Il mare colore del sangue e una Sicilia “fuori Mediterraneo”

Nei prossimi decenni nell’occidente industrializzato gli immigrati sfioreranno il miliardo. Circa un sesto della popolazione mondiale presseranno contro le aree sviluppate del pianeta. Nel mediterraneo si ipotizzano differenziali demografici enormi! 50 milioni a nord, oltre 700 milioni a sud, sud est. Sono dati che meritano una riflessione di grande momento e che ci mostrano quanto siano provinciali reazioni che non mettano in conto la logica dei vasi comunicanti : più naturale di qualsiasi valutazione di mera auspicata geopolitica. Da noi, come non fossimo porta dell’occidente, restano assordanti silenzi, anche del governo e del parlamento. Siamo un non-luogo.

Le carrette del mare invece giungono soprattutto qui in allucinante succedersi di carichi di dolore dove la sofferenza si coglie nei volti essiccati, nelle membra dissugate, nella gola incapace di emettere suoni, negli occhi spalancati. Così è come se i riti delle istituzioni riuscissero a sterilizzare l’inferno dei viventi. La vulgata razzista si riferirà agli agenti patogeni esterni che si infiltrano e infettano, ci rovinano soprattutto turisticamente. E il mediterraneo, con le decine di migliaia di morti senza nome non sarà solo il mare “in mezzo alle terre”, il mare colore del vino di Omero, invece mare colore del sangue.

E le tragedie scivolano nel grigiore incerto dell’assuefazione con liturgie politiche senza qualità. Per tutti l’oblio di essere stati dolorosamente terra di migrazioni bibliche, di espulsi.

Diversi decenni fa anni fa si prefigurava, in immaginaria pianificazione, la Sicilia come <scambiatore> mediterraneo capace di immagliare sud e sud-est nei corridoi e nelle centralità europee.

Invece siamo stati e siamo luoghi indifferenti al traffico, anche malavitoso, di uomini e speranze. Con M. Luther King avremmo dovuto pensare: beati coloro che saranno giudicati per la loro anima e non per il colore della loro pelle. Ma pensare questo da noi sarebbe stato eversivo. Per Palazzo d’Orleans e per Palazzo dei Normanni sul tema sono state sufficienti dichiarazioni di incompetenza, e Dio sa quanto questo, e in verità non solo su questo, sia stato vero.

Restano il sud e il sudest mediterraneo improbabili, ad oggi, luoghi di investimenti, o luoghi del baciamano di nostri presidenti a sanguinari dittatori per immaginare affari. Oppure luoghi di lucrose sperimentazioni universitarie, come per Scienze politiche a Messina, facoltà ricca di intellettualità di sinistra esibita, recitata, asserragliata nel familismo di Presidenza e Rettorato, dove si pensò di laureare <honoris causa> il dittatore tunisino, proprio alla vigilia della rivoluzione che lo avrebbe universalmente conclamato come “malfattore e massacratore di libertà”.

Certo qui da noi poteva essere difficile pensare a complessi meccanismi di inclusione sociale ampia e definitiva. Saremmo rimasti realisticamente crocevia di transito. Più dei corridoi iberici e balcanici. Ma perché non pensare di umanizzare questi disperati approdi, soste, inserimenti e/o passaggi? Ricordando che un uomo è tutti gli uomini…? Questa storia che ci accade, e che ci accadrà ancora, nei decenni, intorno, conferma per intero il senso della nostra geografia, la scrive e la riscrive nei suoi permanenti significati, soprattutto nella sua epocalità.

Perché allora non rileggerla per intero rinunciando a sperperare i complessivi bilanci regionali in modo vergognoso e fraudolento, come quotidianamente ci viene ricordato? Certo il tema è anche europeo, ma noi non dovremo utilizzare questo come alibi per caratterizzarci come ”idioti” (questa della Dematteo, nel volume Feltrinelli, esprime e resta l’aggettivazione più pertinente) neoleghisti nei confronti dei nostri sud e sud-est.

Mah… “non manca mai per il boia”, ci ricordava Sciascia.

L’autore è ex-governatore della Sicilia e socio di LeG Messina

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