Il dibattito sulle riforme (giovedì 11 luglio)

SENATO DELLA REPUBBLICA
XVII LEGISLATURA

65a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 11 LUGLIO 2013

(Pomeridiana)

Presidenza del vice presidente CALDEROLI,

indi della vice presidente FEDELI

e del presidente GRASSO

N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Grandi Autonomie e Libertà: GAL; Il Popolo della Libertà: PdL; Lega Nord e Autonomie: LN-Aut; Movimento 5 Stelle: M5S; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE: Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE; Scelta Civica per l’Italia: SCpI; Misto: Misto; Misto-Sinistra Ecologia e Libertà:Misto-SEL.

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente CALDEROLI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 15,02).

Si dia lettura del processo verbale.

AMATI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 9 luglio.

Sul processo verbale

SANTANGELO (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SANTANGELO (M5S). Signor Presidente, chiediamo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.

Verifica del numero legale

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

ESPOSITO Stefano (PD). Ci sono molte Commissioni riunite!

PRESIDENTE. Dispongo adesso – se qualcuno non l’ha già fatto, ma dovrebbe esservi un’autoregolamentazione – che le Commissioni vengano immediatamente sconvocate. Però è responsabilità dei Presidenti procedere in tal senso quando la seduta d’Aula ha inizio.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato non è in numero legale.

Sospendo la seduta per venti minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 15,07, è ripresa alle ore 15,27).

Ripresa della discussione sul processo verbale

PRESIDENTE. Colleghi, la seduta è ripresa.

Verifica del numero legale

SANTANGELO (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SANTANGELO (M5S). Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale)

Il Senato è in numero legale.

Ripresa della discussione sul processo verbale

PRESIDENTE. Metto ai voti il processo verbale.

È approvato.

CALIENDO (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALIENDO (PdL). Signor Presidente, io e gli altri componenti della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari siamo risultati assenti alla prima verifica del numero legale perché contemporaneamente eravamo impegnati nei lavori della Giunta. Anzi, è stato lo stesso Gruppo Movimento 5 Stelle – che mi pare abbia chiesto in Aula la verifica del numero legale ancora per qualche minuto – che in sede di Giunta ha chiesto di andare avanti. Mettiamoci d’accordo su cosa fare, perché così non è possibile. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, SCpI e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

CASSON (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CASSON (PD). Signor Presidente, confermo quanto detto poco fa dal senatore Caliendo. Desidero far presente che siamo rimasti in Giunta delle elezioni perché si stavano trattando temi molto delicati e perché il Presidente questa mattina, alla conclusione dei lavori, aveva detto che alle ore 14 sarebbero cominciati i lavori della Giunta. È ovvio che si sarebbe dovuto interrompere, però, per la delicatezza delle questioni che si stavano trattando, ci siamo soffermati alcuni minuti in più e la seduta è terminata alle ore 15,05-15,10 circa, con il consenso di tutti i Gruppi, perché sono rimasti tutti i presenti. Peraltro, da palazzo Sapienza, sede della Giunta ci vuole qualche minuto prima di arrivare in Aula.

Presidente, credo che bisognerebbe regolamentare questa situazione ed evitare questa contemporaneità, quanto meno concedere alcuni minuti, se si sa che ci sono delle Commissioni che sono state convocate, fuori da palazzo Madama per di più.

DELLA VEDOVA (SCpI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DELLA VEDOVA (SCpI). Signor Presidente, io sono stato velocissimo e sono arrivato in tempo, ma mi ritrovo nelle parole del collega Caliendo e del collega Casson. È una questione di fair play: ci si mette d’accordo, lo avevamo detto esplicitamente. Altrimenti, la prossima volta ce ne andiamo, e la Giunta finisce come finisce. Ci siamo presi tre minuti in più in Giunta, con l’accordo di tutti i Gruppi, ivi compreso il Gruppo Movimento 5 Stelle, dopo che anche in quella sede abbiamo specificato di non chiedere il numero legale. Altrimenti diventa un giochino.

DI BIAGIO (SCpI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI BIAGIO (SCpI). Signor Presidente, anch’io voglio unirmi alle considerazioni dei colleghi. Quale Vice Presidente della Commissione ambiente vorrei giustificare i colleghi che non erano presenti perché impegnati in Commissione.

PRESIDENTE. Vedremo di organizzare meglio i nostri lavori, ma se manca il numero legale una volta non è che cada il mondo.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L’elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all’Assemblea saranno pubblicati nell’allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall’articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 15,29).

Seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale:

(813) Istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali

(343) DE POLI. - Istituzione di una Commissione parlamentare per le riforme costituzionali

(Votazione finale qualificata ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento) (ore 15,31)

Approvazione, con modificazioni, del disegno di legge costituzionale n. 813, con il seguente titolo: Istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale nn. 813 e 343.

Ricordo che nella seduta antimeridiana si è concluso l’esame degli articoli e degli emendamenti ad essi riferiti.

Passiamo alla votazione finale.

PALERMO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PALERMO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, nel dichiarare il voto favorevole del Gruppo Per le Autonomie ‑ PSI, voglio ringraziare in modo non formale la Commissione e la sua Presidente, soprattutto, per l’ottimo e costruttivo lavoro svolto in quella sede; vorrei altresì ringraziare il Ministro per l’attenzione che ha voluto dedicare ai lavori della Commissione e dell’Assemblea: è veramente un ringraziamento non rituale.

Sarò breve, per non ripetere i punti già sollevati in discussione generale. Pongo tre piccole questioni.

La prima: molti parlamentari che hanno un’esperienza molto maggiore della mia all’inizio di questo percorso di riforme, di fronte al mio entusiasmo, mi hanno sempre messo in guardia sul fatto che tanto sarà l’ennesimo tentativo destinato a finire nel nulla. Chi ne ha viste già tante prima può testimoniarlo.

In realtà, vedendo quello che è successo ieri, forse qualche dubbio è venuto anche a me, ma in questo caso non possiamo realmente fallire. Credo che questa sia una prova che non ha appello, proprio perché non ci possiamo più permettere i costi economici, sociali e culturali, anche, di un sistema istituzionale inefficiente. È vero che viene sempre fuori qualcosa di più urgente all’ultimo minuto, ma questa volta francamente non dobbiamo permettere che accada.

Il programma del lavoro del Comitato è molto ambizioso. È anche vero che più si mette carne al fuoco, più c’è il rischio che qualcosa vada storto e che fallisca. Mi riferisco soprattutto alla questione della legge elettorale, che, non a caso, ha occupato gran parte del tempo della discussione generale, anche se, in realtà, dal punto di vista istituzionale è un aspetto assolutamente minore.

Il punto fondamentale mi pare sia la necessità di garantire la sistematicità del lavoro che il Comitato dovrà produrre, anche con riferimento al collegamento che questo avrà, naturalmente di tipo solo informale, con il lavoro del Comitato di esperti insediato al Governo. Per questo auspico che si arrivi non a quattro testi di revisione, magari coordinati nel modo più sistematico possibile, ma ad uno solo, proprio per cercare di ridurre al minimo i rischi di asistematicità della riforma, che mi sembra siano i maggiori che essa corre, lasciando evidentemente da parte quelli puramente politici.

La seconda questione che desidero porre è la seguente. Se ripercorriamo la storia, breve ma già molto intensa, di questo provvedimento dobbiamo essere moderatamente soddisfatti; e moderatamente è meglio di niente. In realtà, è cambiato moltissimo da quando si è partiti, soltanto due mesi fa. Ieri il Ministro ci ricordava che l’ipotesi iniziale era quella di una Convenzione. Dico una cosa forse poco ortodossa in quest’Aula: personalmente ritengo che forse quella sarebbe stata l’idea migliore per garantire sistematicità (certo, avrebbe creato altri problemi sotto il profilo della legittimazione).

Siamo arrivati al testo che abbiamo prodotto. Il punto è che, in effetti, i Parlamenti, non solo quello italiano, hanno problemi a fare le grandi riforme. Ci sono aspetti su cui occorrerebbe interrogarsi, ma non è questa la sede. È giusto, però, vedere nel procedimento che si andrà ad approvare un atto di fiducia molto importante nel Parlamento, che il Parlamento, però, non potrà tradire. Come dicevo prima, questa volta non si può fallire.

Si sono trovati degli equilibri molto difficili tra la centralità del Parlamento, da un lato, e la necessità di garantire quelle esigenze di pluralismo, di partecipazione popolare e di attenzione agli aspetti, anche tecnici e non soltanto politici, che sono necessari, dall’altro. Questi equilibri sono il frutto di un compromesso. Come tutti i compromessi, non c’è mai nulla di perfetto, ma il punto fondamentale su cui siamo chiamati a decidere in questo momento mi pare sia soltanto uno: intendiamo, oppure no, andare avanti e – possibilmente – arrivare da qualche parte con la riforma? Siamo d’accordo almeno sul fatto che la Costituzione richieda delle modifiche nell’interesse generale, oppure no? Abbiamo almeno un minino comun denominatore, oppure no? Altrimenti è difficile anche partire. Occorre sfruttare l’occasione della grande coalizione che, in altri Paesi, di solito è la condizione ideale per produrre delle grandi riforme costituzionali: in Italia speriamo che lo sia.

Passo all’ultimo punto. Nel merito non entro, perché questa è una legge procedurale. Si tratta del metodo giusto per iniziare: iniziare dalla procedura e non dai contenuti. Per questo – ossia per il fatto che stiamo parlando di una legge procedurale – mi pare che i timori che sono stati avanzati in sede di discussione generale di un possibile eccesso del potere di revisione costituzionale siano, almeno in questa fase, del tutto infondati. Anche perché, come è stato richiamato anche dal senatore Campanella in sede di discussione generale, la Corte costituzionale ha affermato il proprio potere di sindacare la legittimità costituzionale di revisioni costituzionali qualora queste vadano ad infrangere dei principi fondamentali.

La legge procedurale, però, non è soltanto tale, perché ci dà anche il perimetro del lavoro del Comitato, e ci sono alcuni aspetti che rischiano di minacciare un po’ la sistematicità del lavoro. Uno di questi è la possibilità che si arrivi a quattro diversi testi che, magari soggetti a referendum, potrebbero portare a degli esiti diversi, con delle conseguenze sistematiche piuttosto disastrose. L’altro è – faccio soltanto un esempio – l’articolo 6, comma 2, in cui è scritto che per la modifica della legge o delle leggi costituzionali od ordinarie, approvate secondo quanto stabilito da questa legge costituzionale, si osservano le norme previste dalla Costituzione. Questo è un modo per voler ribadire, in un certo senso, il rispetto dell’articolo 138 della Costituzione, rendendolo più democratico (e non meno democratico) e più garantito e per dire che è una deroga una tantum all’articolo 138. Tuttavia, da accademico dico che poi bisogna sempre cercare di trovare un senso alle parole del legislatore. In questo caso, il senso effettivamente è un po’ pleonastico.

È comunque fondamentale partire e, poi, concentrarsi sui contenuti, sperando anche in modo costruttivo. Accenno soltanto alla questione della possibile – anzi certa – revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione, relativamente ai rapporti tra Stato, Regioni ed enti locali. Certamente noi ci batteremo affinché non prevalga quell’equivoco centralista che ogni tanto in questo Parlamento aleggia, secondo cui lo Stato potrebbe gestire meglio delle Regioni la complessità di cui si nutre questo Paese. Credo che questo sia un errore grossolano, e ci impegneremo affinché non trovi posto nei lavori del Comitato.

In conclusione, mi pare che l’elemento fondamentale sia soltanto uno: che ci voglia un minimo di condivisione nelle regole di fondo per fare una riforma costituzionale è una cosa ovvia, ma facciamo bene a ripetercelo. Non dobbiamo diventare – o sperare di diventare – improvvisamente come i britannici, che hanno una Costituzione talmente rigida che non ha bisogno nemmeno di essere del tutto scritta, e quindi è rigidissima nella sua massima flessibilità. Noi, però, stiamo dando un po’ prova di un eccesso di sospetto costituzionale, che produce anche un eccesso di regolamentazione. Concludo il mio intervento con l’esempio dell’articolo 2, comma 5, del disegno di legge in cui, in virtù di un emendamento approvato in Commissione, si stabilisce che: «I Presidenti del Comitato nominano uno o due relatori e, in tal caso, un senatore e un deputato». È un dettaglio, un assoluto dettaglio, ma è rivelatore del fatto che non funzionano le convenzioni costituzionali, che non ci si fida di niente e di nessuno. Era chiaramente una norma implicita che si è voluto esplicitare proprio per questo eccesso di sospetto costituzionale.

Ma allora è proprio per questo che la riforma è indispensabile, perché la nostra Costituzione, come sappiamo, soprattutto in tema di forma di Governo, è a maglie molto larghe e presuppone molte convenzioni. Se non siamo in grado di riempire queste maglie con un comportamento di fiducia reciproca, a maggior ragione abbiamo bisogno di una Costituzione che sia più puntuale e più dettagliata e che possa prevenire i rischi di questo sospetto istituzionale.

Ringrazio nuovamente i colleghi della Commissione per il lavoro svolto, augurandoci di poter iniziare a lavorare presto e costruttivamente nel Comitato. (Applausi dai Gruppi M5S e PD e della senatrice Giannini).

MAURO Giovanni (GAL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAURO Giovanni (GAL). Signor Presidente, signor Ministro, colleghe, colleghi, siamo arrivati nei tempi sufficientemente celeri che ci eravamo prefissati a questo primo appuntamento: si dà avvio al progetto di revisione costituzionale e si organizzano i primi strumenti per poter rendere efficace, importante, la riforma che ci accingiamo a varare.

Non potremmo che essere che soddisfatti, anche se la soddisfazione deve lasciare posto anche ad alcune puntualizzazioni che si rendono necessarie per il prosieguo della nostra azione.

In questi giorni abbiamo visto esercitare vizi privati e pubbliche virtù. Abbiamo assistito ad una Commissione che ha molto lavorato e che al suo interno ha trovato delle mediazioni importanti. Noi stessi, Gruppo Grandi Autonomie e Libertà, abbiamo presentato l’emendamento 2.22 che proponeva di estendere la modifica costituzionale anche a quei Titoli della Costituzione che non erano indicati nel progetto istitutivo del Comitato che oggi andiamo a varare, proposta che poi è stata assorbita da un emendamento complessivo presentato dalla relatrice (che ringraziamo) che ha meglio disegnato i limiti e l’azione del Comitato.

Con questo stesso spirito di fattività e collaborazione hanno lavorato tutti gli altri Gruppi, anche coloro che si sono dichiarati contrari a questo processo di revisione costituzionale, tranne poi registrare comportamenti in Aula o sulla stampa diversi da quelli che abbiamo potuto constatare nei tavoli di lavoro. Ho potuto assistere a un intervento piuttosto appassionato, ma devo dire un po’ ipocrita, dal mio punto di vista, di un rappresentante del Gruppo Misto, che è arrivato a dire che avremmo dovuto occupare meglio il tempo a nostra disposizione per risolvere i problemi economici del Paese, dell’occupazione o della disoccupazione, quasi che chi si voglia porre il problema della riforma costituzionale non abbia a cuore questo tipo di questioni.

Ma quante volte ce lo siamo detto, senatore Uras, che anche la riforma costituzionale è un momento importante, fondamentale, dello sviluppo economico, quello e dello svecchiamento delle nostre istituzioni? Quante volte ce lo siamo detto? Eppure, per il piacere di dieci minuti di intervento in Aula, che pensiamo possa captare la benevolenza di chi ci ascolta, riusciamo a demolire anche quello che riusciamo a fare in Commissione in uno spirito di condivisione.

Oppure, forze politiche che si sono presentate dall’esterno e sono approdate in Parlamento quali forze rigeneratrici del sistema, volenterose di dare nuovi strumenti alla nostra democrazia per una partecipazione e una gestione più moderna della nostra Nazione e della nostra Italia, sono qui a tenere atteggiamenti un po’ ostruzionistici e ad inserire elementi… (Commenti dal Gruppo M5S). Molto ostruzionistici, avete ragione, perché, ad esempio, anche la richiesta di verifica del numero legale ad inizio seduta non aveva alcun fondamento politico se non quello di fare un facile ostruzionismo; è notoriamente risaputo, poi, che gli interventi in fase di illustrazione degli emendamenti sono sempre utilizzati da chi vuole fare filibustering parlamentare, e questo è stato usato anche in questo caso, alla faccia dell’ammodernamento.

Ma poi che cosa dire delle dichiarazioni pubbliche e dei comportamenti che si realizzano di conseguenza? Ieri abbiamo ascoltato il capo del Movimento 5 Stelle Grillo annunciare l’adesione ai referendum sulla giustizia proposti dai radicali di Marco Pannella e quant’altro. E poi, gli atteggiamenti tenuti in Aula, ad esempio, dal senatore Crimi, in merito alla questione della giustizia: ieri ha addirittura invocato allo scandalo, allo scalpore, perché in quest’Aula si ponevano i problemi della giustizia del singolo o di quell’altro.

Mettiamoci d’accordo su un fatto, cari amici. Indigniamoci per le cose che davvero ci fanno indignare moralmente e dall’interno. Quando si affrontano le riforme, quando si vuole fare un servizio al Paese, lo si rende in maniera piena, se riusciamo a discernere la propaganda, il momento di proselitismo o di campagna elettorale da quello che è sostanza, da quello che è necessario. Anche sul necessario ci si può dividere, perché le ricette per il meglio possono essere diverse. Ma su queste ci dobbiamo dividere, e non sul fatto di togliersi la giacca o la cravatta, non sull’eclatanza di gesti che rappresentano un momento di protagonismo mediatico, e non di sostanza. Perché poi dispiace un poco vedere rindossare la giacca solo per poter avere accesso al ristorante del Senato della Repubblica riservato ai senatori. (Applausi ironici dal Gruppo M5S). Capisco che più che l’onor poté il digiuno, e quindi l’appetito del senatore Crimi aveva bisogno di essere appagato. (Commenti dal Gruppo M5S). Debbo però dire, cari amici, occorre trovare un modo per dirlo e già dissi… Capisco che ogni tanto fa male. Sappiate, però, che fare i censori sempre presuppone il diritto di essere censiti o censurati quando forse qualche comportamento non viene censito e censurato (Commenti dal Gruppo M5S). Presidente, vale ora il richiamo all’ascolto, a quell’ascolto che viene spesso reclamato e che purtroppo non ci viene riservato con la debita attenzione. (Applausi ironici dal Gruppo M5S).

Lo abbiamo già lamentato all’inizio del percorso. Non abbiamo avuto il coraggio di affrontare il problema del Titolo IV della Costituzione, il problema della giustizia. Lo abbiamo escluso dal novero dell’azione della Commissione. Ma sia la relatrice che la capogruppo del PD in Commissione, senatrice Lo Moro, ci hanno rassicurato sul fatto che questo non significa che non si discuterà del giusto processo e di revisione del sistema della giustizia nel nostro Paese. Porremo attenzione a tutto questo.

Intanto si parte. È importante partire in tempo. È importante partire con coesione. È importante che partecipino a questo processo anche coloro che hanno espresso critiche nei confronti della composizione della Commissione e di taluni aspetti ma il processo costituente non può che coinvolgere tutti quanti.

Anche il Governo, onorevole Ministro, deve essere più attento. Il Governo non deve anch’esso lasciarsi prendere dagli effetti annuncio. Non ci è piaciuto il disegno di legge costituzionale, intervenuto 24 ore dopo la bocciatura da parte della Consulta della normativa per la soppressione delle Province. Non ci è piaciuto, anche perché talvolta la fretta è cattiva consigliera. Anche nella stessa formulazione si sarebbe dovuti essere più attenti, signor Ministro, perché lei…

PRESIDENTE. Ministro, il collega Mauro richiede la sua attenzione, giustamente.

La ringrazio, signor Ministro. (Risate dai banchi del Gruppo M5S). La crassa risata del collega pentastellato è proprio un piacere, ridondante nella nostra Aula.

Come dicevo, signor Presidente, gli effetti annuncio non servono, neanche quando provengono dal Governo, perché abbiamo bisogno di riforme armoniche. La soppressione delle Province è sicuramente un tema importante.

Presidenza della vice presidente FEDELI (ore 15,51)

(Segue MAURO Giovanni) Si tratta di un tema da porre all’attenzione: le Province vanno riformate, ma non prima che si siano individuati sistemi di governo dell’area vasta. Non abbiamo paura di affrontare nessun tema; è chiaro però che ci stanno a cuore i problemi dei cittadini: non i problemi delle Province, ma quelli dei cittadini che le abitano e che per l’appunto hanno tanti problemi, che devono essere risolti. Con questo spirito assolutamente costruttivo annuncio il voto favorevole del Gruppo Grandi Autonomie e Libertà, augurandoci che questo grande progetto di riforma costituzionale potrà portare al rinnovamento del nostro Paese. (Applausi dai Gruppi GAL, PdL. Applausi ironici dal Gruppo M5S).

DE PETRIS (Misto-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-SEL). Signor Presidente, colleghi, signor Ministro, durante la discussione e durante la votazione degli emendamenti abbiamo avuto modo di porre una serie di questioni per noi assolutamente fondamentali, e quindi di sottolineare ampiamente i punti che, a nostro avviso, non vanno in questo inizio del processo di riforma e nel disegno di legge costituzionale al nostro esame.

Vogliate permettermi innanzitutto di porre una questione, non so se utile per un chiarimento, ma certamente utile per capire bene di cosa parliamo. Non vorremmo infatti che le nostre posizioni, che hanno sottolineato alcuni nodi procedurali, a nostro avviso certamente non secondari, siano interpretate, come ho sentito dire da parte di alcuni senatori, e siano liquidate come espressione di una divisione che vedrebbe noi in veste di conservatori, mentre dall’altra parte vi sarebbero gli innovatori.

A parte il fatto che, essendo ambientalista, essere definita conservatore mi può anche fare piacere, perché la mia azione politica ha come scopo principale la conservazione dell’ecosistema, credo che tutti noi, senatrici e senatori del Gruppo Misto, possiamo anche prendere questa definizione come un complimento, se essere definiti conservatori significa esserlo come il mai abbastanza rimpianto presidente Scalfaro, che ha difeso fino all’ultimo la Costituzione (Applausi dei senatori Uras e Campanella) e che, nel 2006, guidò quei comitati che respinsero la riforma costituzionale – votata proprio dalle forze dell’allora maggioranza, che in parte è protagonista anche del processo odierno – per conservare lo spirito della Costituzione, non genericamente, ma come elemento forte e importante anche per il futuro del nostro Paese.

Anche allora si definirono innovatori i componenti di quella maggioranza, che votò – per l’appunto solo a maggioranza – quella proposta di riforma costituzionale, ma per fortuna il popolo, nella sua saggezza, attraverso il referendum, non confermò quella riforma. Anche loro dunque – torno a ripeterlo – si sentivano innovatori. Come vedete – lo dico ai molti che si sono autoproclamati, anche in questo caso, innovatori contro i conservatori, vale a dire contro coloro che hanno opposto una serie di dubbi, sostanziosi dal nostro punto di vista – non è tutto di così facile lettura: le cose – ahimé! – sono molto più complesse.

Non ci sentiamo neanche conservatori – lo dico con molta franchezza – perché – come ho detto oggi in vari interventi – noi abbiamo sempre detto che un conto è intervenire per modificare la Costituzione in alcune parti in modo puntuale, preciso e circoscritto (ma il confine oggi non è stato tracciato in questo senso, anzi, è stato molto allargato), iniziare, cosa su cui vi è disponibilità, oltre al fatto che anche nel dibattito più ampio tra i costituzionalisti ci sono dei punti abbastanza condivisi, un altro conto è quanto si è avviato qui: si è voluto fare in modo frettoloso – torno a ripetere: molto frettoloso – un passo che va molto al di là. Chiedo ad ognuno dei senatori, e mi rivolgo in particolare ai colleghi del Partito Democratico, di capire bene – e sarebbe stato forse opportuno un dibattito più franco, che in qualche modo precedesse l’impegno alla costituzione del Comitato – quali sono effettivamente le questioni che si ritengono più urgenti, qual è il limite cui si vuole arrivare e dove ci si vuole spingere. Ciò, non solo in virtù delle tante questioni che oggi abbiamo posto, ma, credo, anche per una chiarezza nel prosieguo dei lavori.

Dico inoltre che, purtroppo, questo dibattito un po’ frettoloso – ne hanno parlato anche altri senatori – non è una novità nel nostro Paese. Il senatore Tocci l’altro giorno parlava di una sorta di ossessione compulsiva alle riforme. Condividiamo in pieno, anche perché non ci sembra che questa ossessione compulsiva abbia prodotto ad oggi dei risultati significativi. Pensate solo alla riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, alla quale oggi tutti dicono che è necessario rimettere mano, che ha portato ad una conflittualità senza precedenti presso la Corte costituzionale in materia di attribuzione e competenze.

Pensate al modo frettoloso con il quale è stato inserito in Costituzione – e vengo ad un argomento temporalmente molto più ravvicinato – il pareggio di bilancio, salvo poi, ogni volta che c’è da approvare un decreto o da fare un dibattito sull’Europa, avere chi si pente di aver introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione come ulteriore vincolo pesante.

Questa ossessione, dunque, non ha portato bene. Essa ha una causa ben precisa, vale a dire il tentativo di addossare ancora una volta sulle spalle della Costituzione la responsabilità del malfunzionamento della nostra democrazia, del distacco enorme tra i cittadini, la politica e le istituzioni: responsabilità che è invece tutta quanta in capo alla malapolitica. E non sto parlando genericamente di autoriforma, ma la dico così com’è: la cattiva politica.

Devo dire che mi ha colpito, così come ha colpito tutti noi in modo pesante, l’affermazione del presidente Letta per cui mai più bisognerà votare il Presidente della Repubblica con il sistema utilizzato in occasione dell’ultima elezione, come se quello che è accaduto in quei giorni fosse responsabilità della Costituzione. Invece, come sappiamo perfettamente, era responsabilità della cattiva politica, e non voglio aggiungere altro.

È questo autoassolversi, cercando di buttarla sulla Costituzione e sulle riforme, magari come panacea di tutti i mali, che non condividiamo affatto. Inoltre, si è scelta una strada, che è quella della deroga all’articolo 138 della Costituzione; si è scelta una strada che non è un compromesso felice rispetto alla centralità del Parlamento. Abbiamo discusso questa mattina in modo ossessivo, e non avete voluto modificare questo punto assolutamente fondamentale sul diritto di ogni parlamentare di poter partecipare al procedimento e quindi di poter presentare subemendamenti, e non è una questione secondaria.

Torno a ripetere che avevamo detto con molta chiarezza che non era una questione che doveva riguardare soltanto maggioranza ed opposizione, ma che doveva essere un processo davvero molto serio e coinvolgente tutto il Parlamento. Invece, avete tracciato ancora una volta il confine della maggioranza, solo ed esclusivamente della maggioranza. Ma non vi porterà bene: ricordate la fine che hanno fatto gli altri tentativi di riforma da questo punto di vista.

La verità – e termino il mio intervento, Presidente, dichiarando il voto contrario delle senatrici e dei senatori del Gruppo Misto Sinistra Ecologia e Libertà sul disegno di legge in esame – è che voi utilizzate le riforme (in questo caso tra l’altro c’è una strumentalità che davvero dovrebbe far riflettere) come polizza assicurativa per tenere in piedi una maggioranza strana, un Governo strano, che – come vedete – traballa, com’è accaduto ieri, per le vicende personali e giudiziarie del senatore Berlusconi. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL, M5S e Misto. Congratulazioni).

CALDEROLI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALDEROLI (LN-Aut). Signor Presidente, colleghi, ministro Quagliariello, nel giorno dell’insediamento del vostro Governo, la Lega Nord ha espresso un voto di astensione perché il presidente Letta, nel suo intervento, ha saggiamente parlato di riforme e di tempi certi per la loro realizzazione. Ora però, dopo tre mesi, è giunto il momento di fare un bilancio, sia rispetto all’azione generale di governo, sia rispetto al fronte delle riforme.

Caro ministro Quagliariello, il Governo a cui lei appartiene e la maggioranza che lo sostiene sono un vero disastro. Non ho mai visto una maggioranza così ampia di Governo e così sgangherata, ma non ho neanche mai visto che a sparare ogni giorno addosso al Presidente del Consiglio o ad uno dei suoi Ministri siano i più alti esponenti dei partiti che compongono la compagine di Governo. Mi sia consentita una battuta: con un Brunetta e un Renzi al giorno si toglie il Governo di torno! (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S).

Ma in opposizione non sembrano esserci solo i partiti di maggioranza, sembrano esservi anche alcuni Ministri e Sottosegretari che, parlando a vanvera e a ruota libera, dimostrano la loro inadeguatezza rispetto al ruolo che ricoprono e mettono oggettivamente in difficoltà il Presidente del Consiglio. Ma lasciamo perdere le persone e andiamo ai contenuti.

I provvedimenti assunti sull’IMU e sull’IVA sono una vera barzelletta. Piuttosto che abolire definitivamente l’IMU, come noi avevamo fatto con l’ICI, e cancellare l’incremento dell’IVA, le avete solo rinviate, e tra l’altro l’avete fatto senza copertura. Uno Stato che per rinviare l’incremento di un’imposta chiede l’anticipo di un’altra imposta, pari o superiore al cento per cento, sta facendo una rapina di Stato nei confronti del cittadino. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S).

Non solo: un’operazione del genere non può coprire alcunché, perché, vista la crescita o meglio la decrescita dell’economia, il gettito degli acconti, ancorché al cento per cento, sarà inferiore a quello previsto dai tendenziali e quindi usare quest’operazione come copertura è fare un falso in bilancio e certificarlo. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Ma anche su tutto il resto, l’azione di governo è una tragedia: il vostro motto è non decidere, differire, spostare, non fare. «Sopire, troncare, (…) troncare, sopire» avrebbe detto il vecchio conte zio de «I Promessi Sposi». Altro che «decreto del fare». Siamo passati dai «decreti milleproroghe» a un «Governo milleproroghe» (Applausi dal Gruppo LN-Aut). L’unico decisionismo lo avete dimostrato quando bisognava fare le nomine: su quelle al primo colpo avete trovato la quadra e avete sistemato tutti nel cimitero degli elefanti della pubblica amministrazione, amici e parenti, con buona pace dei debiti pubblici e della meritocrazia.

Lo stesso decisionismo l’avete dimostrato solo quando avete fatto un decreto-legge per far uscire dalle carceri migliaia di delinquenti (Applausi dal Gruppo LN-Aut) mettendoli in condizione di tornare a delinquere, visto che si tratta anche di recidivi.

Caro Governo, il numero e la capienza delle carceri vanno parametrati al numero dei reati commessi e non il contrario. Se una buona parte della popolazione carceraria è costituita da cittadini extracomunitari o stranieri, che vadano a scontare la pena nel Paese di provenienza (Applausi dal Gruppo LN-Aut), risolvendo da una parte il problema del sovraffollamento carcerario e, dall’altra, liberando risorse che rendano la detenzione uno strumento di rieducazione e riabilitazione e non solo di punizione.

Ma lasciamo perdere l’azione generale di governo (ci vorrebbero dei giorni per commentarla). Purtroppo, anche sulle riforme rischiamo di andare per le lunghe. Il presidente Letta nel suo discorso aveva parlato di diciotto mesi per realizzarle, ma da allora sono già trascorsi tre mesi, e siamo già a ventuno mesi, ai quali bisogna aggiungere i quattro mesi necessari all’approvazione del Comitato, e siamo così arrivati a venticinque mesi, superando in questo modo anche il periodo di gestazione di un pachiderma. Di più, il testo originario del Governo parlava di «assicurare» entro diciotto mesi il varo della riforma, mentre il testo della Commissione è passato ad un più debole «consentire», che in termini di certezza dei tempi – mi consenta – mi fa venire in mente la battuta «mia figlia è incinta, ma solo un pochettino». (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S).

Comunque sia io continuo a crederci, nonostante solerti convocazioni di altre Aule sembrino dimostrare il contrario. Caro senatore Mauro, non è vero che non si è parlato di Titolo IV della Parte II della Costituzione: ieri abbiamo occupato la giornata a parlare del Titolo IV. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S). Noi abbiamo dato un contributo in Commissione facendo approvare numerosi nostri emendamenti che hanno reso certi il Comitato e la sua operatività, e il nostro contributo abbiamo continuato a darlo anche in quest’Aula con tanti ordini del giorno che pongono paletti per la prossima scrittura della riforma. Ma quando arriveremo al dunque non dovrete, né potrete, tradire la nostra fiducia.

Cara presidente Finocchiaro, caro ministro Quagliariello, fatevi tanti bei nodi al fazzoletto quanti sono i punti che ora andrò ad enunciarvi.

Primo: il numero dei parlamentari non va ridotto per finta, va dimezzato veramente, tenetelo a mente. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e della senatrice Paglini). cinquecento fra deputati e senatori bastano e avanzano.

Secondo: il Senato federale. Il presidente Letta nel suo intervento ha parlato di un vero Senato federale, come noi lo vogliamo, e non di un papocchio fatto solo per accontentare gli attuali senatori o chi lavora nel Palazzo.

Terzo: premierato forte o semipresidenzialismo. Personalmente non sono innamorato di uno dei due modelli, ma pretendo una formula che preveda che il Governo possa governare, che il Parlamento possa legiferare e indirizzare l’Esecutivo e che l’opposizione possa svolgere la propria funzione di controllo e di garanzia.

Quarto: federalismo. Ma questa volta lo si faccia veramente stabilendo, una volta per tutte, che cosa deve fare lo Stato, che cosa devono fare le Regioni e che cosa gli enti locali. Ma attenzione! Non vorrei mai che qualcuno tentasse, con la scusa di mettere ordine al terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione, di riportare tutto in capo allo Stato cancellando quel po’ di federalismo presente nella nostra Costituzione. Caro Ministro, noi vogliamo più federalismo e meno centralismo. (Applausi dal Gruppo LN-Aut. Il ministro Quagliariello conversa al telefono).

Ho parlato di centralismo, non di centralino! (Ilarità).

PRESIDENTE. Ministro, per favore. Comunque, senatore Calderoli, può anche andare avanti. Grazie.

CALDEROLI (LN-Aut). Le bozze che escono clandestinamente dal suo Dipartimento non ci piacciono, glielo dico chiaro: Ministro avvisato, Ministro mezzo salvato. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Quinto: federalismo fiscale. Questa riforma dovrà, come ha detto il presidente Letta, stabilire una più equa ripartizione delle entrate fiscali fra centro e periferia, e dovrà essere l’occasione per dare piena attuazione al federalismo fiscale approvato nella precedente legislatura, a partire dai costi standard incredibilmente messi nel cassetto dal Governo Monti. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bianconi). Se venissero applicati anche solo i costi sanitari pro capite della Regione Lombardia in tutte le Regioni, avremmo un risparmio strutturale di 27 miliardi di euro all’anno: un’intera finanziaria, altro che le vostre coperture per IMU e IVA! Glielo dica al ministro Saccomanni. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Sesto: a noi interessano anche le macroregioni, che non dovrebbero interessare solo al Nord ma anche e soprattutto al Sud e a quelle Regioni che sono addirittura più piccole delle attuali Province. E a proposito di queste ultime, mi ricollego a quanto detto poc’anzi dal collega Mauro: il disegno di legge del Governo sulle Province è una vergogna. Basta con la politica degli annunci e testi scritti in fretta, che fra l’altro, con le norme transitorie, rimettono in essere come prima le vecchie Province! Si legga piuttosto la mia proposta, che le trasforma in enti locali regionali, la cui competenza ordinamentale esclusiva spetterà alle Regioni. Ciascuna Regione dovrà e potrà decidere sul numero e sul ruolo delle Province in base alle proprie necessità: questo è federalismo!(Applausi dai Gruppi LN-Aut).

Concludendo, noi voteremo sì a questa legge, ma da ora partirà il timer, che per lei e per il presidente Letta sarà il timer di una bomba a mano: se non si dovessero realizzare le riforme nei termini stabiliti verrò io stesso a prendere a casa lei e il presidente Letta, e tirandovi per le orecchie vi porterò in ginocchio sui ceci dal presidente Napolitano a rassegnare le dovute dimissioni. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S). E questa non è una battuta, è proprio una minaccia! (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S. Congratulazioni).

SUSTA (SCpI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SUSTA (SCpI). Signora Presidente, ringrazio la presidente Finocchiaro e i relatori per il lavoro che hanno svolto e per la sensibilità con la quale hanno affrontato questo argomento così importante per tutti noi. Quella di oggi potrebbe essere un’occasione formale: poter dire di sì a un disegno di legge che è meramente procedurale. Ma sappiamo che non è così, iniziamo un cammino difficile e probabilmente avrà ragione lei, senatrice De Petris, a dire che questo percorso riformatore è solo una polizza sulla vita del Governo.

Purtroppo altre nubi si addensano all’orizzonte, e ci auguriamo che il comune riferimento ai valori fondanti della Repubblica, tra cui il principio della separazione dei poteri, aiuti a non offuscare la saggezza e la prudenza dimostrate sin qui da chi pure si richiama alla tradizione liberale e ha in questa tradizione i propri riferimenti ideali.

Ma ben venga questa polizza sulla vita, se è tale da darci tra poco più di un anno un Parlamento profondamente rivisitato, ridotto nelle sue dimensioni ma potenziato nell’efficienza e nell’efficacia, saldo nella sua centralità rispetto alle altre istituzioni.

Ben venga, se è tale da darci una Costituzione che riscriva il rapporto tra Stato centrale e autonomie, superando la schizofrenia di questi dieci anni portata avanti spesso violentandola proprio in nome delle autonomie.

Ben venga se, con un Governo che recupera piena legittimazione democratica e con una legge elettorale più rispettosa dei diritti degli elettori, la politica riuscirà a ricucire un rapporto fiduciario, oggi lacerato, con il Paese.

Rattrista, quindi, sentire soprattutto da chi non perde occasione per ricordare la centralità del Parlamento commenti, critiche, attacchi, parole, a volte anche fuori di senno, contro quello che stiamo facendo in questi giorni. Stiamo facendo esattamente quello che abbiamo promesso durante la campagna elettorale per recuperare una credibilità compromessa: avviare, cioè, una riforma costituzionale per dare all’Italia istituzioni più efficienti ed efficaci, ma altrettanto rappresentative, e per consentirci di mantenere il posto che ci compete in Europa e nel mondo.

Certo, siamo solo all’inizio. Il percorso non sarà breve; molto e molti cercheranno di interromperlo o di ostacolarlo. Siamo però consapevoli che sul raggiungimento di quest’obiettivo non solo la maggioranza, ma tutto il Parlamento misurerà la propria credibilità.

Non possiamo permetterci di fallire. Incombe sulla maggioranza il dovere di fare in modo che questa priorità, indicata dal Presidente della Repubblica e dal Presidente del Consiglio in occasione della loro investitura, non venga disattesa.

Con il voto a favore di questo disegno di legge, Scelta Civica per l’Italia intende aderire senza riserve a questo che per noi è un dovere non solo di lealtà verso il monito della più alta magistratura della Repubblica o verso un Governo, ma di coerente fedeltà a un patto che abbiamo scritto il 25 febbraio con tre milioni e mezzo di elettori. (Applausi dal Gruppo SCpI).

CAMPANELLA (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CAMPANELLA (M5S). Signor Presidente, colleghe, colleghi, signori del Governo, siamo arrivati quasi alla fine della procedura d’urgenza con cui quest’Aula ha deciso di trattare il disegno di legge per l’istituzione del Comitato per le riforme costituzionali.

Il Movimento 5 Stelle crede che la Costituzione vada aggiornata per ottimizzare gli organi e le procedure che vi sono previsti, per renderli più efficaci e per ridurre i costi della macchina dello Stato. Ma non è solo una considerazione di ordine economico, quanto piuttosto un’esigenza sociopolitica: evitare la costituzione ed il mantenimento di un ceto che gestisca la cosa pubblica e tenda a costituirsi come un corpo separato, come una vera classe.

Invece i partiti, che negli ultimi venti-trent’anni non sono riusciti a gestire l’ordinario, si ripromettono e promettono al popolo italiano di fare cose straordinarie.

Il Movimento 5 Stelle crede che nell’ordinamento disegnato dalla Costituzione debbano essere iniettate robuste dosi di democrazia diretta (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Mastrangeli) e di ogni accorgimento idoneo a restituire realmente il controllo dei processi politici ai cittadini.

Tuttavia, il Movimento 5 Stelle è contrario alla costituzione di questo Comitato. Le ragioni le abbiamo analizzate nelle ultime settimane nei nostri interventi in Commissione e in Aula. Permettetemi ora di sintetizzarle.

Uno dei problemi è l’origine politica di tale Comitato, che è molto, molto legata alla composizione politica della strana maggioranza che regge l’attuale Governo. Tale maggioranza ha voluto raccogliere l’invito del Presidente della Repubblica a realizzare le riforme, ma forse non ha colto un aspetto nodale.

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 16,20)

(Segue CAMPANELLA). Il risultato elettorale, che è alla base della composizione di questo Parlamento, è stato un campanello d’allarme fortissimo per i partiti politici che da decenni occupano e gestiscono le istituzioni. La risposta è stata la dichiarazione di volontà di realizzare le riforme. Attenzione: è una dichiarazione di volontà, ma di sola volontà, o sola dichiarazione, perché non c’è un’intesa di massima tra le forze presenti in Parlamento, ma non c’è un’intesa di massima neanche tra le forze presenti nella maggioranza. Noi sappiamo che una parte non ha alcuna intenzione di accedere a forme presidenzialistiche o semipresidenzialistiche e un’altra parte è proprio quelle che vuole. Sappiamo che una parte non ha intenzione di metter mano al Titolo IV della Parte II della Costituzione; sappiamo che un’altra parte è proprio questo che vuole, dove il Titolo IV, per i cittadini che ci ascoltano, è la magistratura.

C’è una parte di questo Parlamento che, nella maniera più trasparente e chiara possibile, ha manifestato l’intenzione di mettere sotto controllo la magistratura requirente. (Applausi dal Gruppo M5S).

C’è una parte di questo Parlamento che, al seguito del proprio leader, è liberale in modo flessibile. È liberale per la parte che le interessa, lo è meno quando si parla di divisione dei poteri.

A questo punto, l’intesa tacita sembra essere quella di prendere tempo, per dare luogo all’attività di un Governo in un momento di obiettiva difficoltà economica, fortissima per l’Italia ed estremamente sentita tra i cittadini, per non affrontare il tragico nodo della riforma elettorale, che è un altro dei pomi della discordia, perché siamo stati abituati da anni a vedere riforme elettorali che servivano gli interessi della parte che se ne faceva promotrice.

A questo punto, quindi, noi prendiamo la riforma elettorale da farsi (perché che si debba fare è chiaro a tutti, soprattutto ai cittadini), e la spostiamo a data da definirsi, dopo che saranno definite le difficili – ripeto: difficili – intese a livello istituzionale.

In tutto questo, per fare ciò si mima la volontà di rispondere alle esigenze dei cittadini. Signori, noi sappiamo tutti qua dentro, come lo sanno fuori, che i cittadini questa drammatica esigenza di cambiare l’ordinamento istituzionale, l’architettura dello Stato non la avvertono, se non per la parte che meno si vuol cambiare, come poc’anzi ricordavano i colleghi della Lega: il numero dei parlamentari. E anche quella è un’esigenza legata non ad una consapevolezza dell’eccesso del numero, quanto alla consapevolezza dell’improduttività delle Aule parlamentari negli ultimi anni. (Applausi dal Gruppo M5S).

Il problema però non è che le Aule parlamentari sono improduttive perché piene di membri che non sono capaci di operare: le Aule parlamentari sono improduttive per motivi che sono stati chiarissimamente esemplificati ieri pomeriggio. Sono improduttive perché da una parte c’è l’interesse, oramai conclamato, reso assolutamente patente, a difendere una persona: non un principio, attenzione, perché ai difetti del malfunzionamento della giustizia ci sono moltissime persone in Italia che sono assoggettate, sia che si tratti di giustizia penale, sia che si tratti di giustizia civile. Però alla giustizia, anche a quella minima del giudice di pace, normalmente si risponde mettendo un balzello per accedere alla pronuncia del giudice di pace. Non è, quindi, un’esigenza avvertita allo stesso modo da tutti. Quindi, colleghi del PdL, quando dite che si tratta di assicurare giustizia a ciascun cittadino, non è così, perché parliamo di un cittadino chiarissimamente e personalmente definito, che conosceremmo tutti meglio se fosse più presente in quest’Aula. (Applausi dal Gruppo M5S).

A questo punto, in questo stato di cose, la prima vittima è la rigidità della nostra Costituzione, rigidità che i Padri costituenti avevano posto a guardia del funzionamento della Repubblica, che deve essere fondato su alcuni punti fermi. Il bello, la caratteristica della Costituzione è che ci dà una griglia all’interno della quale poterci muovere anche con la normazione. Noi, invece, questa rigidità, nel momento in cui più serve e nel momento in cui meglio deve essere affermata, la mettiamo da parte per far prima e per far meglio. Come? Riducendo le prerogative dei parlamentari; riducendo i tempi tra una lettura e l’altra delle leggi costituzionali che eventualmente si approvassero; sostanzialmente comprimendo la funzione del Parlamento, anche a vantaggio del Governo che improprissimamente – mi si perdoni il termine – viene chiamato ad agire nel processo proponendo un disegno di legge e chiamando a raccolta un gran numero di accademici per consigliarlo…

PRESIDENTE. Concluda, senatore Campanella.

CAMPANELLA (M5S). …quasi a supportare – sto finendo, signor Presidente – una sorta di legittimazione ad operare che non è politica. Che non lo è è chiaro, perché anche negli interventi di qualcuno di coloro che mi hanno preceduto è stato detto in maniera chiara, netta, limpida che c’è un problema nella composizione di questo Parlamento. Non si tratta di un problema formale, ma sostanziale, nella misura in cui nessuno di noi presenti in quest’Aula è stato direttamente votato da un cittadino.

PRESIDENTE. Concluda, senatore Campanella. Non voglio toglierle la parola, ma sono già dodici minuti che sta parlando.

CAMPANELLA (M5S). Poche parole e concludo, signor Presidente.

Abbiamo provato a contribuire chiedendo una maggiore partecipazione ai cittadini e continueremo a farlo. Quest’Aula si è impegnata con l’approvazione di un ordine del giorno. Cercheremo di realizzare effettivamente questa cosa. Quest’Aula, ripeto, si è impegnata e a questo punto noi speriamo di ridurre il danno, perché siamo consapevoli che all’interno di quest’Aula siamo in netta minoranza, ma siate consapevoli che all’esterno di quest’Aula siamo altrettanto nettamente maggioranza. (Applausi dal Gruppo M5S e dei senatori De Petris, Giro e Mastrangeli).

BRUNO (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BRUNO (PdL). Signor Presidente, mi preme da subito affermare che noi voteremo a favore di questo provvedimento. La prima motivazione che ci vede favorevoli è quella che inerisce e riporta, con questo provvedimento, la centralità del Parlamento. Ricordo quando, all’inizio di questo dibattito, taluni avrebbero voluto un Comitato composto da membri del Parlamento e da membri cosiddetti laici. Non se ne comprendeva a fondo l’intenzione dei proponenti, ma fortunatamente tale percorso è stato accantonato.

Mi sia consentito aggiungere sul punto un’ulteriore considerazione. Non comprendo a quale fine il Governo ha invece optato per la costituzione nel suo seno di un collegio dei saggi, che dovrebbe avere la finalità di collaborare per la migliore redazione dei testi che il Governo poi offrirà al Parlamento stesso. L’esperienza maturata già alla Camera dei deputati, ma anche quello che è avvenuto nella Commissione affari costituzionali del Senato in sede di audizione ha rimarcato, laddove ce ne fosse stato ancora bisogno, quanto a volte non siano necessari i confronti con gli esperti. Infatti, in sede di audizione abbiamo udito due professori universitari, che mi sento di ringraziare per il loro rigore scientifico e per la loro profondità; ma sia il professor Pace che il professor Marini ci hanno illustrato tesi contrastanti che, se amplificate in un consesso di 42 esperti, poco o nulla potranno concorrere per facilitare e supportare l’attività del Governo e conseguentemente l’attività del Parlamento. D’altra parte i rumors di queste ore circa le differenti posizioni di questi saggi confermano l’assunto superiore. Ma tant’è: quella scelta il Governo l’ha fatta e attendiamo fiduciosi, anche se con una punta di scetticismo, il lavoro che si sta producendo.

Tornando al nostro disegno di legge, sottolineo che trattasi di un provvedimento che si prefigge di fissare le linee guida, le regole, l’iter che dovrà essere osservato per pervenire alle auspicate riforme della Parte II della Costituzione.

Il testo offertoci dal Governo era già in linea di massima condiviso e si è cercato di lasciarlo, il più possibile, com’era nella sua stesura originaria, salvo intervenire su determinati punti, solo per renderlo più rispondente al dibattito che si è sviluppato in Commissione, sia in sede di discussione generale sia in quello che è scaturito nella fase emendativa.

In particolare, abbiamo ritenuto, come PdL, di presentare pochi emendamenti che completassero e meglio definissero taluni passaggi che il Governo aveva ipotizzato.

Concretamente, abbiamo ritenuto che non fosse abbastanza chiara la lettura del testo nella parte che indicava la composizione numerica del Comitato. Un nostro emendamento ha meglio specificato che ai quaranta componenti dovevano aggiungersi i due Presidenti delle Commissioni affari costituzionali di Camera e Senato.

Poi abbiamo ritenuto che, in assenza di riferimenti alle modifiche necessarie al Titolo IV e VI della Parte II della Costituzione, si poteva concretizzare il dubbio che comunque il Comitato non sarebbe potuto intervenire su quelle parti, appunto del Titolo IV e VI, per le correzioni che si fossero rese necessarie a seguito delle modifiche sulla forma di Stato e sulla forma di Governo. Basti pensare alla Presidenza del CSM oppure al criterio di nomina dei giudici della Consulta, laddove dovessimo decidere sulla fine del bicameralismo perfetto, che vedrebbe quasi certamente il Senato titolare di un proprio diritto circa la nomina di un numero da stabilirsi dei componenti della Corte costituzionale.

Altro punto da noi ritenuto qualificante è stato quello relativo all’esame dei progetti di legge aventi ad oggetto la riforma della legge elettorale che necessariamente dovrà essere conseguente al nuovo assetto che nel merito il Parlamento andrà a decidere. E ciò fermo restando che alle Commissioni affari costituzionali di Camera e Senato non è preclusa la possibilità di discutere e valutare leggi elettorali che venissero ritenute necessarie e opportune, valutazione, peraltro, tutta politica. Sconsiglierei, sul punto, fughe in avanti, se non concordate in sede politica, perché queste potrebbero avere il solo fine di far collassare il processo riformatore.

Altro punto di particolare importanza è rappresentato dall’articolo 5, che attiene al referendum. Si è voluto rafforzare la portata dell’articolo 138 della Costituzione, prevedendo, se richiesto, il referendum anche quando la legge è stata approvata con il quorum dei due terzi.

In conclusione, sento di dover ringraziare tutti coloro che sono intervenuti sia in questa sede, sia in Commissione. In particolare, un ringraziamento mi sia consentito alla relatrice presidente Finocchiaro e al ministro Quagliariello.

Ho ascoltato tanti interventi che ci hanno intrattenuto anche toccando questioni di merito, in questa sede certamente fuori luogo e ultronei: ci sarà tempo e tutti gli argomenti che dovranno essere trattati saranno sviluppati degnamente. Insisto: questo è un provvedimento teso solo ed esclusivamente a stabilire regole e procedure da porre a base del gravoso lavoro che ci attende.

Quello odierno è il secondo gradino, dopo l’approvazione della mozione sulle riforme costituzionali del 29 maggio 2013, a cui seguirà quello dei testi sulla nuova configurazione dell’assetto istituzionale.

Mi auguro che il processo riformatore questa volta possa procedere senza intoppi per giungere a conclusione. Sarebbe la scrittura di un bel libro: oggi stiamo tutti insieme scrivendo una pagina importante ed io – personalmente – ne sento anche la responsabilità.

Rivolgendomi alle odierne opposizioni, sommessamente le invito a non sciupare un’occasione che la storia parlamentare del nostro Paese ci ha affidato. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Compagna, Finocchiaro e Lo Moro).

ZANDA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ZANDA (PD). Signor Presidente, poco fa il senatore Susta ha ricordato che le norme che fra breve approveremo non sono delle mere disposizioni procedurali; ma non sono nemmeno delle modifiche sostanziali della nostra Costituzione, come dicono altri. Politicamente, nella sostanza, esse segnano l’avvio di un percorso di riforma i cui contenuti debbono essere ancora elaborati e definiti.

Nel metodo, vedo nel provvedimento rilevanti indicazioni di fondo: la conferma della necessità di rispettare lo spirito e le prescrizioni dell’articolo 138 della Costituzione, ma anche la necessità e l’urgenza del processo riformatore. La decisione della Corte costituzionale sull’incostituzionalità della legge ordinaria di riduzione delle Province ci dice quanto poco servano le scorciatoie.

Larga parte dell’opinione pubblica si chiede se il Parlamento sarà all’altezza di questo impegno, se saprà portare a compimento il processo riformatore. Non è una domanda ingiustificata, considerato quanto la politica del rinvio ha danneggiato l’Italia. Non parlo di rinvii di settimane o di mesi: parlo dei ritardi di decenni delle politiche di riduzione del debito pubblico, della soluzione del dramma dell’evasione e dell’elusione fiscale, della difesa dei beni culturali e del paesaggio, del rinnovamento della scuola pubblica, dell’ammodernamento dei servizi pubblici. E ancora, signor Presidente, parlo dei ritardi della riforma della pubblica amministrazione, di azioni di contrasto alle oligarchie, di regolamentazione seria del conflitto di interessi. Da anni – ancora – rinviamo decisioni largamente condivise su limitate modifiche della Costituzione, come la riduzione del numero dei parlamentari, la revisione del bicameralismo perfetto e la correzione del Titolo V della Parte II della Costituzione, con grande rispetto delle autonomie, presidente Calderoli.

Cosa è cambiato per poter dire che la politica del rinvio non sarà più la nostra? Ecco che cosa è cambiato: mentre noi restavamo fermi e ripiegati su noi stessi, è cambiato il mondo, e chi non lo comprende è destinato a soccombere. Oggi la violenza e la durata della crisi, la velocità dei fenomeni e una globalizzazione senza regole ci dicono che, se non saremo capaci di trovare in noi stessi, con i tempi rapidi dei mutamenti globali, la forza e le idee necessarie per battere le nostre malattie e i nostri vizi, saremo destinati inesorabilmente a perdere sovranità e a ridurre il tenore di vita e i livelli di sicurezza sociale. In una parola, saremo destinati ad un declino rapido, violento e pericoloso.

Lo dico al mio amico senatore Tocci: la difesa della democrazia da parte del Partito Democratico è fuori discussione. Ma lo è altrettanto l’urgenza di trovare soluzioni giuste ed efficaci ai nostri gravissimi problemi. Ed io condivido l’analisi della presidente Finocchiaro: sarebbe molto, molto rischioso se nel Paese diventasse senso comune l’idea che il Parlamento è inutile.

E lo dico anche, con molto rispetto, al Movimento 5 Stelle: io non mi scandalizzo per le proteste d’Aula; mi preoccupa la sensazione che pregiudizialmente la nostra Aula non sia considerata un luogo di dibattito ma solo di scontro politico. (Applausi dai Gruppi PD e SCpI).

Ci sono aspetti della nuova normativa costituzionale, che tra poco approveremo in prima lettura, che hanno un rilevante significato politico. Il Comitato di deputati e senatori, cui pariteticamente è demandata l’elaborazione in sede redigente delle modifiche alla Costituzione, esprime, proprio per la sua composizione mista, una esplicita presa d’atto dei limiti del bicameralismo paritario disegnato nel 1947 dai Padri costituenti. E su questo punto serve una riflessione: non sul bicameralismo che nel 1947 venne scelto con molta saggezza, quanto sulla sua attualità oggi, dopo quasi settant’anni, in una fase storica molto diversa politicamente, economicamente e socialmente. Ma qui entriamo nel campo dei contenuti, sui quali dobbiamo aspettare le risposte del Comitato, a cominciare – lo ripeto ancora – da quelle sulle funzioni di Camera e Senato, sul numero dei parlamentari e sul Titolo V.

Il testo approvato dalla Commissione affari costituzionali prevede una specialissima composizione del Comitato: i suoi componenti saranno individuati secondo il duplice criterio della consistenza dei Gruppi e del numero dei voti conseguiti dalle liste. Mai, prima d’ora, era accaduto che una Commissione parlamentare non venisse composta, ai sensi dell’articolo 72 della Costituzione, secondo la proporzione dei Gruppi parlamentari.

Presidenza del presidente GRASSO (ore 16,42)

(Segue ZANDA). Il Partito Democratico ha dato il suo consenso a questa modifica, così rinunciando al suo legittimo diritto di vedersi rappresentato in relazione alla sua forza parlamentare. Non ricordo casi nei quali altri Gruppi si siano comportati nello stesso modo. Ma tutti i senatori, non solo del Partito Democratico, hanno piena consapevolezza delle gravi ragioni che in queste circostanze impongono di violare, in via eccezionale, la necessaria proporzionalità che in Parlamento regola la composizione delle Commissioni; e la ragione sta tutta nelle gravissime conseguenze distorsive che il “porcellum” sta producendo alla nostra democrazia e che il Partito Democratico non vuole abbiano effetti sul processo di revisione della Costituzione.

Signor Presidente, le leggi elettorali sono formalmente leggi ordinarie, ma nella sostanza hanno indiscutibile valore costituzionale. Una buona Costituzione (e la nostra lo è) può perdere gran parte della sua forza democratica per una legge elettorale malfatta, fuori dai principi di una democrazia compiuta. Ed è per questo motivo, nel momento in cui si apre in Parlamento un dibattito sulla modifica di alcune parti limitate della Costituzione, che a nome dei senatori del Partito Democratico mi rivolgo all’intero Senato chiedendo che contestualmente venga data una priorità assoluta all’urgente modifica della legge elettorale vigente (Applausi dai Gruppi PD e SCpI e del senatore Colucci) che ha già avuto effetti rovinosi e che non possiamo rischiare d’essere costretti ad utilizzare ancora una volta.

Conosco l’obiezione che le leggi elettorali seguono e non precedono le riforme sull’assetto dello Stato e del Parlamento. È un principio talmente sacrosanto da farci dire che l’Italia avrebbe tratto grande giovamento se oggi chi di questo principio si fa scudo ne avesse tenuto conto anche nel 2005, quando il “porcellum” fu adottato a maggioranza, per freddo calcolo politico, senza che fosse intervenuta alcuna modifica dell’assetto istituzionale. (Applausi dei senatori Lepri e Pagliari).

Siamo in una situazione di grande pericolo. Sono gli italiani che ci chiedono all’unanimità di abrogare immediatamente il “porcellum”, palesemente incostituzionale nel potere di scelta sottratto agli elettori, nell’abnorme premio attribuito senza condizioni, nei diversi sistemi tra Camera e Senato che determinano diverse maggioranze.

Siamo in grave ritardo. Signori senatori, non usiamo strumentalmente l’alibi dei tempi lunghi del processo riformatore per condannare l’Italia all’umiliazione della peggiore legge elettorale d’Europa, totalmente estranea alla cultura giuridica e democratica della nostra Repubblica.

Il Presidente della Repubblica, pochi giorni fa, ha sottolineato, con ragione, la necessità che il nostro Paese riacquisti fiducia in se stesso. La diffusa mancanza di fiducia, a cominciare da quella degli italiani nei confronti della politica, è uno degli elementi che più ci indebolisce di fronte alle difficoltà: sfiducia dei cittadini nelle proprie capacità ma anche, e assai prima, sfiducia nella politica e sfiducia nel Parlamento.

Diciamocelo con chiarezza. Finché il Parlamento non si farà carico concretamente e sul serio dell’unanime richiesta degli italiani di abrogare il “porcellum”, noi senatori e i nostri colleghi deputati non avremo alcuna possibilità di aspettarci la loro fiducia.

Il Gruppo del Partito Democratico voterà a favore del provvedimento. (Applausi dai Gruppi PD e SCpI e dai banchi del Governo).

MINZOLINI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

MINZOLINI (PdL). Signor Presidente, colleghi, onorevoli membri del Governo, la Costituzione è un patto in cui i rappresentanti di un popolo accettano un sistema di valori, regole, norme e garanzie nel rispetto e nell’interesse dei cittadini. È una definizione semplificata, ma mi serve a far capire quella che per me è l’ipocrisia che sta alla base di questo ennesimo tentativo di modernizzare la nostra Carta costituzionale e che rischia di diventare il peccato originale, la lacuna che può determinarne l’inutilità.

Perché parlo di ipocrisia? Perché, mentre noi qui parliamo di regole, la magistratura, o meglio una parte di essa, tenta di ridisegnare il sistema politico italiano, eliminando una delle rappresentanze popolari con una serie di inchieste e di processi in cui le regole vengono piegate a questo fine. Ma questa è solo una delle contraddizioni – per usare un eufemismo – del nostro sistema giudiziario. Le cronache, anche le più recenti, sono ricche di esempi: la vicenda controversa dell’Ilva ha messo in crisi una città; la condanna dei sismologi che non hanno previsto il terremoto dell’Aquila ha messo in crisi la Protezione civile; a Milano – notizia di oggi – uno stupratore non è andato in carcere perché una giudice, ad un anno dalla sentenza, non ne aveva ancora scritto le motivazioni. Ed ancora, una delle ragioni per cui grandi gruppi stranieri non investono in Italia è perché manca la certezza del diritto: un reato che non è non perseguito a Roma viene perseguito a Milano; un reato che è perseguito a Napoli non lo è a Siena. Più che un sistema giudiziario è una lotteria. Insomma, la nostra giustizia è malata.

Qualcuno può anche non condividere questa lettura dei fatti, contestarla, dire che non è obiettiva o addirittura denunciare che sia una mistificazione. Quello che non si può fare, e che non può certo fare una classe dirigente, è accettare un compromesso al ribasso, o per ignavia o per assenza di coraggio. Decidere, cioè, che quell’argomento, ovvero i limiti e le distorsioni che riguardano il potere giudiziario, non debba essere toccato e non riguardi il legislatore, malgrado ne sia condizionato quotidianamente. Basta leggere l’editoriale di domenica scorsa di Galli della Loggia sul «Corriere della Sera» – buon ultimo, visto che non sono pochi quelli che lo dicono da anni – per scoprire che quella che stiamo mettendo insieme è una incongruenza. Galli della Loggia scopre per alcuni versi l’uovo di Colombo, ossia che nel nostro Paese Governo e Parlamento hanno solo il potere di proporre, ma che lobbies, burocrazia e potere giudiziario possono esercitare un potere di veto sulle loro decisioni e condannare il Paese all’immobilismo.

Ebbene, decidendo di non affrontare la questione giudiziaria nella riforma costituzionale, di non aggiornare regole che ormai sono scritte solo sulla carta, ma che sono state reinterpretate nella prassi, per assecondare il protagonismo crescente di questo potere, rischiamo di legittimare questo diritto di veto.

PRESIDENTE. La invito a concludere, senatore Minzolini: il tempo è esaurito.

MINZOLINI (PdL). Sì, signor Presidente.

Con questo peccato di omissione, lo codifichiamo, accettiamo che quel potere sia intoccabile, che sia formato da intoccabili, che non sono alla pari, ma al di sopra del potere legislativo e della volontà popolare: una sorta di casta, appunto – la vera casta – su cui non si può legiferare in Parlamento, ma solo magari attraverso referendum, il che, nei fatti, è il segno di un’impotenza istituzionale. Stiamo quindi cambiando la forma di Stato e di Governo all’insegna di una grande ipocrisia, e tutto potete chiedermi meno che di essere un ipocrita. Per questo mi asterrò dalla votazione finale. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Barani. Congratulazioni).

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento, indíco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, del disegno di legge costituzionale n. 813, nel testo emendato, con il seguente titolo: «Istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali», con l’avvertenza che la Presidenza si intenderà autorizzata ad effettuare le eventuali modifiche di coordinamento formale che dovessero risultare necessarie.

(Segue la votazione).

Il Senato approva in prima deliberazione.(v. Allegato B). (Applausi dai Gruppi PD, PdL e SCpI).

Risulta pertanto assorbito il disegno di legge costituzionale n. 343.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell’allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per la seduta di lunedì 15 luglio 2013

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica lunedì 15 luglio, alle ore 17, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 16,54).

Allegato A

DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE (*)

Istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali (813)

________________

(*) Il Senato approva in prima deliberazione il disegno di legge nel suo complesso. Cfr. seduta n. 64.

DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE DICHIARATO ASSORBITO A SEGUITO DELL’APPROVAZIONE DEL DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE N. 813

Istituzione di una Commissione parlamentare per le riforme costituzionali (343)

ARTICOLI DA 1 A 8

Art. 1.

(Istituzione della Commissione)

1. È istituita una Commissione parlamentare per le riforme costituzionali, di seguito denominata «Commissione», composta da trentacinque deputati e da trentacinque senatori, nominati rispettivamente dal Presidente della Camera dei deputati e dal Presidente del Senato della Repubblica su designazione dei gruppi parlamentari, rispettando la proporzione esistente tra i gruppi medesimi. Se nei cinque giorni successivi alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale tale designazione non è pervenuta, i Presidenti delle Camere provvedono direttamente alla nomina.

2. I componenti della Commissione possono per la durata dei lavori essere anche permanentemente sostituiti, a richiesta, nelle Commissioni parlamentari permanenti cui appartengono. Nelle sedute delle rispettive Assemblee, i componenti della Commissione assenti, in quanto impegnati nei lavori della Commissione stessa, non sono computati per fissare il numero legale.

3. I Presidenti delle Camere convocano la Commissione per una data compresa entro i dieci giorni successivi alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. Nella prima seduta la Commissione elegge con voto segreto il presidente. Nell’elezione, se nessuno riporta la maggioranza assoluta dei voti, si procede immediatamente al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti. In caso di parità di voti, è proclamato eletto o entra in ballottaggio il più anziano per età. Immediatamente dopo, la Commissione elegge un ufficio di presidenza composto da tre vicepresidenti, con voto segreto e limitato ad uno, e quattro segretari, con voto segreto e limitato a due. Risulta eletto chi ottiene il maggior numero di voti. In caso di parità di voti, risulta eletto il più anziano per età.

4. La Commissione elabora progetti di revisione della parte seconda della Costituzione, in particolare in materia di forma di Stato, di forma di governo e bicameralismo, nonché di sistema delle garanzie.

5. I Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica assegnano alla Commissione i disegni e le proposte di legge costituzionale relativi alle materie di cui al comma 4, presentati entro la data di entrata in vigore della presente legge costituzionale.

Art. 2.

(Lavori della Commissione)

1. La Commissione esamina i disegni e le proposte di legge ad essa assegnati in sede referente, secondo le norme della presente legge costituzionale e del regolamento della Camera dei deputati, in quanto applicabili. La Commissione può adottare, a maggioranza assoluta dei componenti, ulteriori norme per il proprio funzionamento e per lo svolgimento dei lavori.

2. La Commissione nomina uno o più deputati o senatori con funzioni di relatore. Possono essere presentate relazioni di minoranza. La Commissione assegna un termine per la presentazione delle relazioni e un termine entro il quale pervenire alla votazione finale.

3. Non sono ammesse questioni pregiudiziali, sospensive e di non passaggio agli articoli. Il voto è palese.

4. La Commissione, entro il 30 giugno 2014, trasmette alle Camere un progetto di legge di riforma della parte seconda della Costituzione, corredato di relazione illustrativa e di eventuale relazione di minoranza, ovvero più progetti di legge, ciascuno dei quali riferito ad una o più delle materie indicate nell’articolo 1, comma 4, corredati di relazioni illustrative e di eventuali relazioni di minoranza. Al fine di rispettare il predetto termine, il presidente della Commissione ripartisce, se necessario, il tempo disponibile secondo le norme del regolamento della Camera dei deputati relative all’organizzazione dei lavori e alle sedute dell’Assemblea. Qualora entro il medesimo termine per uno o più progetti non si pervenga all’approvazione definitiva, la Commissione trasmette comunque alle Camere, per ciascuna delle materie di cui al citato articolo 1, comma 4, un disegno o una proposta di legge tra quelli assegnati ai sensi del medesimo articolo 1, comma 5, nel testo eventualmente emendato dalla Commissione stessa.

5. Entro trenta giorni dalla trasmissione di cui al comma 4 ciascun deputato o senatore, anche se componente del Governo, può presentare alle Presidenze delle Camere emendamenti, sui quali la Commissione si pronuncia nei successivi trenta giorni.

Art. 3.

(Lavori delle Assemblee)

1. I Presidenti delle Camere adottano le opportune intese per l’iscrizione del progetto o dei progetti di legge all’ordine del giorno delle Assemblee.

2. La Commissione è rappresentata davanti alle Assemblee da un comitato formato dal presidente, dai relatori e da deputati e senatori in rappresentanza di tutti gruppi.

3. Nel corso dell’esame davanti alle Assemblee si osservano le norme dei rispettivi regolamenti. Il voto è palese. Non sono ammesse questioni pregiudiziali, sospensive, di non passaggio agli articoli, di rinvio in Commissione. Fino a cinque giorni prima della data fissata per l’inizio della discussione generale, i componenti dell’Assemblea possono presentare emendamenti al testo della Commissione, in diretta correlazione con le parti modificate, e ripresentare gli emendamenti respinti dalla Commissione. La Commissione può presentare emendamenti o subemendamenti fino a quarantotto ore prima dell’inizio della seduta in cui è prevista la votazione degli articoli o degli emendamenti ai quali si riferiscono. Agli emendamenti della Commissione, che sono immediatamente stampati e distribuiti, possono essere presentati subemendamenti da parte di un presidente di gruppo o di almeno venti deputati o dieci senatori fino al giorno precedente l’inizio della seduta in cui è prevista la votazione di tali emendamenti.

4. Il progetto o i progetti di legge costituzionale sono adottati da ciascuna Camera con due successive deliberazioni a un intervallo non minore di tre mesi, e sono approvati articolo per articolo dalle Camere senza voto finale su ciascun progetto, ma con un voto unico sul complesso degli articoli di tutti i progetti. Nella seconda deliberazione per il voto unico finale è richiesta la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera.

Art. 4.

(Referendum)

1. La legge costituzionale approvata con unico voto finale ai sensi dell’articolo 3, comma 4, è sottoposta a un referendum popolare entro tre mesi dalla data di pubblicazione ed è promulgata se al referendum ha partecipato la maggioranza degli aventi diritto ed è stata approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Art. 5.

(Applicabilità del procedimento)

1. Il procedimento previsto dalla presente legge costituzionale si applica esclusivamente ai disegni e alle proposte di legge assegnati alla Commissione.

2. Per la modificazione della legge costituzionale approvata ai sensi di quanto stabilito dalla presente legge costituzionale, si osservano le norme di procedura previste dalla Costituzione.

Art. 6.

(Cessazione)

1. La Commissione cessa dalle sue funzioni con la pubblicazione della legge costituzionale approvata ai sensi della presente legge costituzionale, ovvero in caso di scioglimento di una o di entrambe le Camere.

Art. 7.

(Spese di funzionamento)

1. Le spese per il funzionamento della Commissione sono stabilite in 10.000 euro annui e sono poste a carico, in parti eguali, del bilancio interno della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.

Art. 8.

(Entrata in vigore)

1. La presente legge costituzionale entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale successiva alla promulgazione .

Allegato B

VOTAZIONI QUALIFICATE EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Bubbico, Ciampi, De Poli, Formigoni, Gasparri, Ginetti, Guerra, Latorre, Morgoni, Mucchetti (dalle 15.30 alle 16.30), Pinotti, Silvestro, Stucchi e Vicari.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Divina, per attività della 4a Commissione permanente; Marinello, per attività della 13a Commissione permanente; Casson, Crimi, Esposito Giuseppe e Marton, per attività del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.

Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, approvazione di documenti

La Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, nella seduta del 4 luglio 2013, ha approvato – ai sensi dell’articolo 34, comma 1, e per gli effetti di cui all’articolo 50, commi 1 e 2, del Regolamento – una risoluzione a conclusione dell’esame dell’affare assegnato concernente l’aggiornamento del nomenclatore tariffario, alla luce degli atti internazionali firmati e ratificati dall’Italia a tutela dei diritti umani degli individui disabili (Doc. XXIV-ter, n. 2).

Il predetto documento è inviato al Ministro degli affari esteri e al Ministro della salute.

Disegni di legge, annunzio di presentazione

Senatori Di Maggio Salvatore Tito, Gambaro Adele, Marino Ignazio, Maran Alessandro, Merloni Maria Paola, Romano Lucio, Longo Eva, Di Biagio Aldo, Liuzzi Pietro, Borioli Daniele Gaetano, Scalia Francesco, Olivero Andrea, Santini Giorgio, Fravezzi Vittorio

Disposizioni per promuovere la conservazione e la valorizzazione del capitale umano nelle imprese attraverso progetti di riqualificazione che possono includere attività produttiva connessa all’apprendimento (936)

(presentato in data 10/7/2013);

senatore Barani Lucio

Disposizioni in materia di depenalizzazione dell’atto medico (937)

(presentato in data 10/7/2013);

senatori Blundo Rosetta Enza, Castaldi Gianluca, Fattori Elena, Taverna Paola, Bottici Laura, Paglini Sara, Cioffi Andrea, Donno Daniela, Girotto Gianni Pietro, Pepe Bartolomeo, Puglia Sergio, Scibona Marco, Molinari Francesco, Gaetti Luigi, Simeoni Ivana, Casaletto Monica, De Pietro Cristina, Santangelo Maurizio, Romani Maurizio, Bocchino Fabrizio, Vacciano Giuseppe, Moronese Vilma, Airola Alberto, Mangili Giovanna, Buccarella Maurizio, Giarrusso Mario Michele, Cappelletti Enrico, Campanella Francesco, Marton Bruno

Modifiche alla legge 14 settembre 2011, n. 148, di conversione del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, nonché al decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 155, concernenti la proroga della entrata in vigore della revisione delle circoscrizioni giudiziarie nella Regione Abruzzo (938)

(presentato in data 11/7/2013);

senatori Cotti Roberto, Serra Manuela, Battista Lorenzo, Bertorotta Ornella, Campanella Francesco, Castaldi Gianluca, Donno Daniela, Fucksia Serenella, Giarrusso Mario Michele, Girotto Gianni Pietro, Lezzi Barbara, Lucidi Stefano, Pepe Bartolomeo, Puglia Sergio, Simeoni Ivana, Vacciano Giuseppe

Modifiche alla legge 24 gennaio 1979, n. 18, concernenti l’istituzione delle circoscrizioni “Sicilia” e “Sardegna” nell’ambito della elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia (939)

(presentato in data 11/7/2013);

senatori Volpi Raffaele, Bitonci Massimo, Arrigoni Paolo, Bellot Raffaela, Bisinella Patrizia, Calderoli Roberto, Candiani Stefano, Centinaio Gian Marco, Comaroli Silvana Andreina, Consiglio Nunziante, Crosio Jonny, Davico Michelino, Divina Sergio, Munerato Emanuela, Stefani Erika, Stucchi Giacomo

Disposizioni per favorire la qualità della vita delle persone non autosufficienti (940)

(presentato in data 11/7/2013).

Governo, trasmissione di atti per il parere

Il Ministro per i rapporti con il Parlamento e il coordinamento dell’attività di Governo, con lettera in data 9 luglio 2013, ha trasmesso – per l’acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell’articolo 5 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 – lo schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri concernente la revisione delle modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) (n. 18).

Ai sensi della predetta disposizione e dell’articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è deferito alle Commissioni riunite 6a e 11a, che esprimeranno il parere entro il termine del 31 luglio 2013. Le Commissioni 1a e 5a potranno formulare le proprie osservazioni alle Commissioni riunite entro il 25 luglio 2013.

Governo, trasmissione di documenti

Il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, con lettera in data 28 giugno 2013, ha inviato, ai sensi dell’articolo 24 del decreto legislativo 6 settembre 1989, n. 322, la relazione sull’attività dell’Istituto nazionale di statistica sulla raccolta, trattamento e diffusione dei dati statistici della Pubblica Amministrazione e sullo stato di attuazione del programma statistico nazionale, riferita all’anno 2012.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell’articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 1a Commissione permanente (Doc. LXIX, n. 1).

Governo, progetti di atti dell’Unione europea

Il Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri, in data 20, 25 e 27 giugno nonché 2, 4 e 9 luglio 2013, ha trasmesso – ai sensi dell’articolo 6, commi 1 e 2, della legge 24 dicembre 2012, n. 234 – progetti di atti dell’Unione europea, nonché atti preordinati alla formulazione degli stessi. Con tali comunicazioni, il Governo ha altresì richiamato l’attenzione su taluni degli atti inviati.

I predetti atti sono trasmessi alle Commissioni, ai sensi dell’articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento.

Il testo degli atti medesimi è disponibile presso il Servizio affari internazionali – Ufficio dei rapporti con le istituzioni dell’Unione europea.

Corte costituzionale, trasmissione di sentenze

La Corte costituzionale, con lettere in data 20 e 27 giugno e 4 e 5 luglio 2013, ha inviato, a norma dell’articolo 30, comma 2, della legge 11 marzo 1953, n. 87, copia delle sentenze n. 143 del 17 giugno 2013, n. 160 del 19 giugno 2013, n. 170 e n. 179 del 1° luglio 2013, con le quali la Corte stessa ha dichiarato l’illegittimità costituzionale:

dell’articolo 41-bis, comma 2-quater, lettera b), ultimo periodo, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), come modificato dall’articolo 2, comma 25, lettera f), numero 2), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), limitatamente alle parole «con i quali potrà effettuarsi, fino ad un massimo di tre volte alla settimana, una telefonata o un colloquio della stessa durata di quelli previsti con i familiari». Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell’articolo 139, comma 1, del Regolamento, alla 2a Commissione permanente (Doc. VII, n. 15);

dell’articolo 2, comma 1-ter, del decreto-legge 5 agosto 2010, n. 125 (Misure urgenti per il settore dei trasporti e disposizioni in materia finanziaria), aggiunto dalla legge di conversione 1° ottobre 2010, n. 163. Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell’articolo 139, comma 1, del Regolamento, alla 1a, alla 5a e alla 11a Commissione permanente (Doc. VII, n. 16);

dell’articolo 23, comma 37, ultimo periodo, e comma 40, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111. Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell’articolo 139, comma 1, del Regolamento, alla 1a e alla 2a Commissione permanente (Doc. VII, n. 17);

dell’articolo 54, comma 3, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell’articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui non prevede che, «Se il condannato lo richiede, il giudice può ammetterlo a svolgere il lavoro di pubblica utilità fuori dall’ambito della provincia in cui risiede». Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell’articolo 139, comma 1, del Regolamento, alla 1a e alla 2a Commissione permanente (Doc. VII, n. 18).

Commissione europea, trasmissione di atti e documenti

Nel periodo dal 19 giugno al 10 luglio 2013 la Commissione europea ha inviato atti e documenti di consultazione adottati dalla Commissione medesima.

I predetti atti e documenti sono trasmessi alle Commissioni, ai sensi dell’articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento.

Il testo degli atti e documenti medesimi è disponibile presso il Servizio affari internazionali – Ufficio dei rapporti con le istituzioni dell’Unione europea.

Mozioni, apposizione di nuove firme

La senatrice Bertorotta ha aggiunto la propria firma alla mozione 1-00102 della senatrice Bulgarelli ed altri.

Interrogazioni, apposizione di nuove firme

Il senatore Campanella ha aggiunto la propria firma all’interrogazione 4-00523 dei senatori Pepe ed altri.

Mozioni

DE POLI, DALLA ZUANNA, ALBERTINI, DELLA VEDOVA, BERGER, ICHINO, D’ONGHIA, DI MAGGIO, OLIVERO, ROMANO, ROSSI Maurizio, GIANNINI, DI BIAGIO, CASINI, ZIN – Il Senato,

premesso che:

la direttiva 2000/78/CE per l’istituzione di “un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro” prevede l’adozione di soluzioni ragionevoli per garantire il rispetto del principio della parità di trattamento dei disabili. La Corte di giustizia, con una sentenza dell’11 aprile 2013, ha stabilito come l’adozione di “soluzioni ragionevoli” implichi l’eliminazione da parte di tutti i datori di lavoro delle barriere che impediscono la piena ed effettiva partecipazione dei disabili alla vita professionale. Gli Stati membri devono quindi imporre ai datori l’adozione di provvedimenti efficaci e pratici, dato che le misure di incentivo e di sostegno sono insufficienti;

il 4 luglio 2013 la Corte di giustizia europea ha emesso una sentenza di condanna nei confronti dell’Italia. La Corte, dopo aver esaminato le disposizioni italiane per l’inserimento professionale dei disabili ha riscontrato la mancanza nella legislazione italiana della previsione dell’obbligo per tutti i datori di lavoro di adottare provvedimenti efficaci e pratici, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, a favore di tutti i disabili, che riguardino i diversi aspetti delle condizioni di lavoro e consentano loro di accedere ad un lavoro, di svolgerlo, di avere una promozione o di ricevere una formazione. L’Italia, quindi, è venuta meno al suo obbligo di recepire correttamente la legislazione comunitaria, nello specifico l’art. 5 della direttiva 2000/78/CE che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro;

dal testo della sentenza si evince che già il 15 dicembre 2006 la Commissione europea inviava alla Repubblica italiana una lettera di diffida in cui comunicava le lacune rilevate nella trasposizione della direttiva, assegnando un termine di due mesi per presentare osservazioni. Nelle sue lettere di risposta del 16 febbraio 2007 e del 16 e 18 giugno 2008 la Repubblica italiana ammetteva talune delle lacune rilevate nella lettera di diffida e annunciava l’adozione di provvedimenti per porvi rimedio. Tuttavia, essa contestava le censure riguardanti la trasposizione dell’art. 5 della direttiva, facendo valere che la Commissione non aveva tenuto sufficientemente conto delle soluzioni previste in favore dei disabili nella legge n. 68 del 1999. Il 29 ottobre 2009 la Commissione, non completamente soddisfatta di tali risposte, emetteva un parere motivato riconfermando le sue censure in merito all’attuazione del principio della parità di trattamento in materia di occupazione previsto, a favore dei disabili, dall’art. 5 della direttiva 2000/78. La Repubblica italiana rispondeva al parere motivato con nota del 13 gennaio 2010 in cui ribadiva la sua posizione ed in tale contesto la Commissione europea proponeva il ricorso in esame. La prima lettera di diffida nei confronti dell’Italia risale quindi al 2006. In tutto questo periodo i vari Governi che si sono succeduti non hanno risposto positivamente alle richieste di adeguamento normativo ma hanno continuato ad eccepire e a rinviare;

in Italia solo il 16 per cento (circa 300.000 individui) delle persone con disabilità fra i 15 e i 74 anni lavora, contro il 49,9 per cento del totale della popolazione. Solo l’11 per cento delle persone con limitazioni funzionali che lavorano ha trovato occupazione attraverso un centro pubblico per l’impiego. Le persone con limitazioni funzionali che sono inattive rappresentano una quota quasi doppia rispetto a quella osservata nell’intera popolazione (l’81,2 per cento contro il 45,4 per cento). La percentuale di chi non è mai entrato nel mercato del lavoro e non cerca di entrarvi (250.000 persone, per la quasi totalità donne) è molto più elevata tra chi ha limitazioni (il 18,5 per cento contro l’8,8 per cento di chi ha limitazioni funzionali lievi),

impegna il Governo al recepimento corretto e completo dell’art. 5 della direttiva 2000/78/CE che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, ricordando che la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che è stata approvata a nome della Comunità europea dalla decisione 2010/48/CE del Consiglio statuisce quanto segue: “Scopo della presente convenzione è promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità”.

(1-00109)

Interrogazioni

BLUNDO, CASTALDI, AIROLA, GIARRUSSO, PUGLIA, TAVERNA, SERRA, BOCCHINO, BATTISTA, CAPPELLETTI, BUCCARELLAAl Ministro della giustizia – Premesso che:

al comma 2 dell’articolo 1 della legge n. 148 del 2011, di conversione del decreto-legge n. 138 del 2011, si prevede una riorganizzazione della distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari, sulla base di criteri ” oggettivi ed omogenei” finalizzati a ridefinire l’assetto territoriale degli uffici giudiziari. Alla legge sono seguiti i decreti legislativi di attuazione n. 155 e n. 156 del 2012;

la disposizione stabilisce i criteri attraverso i quali il Governo dovrà operare per il riordino degli uffici giudiziari. Tra questi l’estensione del territorio, il numero degli abitanti, i carichi di lavoro, la specificità territoriale del bacino d’utenza, in riferimento soprattutto alla situazione infrastrutturale, il livello di criminalità organizzata;

il decreto legislativo n. 155, provvedendo alla rimodulazione dei confini delle circoscrizioni giudiziarie attraverso la cancellazione di 31 tribunali e altrettante procure, nonché la soppressione di 220 sezioni distaccate, e il decreto legislativo n. 156, agendo sulla riduzione degli uffici del giudice di pace, produrranno un corposo spostamento di fascicoli e processi da un tribunale all’altro. A tal proposito, stando ai dati contenuti nelle relazioni dei Presidenti delle Corti d’appello, si conta in totale il trasferimento di 220.000 procedimenti, di cui 155.000 civili e 65.000 penali;

considerato che:

sulla base delle disposizioni, la riduzione dei tribunali sarà efficace dal 13 settembre 2013. Fra le sedi da sacrificare rientrano anche quelle di Avezzano e Sulmona in provincia de L’Aquila, per le quali però, come per tutte le sedi rientranti nella circoscrizione del capoluogo abruzzese e in quella di Chieti, la riorganizzazione scatterà il 13 settembre 2015;

Avezzano è un centro di circa 40.000 abitanti e rappresenta il comune di riferimento dell’intero territorio sub-provinciale della Marsica, che conta circa 130.000 abitanti e un territorio di 1.800 chilometri quadri circa. Per ciò Avezzano risulta essere il terzo tribunale d’Abruzzo, sia per il volume di attività svolte sia per il numero di contenziosi pendenti ed è superiore per carichi di lavoro al tribunale accorpante di L’Aquila. L’importanza del tribunale è testimoniata anche da un fattore esclusivamente geografico, rappresentando la Marsica una vera e propria “porta d’ingresso” per la zona centrale dell’Abruzzo dai territori del basso Lazio e della Campania, aree tradizionalmente critiche dal punto di vista della criminalità organizzata. Tra i 57 tribunali sub-provinciali interessati dalla riforma del 2011-2012 per il parametro della produttività si colloca all’ottavo posto con un coefficiente di 688,50 (a fronte di un coefficiente-base di 647,10 che quasi nessuno dei tribunali raggiungeva), ma tale parametro è stato ignorato da parte del Governo nella selezione dei tribunali da sopprimere. Il tribunale di Avezzano ha un organico di 11 giudici, di cui 4 assegnati durante il 2013, e un organico di 5 pubblici ministeri;

la sede di Sulmona, caratterizzata da un’ottimale centralità geografica, permette l’accesso alle sedi giudiziarie da parte dei comuni dell’alto Sangro e dei più distanti territori dell’Abruzzo montano. In quest’ottica il tribunale di Sulmona garantisce la copertura dell’erogazione dei servizi giudiziari su un’area molto vasta, di circa 1.400 chilometri quadri, autonoma dal punto di vista energetico. Inoltre assicura una vantaggiosa contiguità territoriale tra struttura penitenziaria e giudiziaria, con il carcere ubicato addirittura all’interno della struttura giudiziaria. Infine, particolare non trascurabile, nell’ottica di risparmio e contenimento della spesa è la gratuita disponibilità dei 3 palazzi che ospitano la sede giudiziaria distaccata da parte del Comune di Sulmona al Ministero della giustizia, per complessivi 9.500 metri quadri coperti e destinati agli uffici, oltre a 900 metri quardi per parcheggi coperti ed archivi e 1.800 metri quadri destinati a parcheggi scoperti;

il tribunale di Sulmona ha da tempo inoltre avviato il “processo telematico”: sono numerosissimi infatti gli atti trasmessi per via telematica attraverso il sistema certificato (citazioni, ricorsi, memorie difensive, decreti, sentenze), rappresentando in quest’ambito una delle realtà più operative e virtuose;

considerato inoltre che:

non si può trascurare e sottovalutare il fatto che la soppressione dei tribunali comporti l’inevitabile aumento dei carichi di lavoro per i tribunali centrali, con conseguente allungamento dei procedimenti e ulteriore aggravio di costi per la collettività;

il tema della riforma della geografia giudiziaria è anche oggetto di un disegno di legge d’iniziativa popolare: le firme consegnate a sostegno sono risultate circa 60.000, numero superiore al quorum costituzionale, e sono state consegnate in Senato il 22 gennaio 2013 dai comitati promotori. Il disegno di legge è stato numerato (AS 3) ed annunciato nella prima seduta pubblica della XVII Legislatura;

ritenuto che quello della riorganizzazione degli uffici giudiziari è un tema dibattuto da molti anni, la cui revisione, insieme ad una più generale riforma del sistema giudiziario, dovrebbe essere affrontata con una visione d’insieme e con un pacchetto di misure che assicurino realmente un sistema giudiziario efficiente, capace di definire il maggior numero di controversie in tempi ragionevoli,

si chiede di sapere quali atti di competenza il Ministro in indirizzo intenda porre in essere al fine di procedere ad una più attenta e puntuale analisi delle conseguenze negative, in termini di economicità e funzionamento della macchina giudiziaria, che la soppressione dei tribunali di Sulmona e Avezzano comporterebbe, alla luce delle peculiari caratteristiche legate alla specificità territoriale, alla densità del bacino di utenza e alle evidenti criticità di accorpamento, che rendono tali presidi giudiziari indispensabili per la collettività e per l’amministrazione della giustizia.

(3-00230)

COTTI, BATTISTA, AIROLA, BLUNDO, BOCCHINO, CAMPANELLA, CIOFFI, DE PIETRO, FUCKSIA, GIROTTO, LEZZI, LUCIDI, MOLINARI, MUSSINI, PEPE, PUGLIA, SCIBONA, SIMEONIAi Ministri della difesa, dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e dell’economia e delle finanze – Premesso che:

nel territorio italiano nel 2012 si sono registrati circa 8.700 incendi, che hanno distrutto quasi 100.000 ettari di superficie;

nel corso degli anni il contrasto e la limitazione dei danni degli incendi boschivi è stato possibile soprattutto grazie all’impiego dei canadair adibiti allo spegnimento degli stessi;

nel 2011 i canadair in servizio nel territorio nazionale erano 30;

nei mesi di maggior sofferenza da incendi boschivi tale dotazione non era sufficiente ad effettuare interventi tempestivi per la concomitanza di incendi in territori molto distanti tra loro;

quest’anno la dotazione di canadair a disposizione si è ridotta a 15 unità, la metà rispetto allo scorso anno;

considerato che lo Stato si accinge a spendere quasi 15 miliardi di euro per l’acquisto di aerei da bombardamento F-35, per un impiego in scenari bellici puramente ipotetici,

si chiede di sapere se il Governo non ritenga che l’azione di contrasto agli incendi boschivi sia una emergenza ben più reale ed urgente del dotarsi di mezzi aerei militari d’attacco, e quali iniziative intenda assumere al fine di riconsiderare l’ipotesi di spesa a vantaggio della gestione operativa di ulteriori aerei per lo spegnimento di incendi piuttosto che per l’acquisto di aerei militari d’attacco e da bombardamento, ipotizzando anche una riconversione industriale per le aziende ora impegnate nell’industria bellica.

(3-00231)

DELLA VEDOVAAl Ministro degli affari esteri – Premesso che:

un recente sondaggio di opinione condotto dall’IFAK per la Deutsche Welle, consultabile su rete, rileva che il 56 per cento degli ucraini sostiene l’accordo di associazione UE-Ucraina; quanti ritengono l’accordo non coerente con gli interessi nazionali sono il 14 per cento; un ulteriore 11 per cento si oppone all’accordo ritenendo che l’Ucraina non condivide i valori dell’UE; non sa rispondere il 19 per cento;

dalla stessa indagine emerge che il 59 per cento degli ucraini sarebbe a favore dell’adesione alla UE entro il prossimo decennio; contrario il 24 per cento; non sa rispondere il 17 per cento;

le posizioni rispetto all’accordo di associazione dei 28 Paesi membri dell’Unione europea sembrano articolarsi intorno a due posizioni: nella prima, si vorrebbe condizionare la firma dell’accordo alla risoluzione del caso di Julija Tymoscenko; in base alla seconda si preferirebbe firmare l’accordo senza ulteriori rinvii, facendo affidamento per quanto riguarda il caso Tymoscenko sulla recente sentenza della Corte europea dei diritti umani e sugli effetti positivi che potrebbero conseguire anche dalla stessa firma dell’accordo di associazione,

si chiede di sapere quale sia la posizione del Governo italiano in materia e se intenda firmare l’accordo di associazione nel prossimo autunno 2013.

(3-00232)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

CASTALDI, BLUNDO, SANTANGELO, GIROTTO, PETROCELLI, PUGLIA, TAVERNA, CIAMPOLILLO, SCIBONA, DONNO, PAGLINI, SIMEONI, BOCCHINO, BATTISTA, VACCIANO, SERRA, CAMPANELLA, MASTRANGELI, CATALFO, MANGILI, COTTI, NUGNES, CIOFFI, MOLINARI, GAETTI, LEZZI, BULGARELLI, AIROLA, CRIMI, MARTON, ORELLANAAl Ministro della giustizia – Premesso che:

l’art. 1, comma 1, del decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 155, recante “Nuova organizzazione dei tribunali ordinari e degli uffici del pubblico ministero, a norma dell’articolo 1, comma 2, della legge 14 settembre 2011, n. 148″, prevede che: “Sono soppressi i tribunali ordinari, le sezioni distaccate e le procure della Repubblica di cui alla tabella A allegata al presente decreto”;

nell’elenco della tabella A sono comprese le sezioni dei tribunali di Vasto e Lanciano, oltre alle procure di Vasto e di Lanciano, entrambe in provincia di Chieti;

considerato che:

il decreto legislativo appare in contrasto con le disposizioni ed in particolare con l’art. 1, comma 2, lett. b), c), e) della legge 14 settembre 2011, n. 148, recante “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Delega al Governo per la riorganizzazione della distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari”, che prevede per la ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie che le stesse avvengano «secondo criteri oggettivi e omogenei che tengano conto dell’estensione del territorio, del numero degli abitanti dei carichi di lavoro e dell’indice delle sopravvenienze, della specificità territoriale dei bacini di utenza, anche con riguardo alla situazione infrastrutturale, e del tasso di impatto della criminalità organizzata, nonché della necessità di razionalizzare il servizio giustizia nelle grandi aree metropolitane» (lett. b));

il medesimo decreto legislativo n. 155, provvedendo alla rimodulazione dei confini delle circoscrizioni giudiziarie attraverso la cancellazione di 31 tribunali e altrettante procure, nonché la soppressione di 220 sezioni distaccate, congiuntamente al decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 156, recante “Revisione delle circoscrizioni giudiziarie – Uffici dei giudici di pace, a norma dell’articolo 1, comma 2, della legge 14 settembre 2011, n. 148″ produrranno un corposo spostamento di fascicoli e processi da un tribunale all’altro, stimati nelle relazioni dei Presidenti delle Corti d’appello in un totale di 220.000 procedimenti, di cui 155.000 civili e 65.000 penali;

il decreto legislativo n. 155 è in contrasto, a quanto risulta agli interroganti, anche con il parere espresso dalla II Commissione permanente (Giustizia) della Camera il 1° agosto 2012 e dalla Commissione consultiva insediata presso il Ministero della giustizia di cui il Governo si è avvalso per la determinazione dei criteri da seguire per la chiusura degli uffici giudiziari improduttivi;

sulla base delle disposizioni la riduzione dei tribunali sarà efficace dal 13 settembre 2013 e fra le sedi da sopprimere rientrano anche quella di Vasto e Lanciano, per le quali, come per tutte le sedi rientranti nella provincia di Chieti e in quella di L’Aquila, la riorganizzazione scatterà il 13 settembre 2015;

rispetto ai citati criteri oggettivi e omogenei si appalesano macroscopiche contraddizioni rispetto alla prescritta soppressione, quali: 1) il tribunale e la procura della Repubblica di Vasto sono collocati in una posizione strategica e rappresentano l’argine contro la criminalità organizzata proveniente dalle regioni limitrofe, la cui soppressione renderebbe priva di presidi giudiziari la linea geografica e territoriale tra Pescara e Foggia; 2) il bacino d’utenza del tribunale di Vasto è rappresentato da 29 Comuni con una popolazione di 99.318 abitanti; 3) nel circondario del tribunale di Vasto ci sono 3 aree industriali: quella di San Salvo nella quale a ottobre 2005 sono risultati esistenti 137 stabilimenti aziendali con un’occupazione in diverse attività economiche di 6.422 addetti fissi; l’agglomerato industriale di punta Penna, che presenta 53 stabilimenti aziendali con un numero di 993 addetti fissi occupati in varie attività economiche; l’agglomerato industriale di Gissi che conta circa 2100 addetti. Sull’intero territorio di riferimento sono presenti 6.242 aziende con 12.686 addetti; 4) la popolazione residente raddoppia nel periodo estivo in quanto le città costiere di Vasto, San Salvo e Casalbordino (Chieti) hanno una spiccata vocazione turistica. Le città di Vasto e San Salvo sono il crocevia di due importanti strade di comunicazione: A14 e la strada statale 650 Trignina;

il tribunale e la procura della Repubblica di Vasto sono stati individuati dal Ministero della giustizia quali uffici pilota per l’avvio sperimentale della “digitalizzazione del processo” nel più ampio programma frutto d’intesa dei Ministeri per la pubblica amministrazione e l’innovazione e della giustizia;

oltre alla digitalizzazione del processo e alle notifiche per posta elettronica certificata, è possibile, grazie al software fornito dal consiglio dell’ordine degli avvocati di Vasto, dal portale internet dell’ordine, richiedere copia degli atti on line, consentendo la diminuzione degli accessi in cancelleria con una consistente diminuzione del tempo di attesa per gli utenti;

il tribunale di Vasto (unico in Abruzzo) è tra i 40 uffici giudiziari in cui l’arretrato è sceso di oltre il 5 per cento in un anno, riduzione del limite per il quale i magistrati e il personale amministrativo hanno avuto diritto ai bonus previsti dalla legge;

la sede destinata ad essere accorpante, quella di Chieti, oltre ad essere non facilmente raggiungibile dai molti comuni della provincia, non ha una logistica idonea in quanto ha una struttura dichiarata parzialmente inagibile a seguito del terremoto del 2009, oltre ad essere in affitto in due immobili della città di Chieti;

i lavori di riqualificazione dello stesso tribunale di Chieti non hanno ancora una data certa di inizio e fine;

la riorganizzazione della distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari, nel caso di specie, si risolverebbe in un aggravio di costi per i cittadini senza contare le difficoltà relative alle nuove necessità logistiche e funzionali non facilmente risolvibili, rendendo palese nel contempo la violazione del principio di prossimità ai cittadini che è un valore costituzionalmente garantito;

considerato inoltre che:

chiudere i presidi di giustizia sul territorio di Vasto e Lanciano comporta un reale arretramento dello Stato con l’abbandono di quei territori, rischiando di rendere inefficiente la giustizia accorpata in un unico presidio, Chieti, fino a configurare una denegata giustizia con evidente ricaduta sul cittadino già pesantemente penalizzato dalla situazione della giustizia in Italia;

il tema della riforma della geografia giudiziaria è anche oggetto di una proposta di legge d’iniziativa popolare, le cui firme sono state consegnate in Senato il 22 gennaio 2013 dai comitati promotori, ed il relativo disegno di legge è stato annunciato nella prima seduta pubblica della XVII Legislatura (AS 3);

la riorganizzazione degli uffici giudiziari è un tema dibattuto da molti anni, la cui revisione, insieme ad una più generale riforma del sistema giudiziario, dovrebbe essere affrontata con una visione d’insieme e con un pacchetto di misure che assicurino realmente un sistema giudiziario efficiente, capace di definire il maggior numero di controversie in tempi ragionevoli,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda porre in essere al fine di procedere ad una più attenta e puntuale analisi delle conseguenze negative, in termini di economicità e funzionamento della macchina giudiziaria, che la soppressione dei tribunali di Vasto e Lanciano comporterebbe, alla luce delle peculiari caratteristiche legate alla specificità territoriale, alla densità del bacino di utenza nonché alle evidenti criticità di accorpamento, che rendono tali presidi giudiziari indispensabili per la collettività e per l’amministrazione della giustizia;

se non intenda attivarsi, per quanto di competenza, al fine di adottare le opportune iniziative di competenza, anche di carattere normativo, al fine di prevedere un congruo slittamento dell’entrata in vigore degli effetti delle disposizioni contenute nel decreto legislativo n. 155 del 2012;

se il Governo non intenda, attraverso la proposta di un intervento normativo di carattere primario, escludere il tribunale di Vasto e Lanciano dal procedimento di accorpamento sia per l’evidente contrasto del provvedimento con la legge delega e sia per questioni inerenti all’efficienza del sistema giustizia in tutta la provincia di Chieti.

(4-00545)

COTTI, SERRA, BATTISTA, BLUNDO, BOCCHINO, CAPPELLETTI, CASTALDI, FUCKSIA, GIROTTO, LEZZI, LUCIDI, MOLINARI, PEPE, PUGLIA, SCIBONA, SIMEONIAi Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, della salute, dello sviluppo economico, delle politiche agricole, alimentari e forestali e del lavoro e delle politiche sociali – Premesso che:

il Sito di interesse nazionale (SIN) di Porto Torres è stato istituito con l’articolo 14 della legge 31 luglio 2002, n. 179, con perimetrazione individuata dai decreti del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 7 febbraio 2003 e 3 agosto 2005;

il SIN di Porto Torres è situato nel comprensorio nord-occidentale della Sardegna, si sviluppa a ridosso del golfo dell’Asinara (area protetta), a ponente della città di Porto Torres, e si estende sul territorio di Porto Torres e Sassari per una superficie complessiva di oltre 4.500 ettari;

l’intera superficie perimetrata (1.800 ettari circa) risulta fortemente antropizzata e le numerose attività presenti comportano un notevole impatto su un territorio che si trova inserito in un contesto ambientale di notevole valenza: le indagini di caratterizzazione all’interno del sito hanno evidenziato nei suoli un grave stato di contaminazione da metalli pesanti, idrocarburi leggeri e pesanti, composti aromatici, idrocarburi policiclici aromatici e composti alifatici clorurati, cancerogeni e non, mentre per le acque di falda un grave stato di contaminazione da metalli pesanti, idrocarburi, composti aromatici, idrocarburi policiclici aromatici, composti alifatici cancerogeni e non;

in data 26 maggio 2011 il Presidente della Regione autonoma sardegna ha sottoscritto con il Governo nazionale, Eni e Novamont SpA il protocollo d’intesa sulla “chimica verde” a Porto Torres, che prevede la riconversione industriale del sito petrolchimico di Porto Torres in un polo di produzione di monomeri-bio, bio-plastiche, biolubrificanti, additivi per gomme ed elastomeri, nonché di cogenerazione energetica da biomasse e per promuovere lo sviluppo e l’utilizzo su larga scala di fonti energetiche compatibili;

l’iniziativa industriale ha quindi visto la nascita della società denominata Matrica SpA, cui sono stati affidati compiti di promozione e gestione del nuovo polo della chimica verde, che dovrebbe svilupparsi nei prossimi 3 anni con la contestuale attività agricola per la produzione della necessaria materia prima;

la nuova iniziativa industriale, oltre a prevedere la produzione di monomeri di origine vegetale, contempla anche la realizzazione di una centrale elettrica da 43,5 MWe, alimentata da biomasse, che agli interroganti appare assolutamente sovradimensionata rispetto alle reali necessità;

premesso inoltre che, per quanto risulta agli interroganti:

le bonifiche dell’area industriale sono ancora lontane dallo stadio di progettazione esecutiva e di realizzazione materiale, pur esistendo protocolli e convenzioni tra le parti;

i progetti presentati non avrebbero definito con certezza i tempi e le modalità di bonifica sulle aree interessate (tecniche da utilizzare, personale impiegato, fasi, eccetera) e all’interno di un’area ancora da bonificare è in corso la coltivazione sperimentale di Cynara cardunculus (di cui si prevede l’utilizzo nell’impianto di Matrica e nella centrale a biomassa) senza che sia stato fatto un controllo sul contenuto di inquinanti che dal terreno possono accumularsi nelle piante stesse;

non si conosce l’impatto cumulativo con le attività dell’area e soprattutto con le fonti inquinanti presenti nel territorio e non ancora eliminate e bonificate;

da notizie stampa apparse su “La Nuova Sardegna” del 31 maggio 2013 si è appreso delle perplessità manifestate dalla facoltà di Agraria dell’Università di Sassari, in ordine alla scelta di utilizzare il cardo (Cynara cardunculus) nell’impianto Matrica di Porto Torres come materia prima per la produzione di bioplastiche e di energia dalle biomasse, che a detta dell’agronomo e docente universitario Pierpaolo Roggero non sarebbe conveniente coltivare poiché il girasole o la colza hanno semi con resa maggiore come olio naturale, aggiungendosi poi che bisogna stare attenti che il cardo, quando sarà piantato in grande quantità per far fronte alle esigenze della centrale alimentate dalle bio-masse, non diventi troppo invasivo per l’agricoltura tradizionale, che potrebbe avere dei contraccolpi;

a seguito dell’audizione dei rappresentanti Novamont e del team Enipower/Versalis sul progetto “chimica verde” di Porto Torres, tenutasi il 30 maggio nella V Commissione della Consiglio regionale della Sardegna, il consigliere regionale Efisio Planetta ha dichiarato: “Sulla vicenda Matrica la Regione deve fare subito chiarezza sull’assetto societario e l’intreccio fra la joint-venture Eni-Novamont e la Mater-Bi, che controllerebbe la stessa Novamont e che a sua volta sarebbe nelle mani di due banche creditrici, San Paolo e Unicredit”, aggiungendo che occorre “verificare se il progetto chimica verde non serva solo a rimborsare le banche nascoste dietro la Mater-Bi e all’Eni per recuperare i soldi spesi nell’acquisto del 20 per cento di Novamont, prima di qualunque illusione a questo punto serve soprattutto trasparenza”;

lo studio E.S.A. – OE di Biggeri del 2006, ha analizzato i rischi per la salute umana, ha rilevato eccessi di mortalità, malattie dell’apparato respiratorio, patologie dell’apparato digerente e tumori;

lo studio epidemiologico nazionale dei territori e degli Insediamenti esposti a rischio da inquinamento (SENTIERI) dell’Istituto superiore di sanità ha osservato nel territorio un’aumentata mortalità della popolazione, con malformazioni congenite riconducibili alle emissioni di raffinerie e poli petrolchimici;

il sistema di monitoraggio della qualità dell’aria, condotto dal Dipartimento specialistico regionale idro meteo climatico, risulta carente per l’impossibilità di verificare determinati inquinanti sulla base della più recente normativa in materia;

più recentemente, il collegio di periti nominati dal tribunale di Sassari ha depositato lo studio sull’inquinamento della darsena di Porto Torres, nell’ambito dell’inchiesta su Syndial e Polimeri Europa sospettate dalla Procura di disastro ambientale e alterazione di bellezze naturali per le sostanze inquinanti sversate nel mare dal petrolchimico;

risultano due procedimenti penali aperti sull’inquinamento causato dal petrolchimico: il primo è quello sulla cosiddetta “Darsena dei veleni”, mentre la seconda indagine punta ad accertare se l’inquinamento è in atto e avviene non solo attraverso gli scarichi fognari;

a notizia degli interroganti dalla perizia depositata in tribunale sarebbe emerso come le misure adottate finora per rimuovere gli agenti inquinanti dal suolo e dalle falde non siano state idonee, a distanza di 12 anni, a contenere la diffusione delle acque contaminate e ad impedirne il contatto con il mare, che quindi è stato progressivamente inquinato, ovvero che l’area attorno all’impianto riconducibile al gruppo Eni, compresa l’acqua che scorre nel sottosuolo, risulta intaccata da concentrazioni di benzene che arriva a valori di 90.000 volte superiori alla soglia di contaminazione delle acque di falda;

sulla base di queste analisi è evidente, si legge nella perizia, che le acque sotterranee provenienti da monte idraulico e quelle meteoriche, filtrando nei terreni inquinati, continuano a svolgere indisturbate la loro opera di estrazione, trasportando a mare la parte di inquinanti progressivamente lisciviata, cioè rimasta nel suolo;

il fenomeno, in riferimento ai terreni sul mare, sempre sulla base delle risultanze della perizia tecnica, prosegue tuttora, visto che la fonte dell’inquinamento è immutata e dato che nessuno ad oggi ha bonificato il suolo, che risulta come una spugna, avendo incamerato agenti inquinanti negli anni fino a rilasciarli costantemente al mare attraverso le falde;

da notizie di stampa apparse sul quotidiano “La Nuova Sardegna” del 29 maggio, si apprende che “la procura della Repubblica di Sassari ha esercitato l’azione penale certa che il petrolchimico sia stato l’unico colpevole dell’inquinamento rilevato ormai innumerevoli volte a Porto Torres” e che “negli anni, nelle fogne dell’impianto, sono finiti reflui industriali contenenti sostanze pericolose ben oltre quanto permesso dalla legge: mercurio, cromo totale, cadmio, benzene, oli e idrocarburi, dicloroetano 1,2, sostanze che rientrano nelle classi di cancerogenicità dell’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro di Lione, agenzia dell’Organizzazione mondiale della Sanità”, ovvero che i pericolosi inquinanti sarebbero arrivati a mare attraverso “la mutua diluizione dei flussi immessi nella rete fognaria”, che sarebbe avvenuta “collegando, in sostanza, scarichi degli impianti produttivi con quelli di raffreddamento, cioè scarichi provenienti da settori diversi”, tanto da causare, a detta del pubblico ministero, “un disastro ambientale insanabile che nulla potrà mai azzerare i danni a flora e fauna del mare causati dai giganti della Chimica”, detto che “le analisi sul pescato avevano svelato probabilità di cancerogenicità del 100 per cento”;

considerato che:

l’inquinamento ambientale, unitamente a fattori genetici predisponenti, svolge un ruolo importante nel determinare effetti avversi sulla salute umana, sia a breve che a lungo termine, ovvero che è abbondantemente dimostrato come i diversi composti chimici, oltre che come cancerogeni, possono agire come gli interferenti endocrini in grado di modificare le caratteristiche epigenetiche di un individuo;

persiste l’incertezza sul futuro lavorativo delle maestranze occupate, spesso usate come strumento di pressione per imporre “nuovi” progetti inquinanti e non sufficientemente valutati sotto il profilo degli impatti ambientali e sanitari,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza della situazione e se non ritengano opportuno accertare, nell’ambito delle proprie competenze, i fatti e le responsabilità connesse;

come intendano intervenire al fine di compiere specifiche indagini epidemiologiche volte ad aggiornare i dati sui danni sanitari collegati all’inquinamento dei luoghi e se intendano disporre uno screening sulla popolazione, commissionando studi e ricerche ad enti super partes, nonché monitorare con maggiore efficacia i livelli delle emissioni atmosferiche di materiali inquinanti;

quali i motivi per cui non siano stati adottati nuovi sistemi di controllo sulle emissioni di inquinanti con centraline e punti di prelievo fissi a mare e in terra e con raccolte dati almeno settimanali di tutti gli inquinanti di cui si ha certezza dell’emissione;

quali iniziative intendano intraprendere, nell’ambito delle rispettive competenze, al fine di assicurare l’adeguatezza dei sistemi di controllo degli inquinanti e della sicurezza negli ambienti di lavoro nei siti industriali, ovvero quali misure intendano intraprendere per migliorarne l’efficacia e garantire l’opportuna e tempestiva informazione alle popolazioni;

quali siano i motivi per cui gli organi preposti alla raccolta e alla diffusione delle informazioni sulla qualità ambientale del SIN Porto Torres-Sassari non abbiano presentato studi e diffuso tanto costantemente quanto adeguatamente i dati raccolti, in modo organico e leggibile dalle popolazioni;

quali siano le ragioni per cui non sono stati resi pubblici periodicamente i dati del registro dei tumori e non si avviino i registri di altre patologie correlabili a fattori ambientali (malattie degenerative, dismetaboliche, cardiovascolari, eccetera, particolarmente quelle che interessano la fascia pediatrica);

quali siano i motivi per cui ad oggi non siano stati fatti studi organici sulla popolazione di Porto Torres e Sassari circa il livello di bio-accumulazione nei tessuti degli inquinanti, quali clorurati, metalli pesanti, fenili, eccetera, e studi sulle variazioni epigenetiche indotte dagli stessi inquinanti;

quali siano le ragioni per cui non vi sia stato un monitoraggio pubblico dello stato di avanzamento delle bonifiche con indicazione precisa del cronoprogramma degli interventi previsti e una chiara indicazione delle competenze dei soggetti che partecipano alle gare per l’esecuzione dei lavori di bonifica;

se il Governo non ritenga che la centrale a biomassa risulti di potenza sovradimensionata rispetto alle reali necessità produttive e di conseguenza quali biomasse si intenda bruciare all’interno della centrale, quale sistema di approvvigionamento di biomasse sarà utilizzato e quali fonti di finanziamento pubblico saranno impiegate per la costruzione della centrale a biomasse e per il progetto “Matrica”.

(4-00546)

MANASSERO, FERRARA Elena, BORIOLI, DIRINDIN, FAVERO, FILIPPIN, FORNARO, ZANONIAi Ministri dell’istruzione, dell’università e della ricerca e dell’economia e delle finanze – Premesso che:

l’emergenza dell’edilizia scolastica nel nostro Paese è problema serio il cui aspetto più importante è quello legato alla sicurezza strutturale. Il patrimonio immobiliare scolastico è costituito da circa 40.000 edifici, il 44 per cento dei quali costruiti tra il 1961 e il 1980 (il 4 per cento addirittura prima del 1900), ovvero in anni in cui conoscenze e sensibilità rispetto ai criteri antisismici erano molto diverse da quelle attuali;

è per tali motivi, dunque, che questi edifici necessitano di interventi urgenti di messa in sicurezza, oltre agli adeguamenti necessari per stare al passo con la nuova didattica incentrata sull’innovazione tecnologica o l’efficientamento energetico;

dai dati forniti dal Ministero dell’istruzione, università e ricerca e aggiornati al maggio 2012 emerge che per quanto riguarda la normativa antincendio solo il 17,7 per cento degli edifici è in possesso del relativo certificato di prevenzione incendi (CPI). In merito il Ministero precisa che la condizione necessaria per ottenere il CPI e? il rispetto di tutti i requisiti previsti dalla normativa e che la mancanza anche di uno solo di tali requisiti comporta il non ottenimento del certificato. Nello specifico, tra i requisiti previsti, il 66,5 per cento delle scuole possiede un impianto idrico antincendio; il 49,3 per cento dispone di una scala interna di sicurezza; il 61,5 per cento possiede la dichiarazione di conformita? dell’impianto elettrico; il 63 per cento e? munito di un sistema di allarme; il 98,3 per cento e? in possesso di estintori portatili; il 95,1 per cento possiede un sistema di segnaletica di sicurezza. In ogni caso, sono le regioni del Sud che presentano, da questo punto di vista, le maggiori criticità;

è quanto emerge dall’indagine sull’anagrafe dell’edilizia scolastica predisposta dal Ministero che recentemente ha anche presentato le nuove linee guida per l’edilizia scolastica per scuole più sicure e spazi di apprendimento al passo con l’innovazione digitale;

come evidenziato anche dall’ANCI, per raggiungere tale obbiettivo, sono necessarie fonti di finanziamento continue e certe ed è necessaria l’esclusione dai vincoli del patto di stabilità con particolare riguardo per i Comuni sotto i 5.000 abitanti per i quali l’applicazione dei medesimi è imposta solo dal 2013 penalizzando i lavori cantierati negli anni precedenti;

in merito si ricordano i numerosi appelli rivolti al Governo dai Sindaci, tra cui quello di Invorio (Novara);

a titolo d’esempio si riporta il caso di Brossasco (Cuneo), 1.120 abitanti, dove nel 2012 l’amministrazione ha appaltato lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza della scuola primaria e per l’infanzia frequentata da 71 bambine e bambini, 43 alla primaria e 28 alla scuola per l’infanzia per una spesa complessiva di 520.000 euro di cui 200.000 finanziati dalla Regione Piemonte e 320.000 con accensione di mutuo; nel 2013, a lavori finanziati, appaltati e parzialmente eseguiti, l’obbligo al rispetto dei vincoli del patto di stabilità ha di fatto bloccato la conclusione dei lavori e la consegna dell’immobile ristrutturato e messo in sicurezza. Ad oggi i bambini di Brossasco frequentano la scuola all’interno della palestra sistemata all’occorrenza,

si chiede di sapere quale misure il Governo intenda adottare con la massima sollecitudine per consentire in tempi brevi la messa in sicurezza degli edifici scolastici di ogni ordine e grado su tutto il territorio nazionale, anche attivandosi, per quanto di competenza, per promuovere la revisione dei vincoli del patto di stabilità interno che di fatto impediscono alle amministrazioni locali la realizzazione degli interventi necessari.

(4-00547)

Interrogazioni, da svolgere in Commissione

A norma dell’articolo147 del Regolamento, le seguenti interrogazioni saranno svolte presso le Commissioni permanenti:

2a Commissione permanente (Giustizia):

3-00230, della senatrice Blundo ed altri, sulla soppressione dei tribunali abruzzesi di Sulmona e Avezzano;

3ª Commissione permanente(Affari esteri, emigrazione):

3-00232, del senatore Della Vedova, sull’accordo di associazione tra l’Unione europea e l’Ucraina.

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