiro storico, essendo il reddito un importante mezzo di capacitazione a dirigere la propria vita, questo è basilare per l’eliminazione della povertà di reddito.

Il mercato non è, come tentano di farci credere, un qualcosa che esiste in natura, bensì è una istituzione alla quale partecipano soggetti diversi, e portatori di interessi diversi; un mercato senza regole non è un mercato efficiente in cui le parti sono tutelate, e dove le asimmetrie informative, sono ridotte al minimo e i contratti sono trasparenti, dove non c’è qualcuno che imbroglia.

Sul piano politico, è altresì necessario riflettere su ciò che è bene o non è bene fare e decidere politicamente, smetterla di applicare al lavoro, la categoria di “merce”, cosa ampiamente avvenuta nel mare magnum delle forme contrattuali, lavoro a progetto, lavoro in affitto, lavoro a chiamata ecc.

In tale contesto, la democrazia viene fatta apparire sempre più un lusso inutile e voluttuario, la giustizia sociale, i diritti e le questioni dell’eguaglianza sono diventati di per se un ostacolo, non solo ai mercati, ma al rendimento economico e allo sviluppo: vengono conteggiati come costi superflui.

Questa è la dimensione del nuovo iperliberismo che pone ormai apertamente il mercato non solo come equivalente della forma democratica, ma addirittura come sostitutivo di essa – come forma politica tout-court, che può in ampi campi della vita associata, sostituirsi allo strumento statuale di regolazione per determinare in assoluta autonomia una logica di totalitarismo di mercato.

Il messaggio esplicito del capitalismo, saldamente in mano alla finanza, è che dobbiamo “adattarci”, non si può far nulla contro l’ingiustizia sociale (da loro intenzionalmente creata) del mondo del lavoro.

I soprusi, la corrosione impressionante dei diritti, il disprezzo dei “padroni”: questo è l’orrore del regime capitalista, e di tutta l’infelicità che ne deriva. L’odioso diritto dei ricchi di disporre della vita dei lavoratori, ma soprattutto farne il motivo stesso del suo fallimento e mai del suo successo. Oggi siamo giunti ad una lettura del loro arrogante e presunto diritto a calpestare la libertà e dignità altrui, da qui bisogna ripartire.

L’autrice è giornalista e socia di LeG Torino

4 commenti

  • complimenti per l’analisi sul capitalismo, se mi permette riprendo il discorso dal Suo finale: “presunto diritto a calpestare la libertà e dignità altrui. Da qui bisogna ripartire. Più che giusto ma come? Io conosco un solo modo, attenzione, perchè anche questo modo e ciclico, Lo vogliamo applicare? Non sarà un bello spettacolo come lo fù già nel passato. Sta a noi scegliere. alfredo

  • Gentile Alfredo, mi rendo conto che il finale dell’articolo può dare l’impressione di essere piuttosto bolscevico, in realtà cito anche i suicidi dovuti alla crisi, e ovviamente intendo anche quelli dei piccoli imprenditori che sono caduti nell’indigenza. E’ chiaro che un’analisi è un punto di partenza per valutare la realtà, ma questa è poliedrica, non si può pensare che un vecchio modello di governance – che tra l’altro è stato drammatico- possa funzionare. Penso piuttosto a democrazie avanzate come la Svezia; che non è certo un Paese comunista. Il Problema italiano è però legato a molti fattori, corruzione, evasione ecc…e rimane difficile da risolvere senza una classe dirigente all’altezza del compito.

  • Cito dal tuo articolo: ”Il mercato non è, come tentano di farci credere, un qualcosa che esiste in natura, bensì è una istituzione alla quale partecipano soggetti diversi, e portatori di interessi diversi; un mercato senza regole non è un mercato efficiente in cui le parti sono tutelate, e dove le asimmetrie informative, sono ridotte al minimo e i contratti sono trasparenti, dove non c’è qualcuno che imbroglia”.
    Questo è il punto! Bisogna mettere ”regole” al mercato. Ma come? E Chi è in grado di farlo? In un mondo globalizzato ha senso metter regole in un solo Paese? E poi ”quanto sono potenti” quelli che ”gestiscono i mercati? Il 2% della popolazione gestisce il 50% della ricchezza mondiale … costoro hanno denaro in quantità industriale … dispongono di liquidità maggiore di Paesi interi … Come fare a metter ”regole” a gente simile? Mi sembra ormai riduttivo parlare di rapporto operaio/padrone …

  • Molti passaggi di questo articolo sono a dir poco traballanti, ma siccome, anche a causa di ciò, non ne ho ultimata la lettura, mi limito a segnalare che tra soggetto e verbo non ci va la virgola. E a suggerire a chi volesse un’interpretazione della crisi un po’ più profonda di leggere i libri di Fantacci ed Amato.

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