Bruno Caccia, magistrato ucciso dalla ‘ndrangheta

«Alle ore 23,30 circa del 26 giugno 1983, il Procuratore capo della Repubblica di Torino, dottor Bruno Caccia, mentre passeggiava portando al guinzaglio il suo cagnolino lungo il marciapiede che fiancheggia gli stabili di Via Sommacampagna, in Torino, veniva raggiunto da un’autovettura Fiat 128 di colore verde, con due uomini a bordo. L’autista, arrestata bruscamente la marcia, esplodeva contro il magistrato, attraverso il finestrino, alcuni colpi di arma da fuoco che lo colpivano in varie parti del corpo, facendolo cadere a terra. Quasi contemporaneamente, l’altro individuo, discendeva dall’auto e, raggiunta la vittima, sparava altri colpi di pistola al capo della stessa.
Il dottor Caccia, soccorso e trasportato all’ospedale a mezzo di autoambulanza, vi giungeva cadavere».

Con queste frasi inizia la lunga motivazione della sentenza con cui la Corte d’assise di Milano, esattamente sei anni dopo, il 16 giugno 1989, condannerà all’ergastolo come mandante dell’omicidio, Domenico Belfiore, detto Mimmo, capo del clan dei Calabresi, che all’epoca dominava la malavita torinese in duopolio con il clan dei Catanesi, guidato da Francesco Miano, detto Ciccio.

All’azione omicida assistevano quattro passanti. Due di loro riferivano che, mentre faceva stridere i pneumatici per fuggire, l’uomo al volante si sporgeva dal finestrino e puntava contro di loro l’indice della mano col pollice aperto, come a impugnare una pistola, gridando «Bang! Bang! Bang!», così ammonendoli a non muoversi e a non lanciare alcun allarme. Nonostante la chiara intimidazione, due lo descrivevano, consentendo la ricostruzione del volto al photofit (a loro dire molto somigliante).
Ciononostante i due sicari non furono mai identificati. Fu individuato unicamente, grazie a una dichiarazione di un codetenuto, il presunto mandante, uomo di peso della mafia calabrese (e legato anche alla mafia siciliana già operante in Piemonte e Lombardia al’epoca), Domenico Belfore, che fu poi condannato all’ergastolo dalla Corte di Assise di Milano (competente per i reati contro magistrati di Torino). La sentenza divenne definitiva, ma furono necessarie ben sei decisioni giudiziarie: dopo la sentenza di primo grado, una prima sentenza di appello, nel ’90, una sentenza di annullamento della Cassazione per vizio di motivazione, e infine una seconda sentenza d’appello, nel ’92, e la decisione definitiva di conferma della Cassazione.
Bruno Caccia è stato l’unico magistrato ucciso dalla mafia nel Nord Italia.
Oltre a lui, solo un altro magistrato con funzione di Procuratore Capo è stato ucciso dalla mafia: Gaetano Costa, Procuratore Capo di Palermo, il 6 agosto 1980. Responsabile, in questo caso, Cosa Nostra.
Oltre a lui, solo un altro magistrato è stato ucciso dalla ‘ndrangheta: Antonio Scopelliti, il 9 agosto 1991, su richiesta di Cosa Nostra, perché il Sostituto Procuratore Generale avrebbe dovuto sostenere l’accusa nel maxi processo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino davanti alla Corte di Cassazione (almeno secondo le dichiarazioni del pentito Giacomo Lauro, ma l’omicidio è rimasto senza responsabili).

Perché ricordare oggi Bruno Caccia?

Non è solo un atto di omaggio doveroso, ma deve essere un esercizio di memoria efficiente, per vivificare un modello per la società.
Bruno Caccia viene spesso ricordato per la sua intransigenza, che di per sé non è un valore, se non associato a tutte le qualità che facevano di lui un magistrato straordinario. Parlano di lui i pareri agli atti del suo fascicolo personale, che lo segnalavano, già a un anno dalla nomina, letteralmente, come «ottima promessa per il futuro». «Intelligentissimo, investigatore acutissimo, amante del lavoro, dotato di molto senso pratico, di retta intuizione». «Il dott. Caccia può considerarsi, per il suo equilibrio – concludeva il primo giudizio – addirittura eccezionale».
Bruno Caccia, dunque, non era solo intransigente.
E la sua intransigenza non era una comoda via per esercitare l’autorità. Era funzionale ai valori che lo guidavano nello svolgimento del suo lavoro.
Parlano, in questo caso, i ricordi dei magistrati, allora “giudici ragazzini”, che facevano parte del suo ufficio. La prima circolare firmata da Bruno Caccia quando si insediò come Procuratore Capo di Torino, il 6 febbraio 1980, ordinava di segnalargli eventuali casi di richiesta di raccomandazione.

Intransigente, ma autorevole, non autoritario. Aspro polemista, sapeva cambiare idea e rispettava le posizioni altrui se ben argomentate. I magistrati del suo ufficio ricordano di non avere mai subito pressioni da parte sua nell’esercizio dell’azione penale. Contraddirlo con intelligenza valeva guadagnarsi rispetto da parte sua. Anche se a contraddirlo era un sostituto procuratore o un giovane giudice istruttore e aveva meno di trent’anni (come la maggioranza dei magistrati in servizio sotto la sua direzione).
Per dirla con Leonardo Sciascia, Bruno Caccia «considerava l’autorità di cui era investito come il chirurgo considera il bisturi: uno strumento da usare con precauzione, con precisione, con sicurezza; riteneva la legge scaturita dall’idea di giustizia e alla giustizia congiunto ogni atto che dalla legge muovesse».
Per questo Bruno Caccia poteva dire: «Avere il potere e non esercitarlo è altrettanto grave che non averlo ed esercitarlo».
Potere che esercitava con imparzialità, senza ombra di classismo («senza guardare in faccia nessuno», come ricorderanno all’indomani dell’omicidio i suoi colleghi).
Bruno Caccia viene ricordato spesso, invece, perché era un conservatore.
Non era solo conservatore.
Nel lavoro era, anzi, un capo moderno e aggiornato. La Procura di Torino, sotto la sua guida, era all’avanguardia grazie alla specializzazione dei gruppi d’indagine. I rapporti con i Giudici Istruttori, in passato difficili con chi l’aveva preceduto, divennero molto piu diretti ed efficaci.
Nasce a Torino, con Bruno Caccia Procuratore Capo, il primo pool antiterrorismo.
Ma ricordare Bruno Caccia, significa anche ricostruire la storia di Torino in quegli anni; e in parte di questo Paese, riferendosi alle inchieste aperte a Torino sotto la sua guida.

Impegnato in prima linea contro il terrorismo è lui, nel 1975, a seguito di avocazione del processo, a redigere e firmare la richiesta di rinvio a giudizio contro il nucleo storico delle BR. Bruno Caccia, Sostituto Procuratore Generale e Giancarlo Caselli, giudice istruttore, avevano costruito l’intero processo ricorrendo per la prima volta alla fattispecie della banda armata.
È anche noto che l’inizio della sconfitta delle Brigate Rosse iniziò il 19 febbraio 1980 (due settimane dopo l’insediamento di Caccia come Procuratore Capo), con l’arresto di Patrizio Peci, capo della colonna torinese, che con le sue dichiarazioni consentì l’arresto di altri settanta brigatisti. Ma è meno noto che a raccogliere per la prima volta a verbale le sue dichiarazioni formali come pubblico ministero c’era proprio Caccia. Così come non è molto noto il suo ruolo nell’affaire Donat-Cattin. Il 29 aprile era stato arrestato il terrorista di Prima Linea Roberto Sandalo (tra le sue vittime il magistrato Emilio Alessandrini), che, sull’orma di Patrizio Peci iniziò a collaborare e, tra gli altri, denunciò Marco Donat-Cattin, figlio del vice segretario della DC Claudio, dichiarando che era riuscito ad evitare l’arresto grazie all’aiuto del padre, messo in allerta da Francesco Cossiga, allora Presidente del Consiglio. L’ipotesi era violazione del segreto per favorire la fuga del terrorista. Fu Bruno Caccia a ordinare la trasmissione degli atti al presidente della Camera Nilde Jotti (decisione condivisa con l’Ufficio dei giudici istruttori). Il Parlamento bocciò la proposta di messa in stato d’accusa di Cossiga davanti alla Corte Costituzionale, ma il Governo di lì a poco cadde.
Clamorose le altre due inchieste aperte nel periodo di da Bruno Caccia alla guida della Procura,in stretta collaborazione con l’ufficio Istruzione Penale.
Con otto anni di anticipo rispetto a Mani Pulite, alla vigilia delle elezioni politiche del 1983 e in piena epoca Yalta, indagò sulle tangenti in favore di politici locali, provocando nel giro di pochi giorni le dimissioni della giunta regionale prima e di quella comunale poi (il Psi torinese sarà commissariato da Bettino Craxi).
L’altra inchiesta toccava figure di rilievo nazionale, indagati eccellenti appartenenti ai vertici della Finanza, primo tra tutti il Generale Raffaele Giudice, iscritto alla P2 di Licio Gelli. È l’inchiesta sui petroli, che in tutta Italia fece emergere un sistema di corruzione generalizzate dei vertici centrali e locali della Guardia di Finanza e delle Dogane e di evasione del pagamento delle accise per il 20 per cento del consumo di carburante per quasi 2000 miliardi di lire dell’epoca.

Bruno Caccia fu ucciso alla chiusura delle due indagini e mentre i processi in appello erano in corso o dovevano essere celebrati di li a poco.
Ma non c’era provvedimento che uscisse dalla Procura senza il suo visto. Come quella richiesta di archiviazione di un sostituto che, senza svolgere indagini, aveva ritenuto priva di fondamento una lettera di denuncia nei confronti del direttore sanitario del Centro clinico ospedaliero delle carceri giudiziarie di Torino. Secondo la lettera il medico rilasciava certificati falsi, dietro compenso, per dichiarare l’incompatibilità dello stato di salute di carcerati mafiosi con lo stato di detenzione. Bruno Caccia non vistò il provvedimento e andò avanti, ascoltando personalmente l’autore della lettera.
Inchiesta d’avanguardia se si considera che negli stessi anni camorristi del calibro di Cutolo, grazie a perizie psichiatriche false, si facevano rinchiudere nei manicomi giudiziari, da dove fuggivano come se fosse un gioco da bambini. Il direttore sanitario finì condannato in primo grado a cinque anni di reclusione proprio due giorni prima che venisse assassinato Bruno Caccia.
Sotto la sua direzione, grazie all’organizzazione data all’ufficio, si intensificarono, infatti, anche le indagini di criminalità organizzata, governata a Torino e Milano dal Clan dei Calabresi e dal Clan dei Catanesi.
Ricordare, infine, l’omicidio di Bruno Caccia, ci obbliga anche a ricostruire il contesto in cui maturò il suo omicidio, per ricercarne le motivazioni.
Bruno Caccia fu ucciso nel 1983, l’anno in cui, come scrive Giancarlo Caselli ne Le due guerre, «l’Italia poté considerarsi fuori dall’emergenza terrorismo». Proprio in quei giorni si stava celebrando nel carcere torinese delle Vallette il processo d’appello contro il nucleo storico delle Brigate Rosse.
Quando Bruno Caccia fu ucciso era domenica. Erano in corso le elezioni politiche. I seggi della prima giornata elettorale avevano chiuso da un’ora e mezza. Il sole e il grande caldo nel resto d’Italia spiegavano in parte la più bassa affluenza alle urne registrata dal 1948 («soltanto l’89 per cento», titolano i giornali). I risultati sancivano il crollo della DC. In leggero calo anche il PCI di Berlinguer, ma vicino al sorpasso della DC di De Mita. Crescevano repubblicani e liberali e i socialisti di Craxi, che diventerà Presidente del Consiglio, il primo socialista a ricoprire questa carica.
L’Italia delle elezioni politiche del 1983, dunque, usciva dall’emergenza del terrorismo. Non da quella della mafia, che nelle terre di origine, proprio in quegli anni, faceva centinaia di morti. Tra il ’79 e l’83 818 persone assassinate in Campania, dove Luigi Giuliano aveva costituito una federazione di famiglie napoletane per combattere lo strapotere cutoliano.
Mille morti ammazzati tra l’81 e l’83 in Sicilia, dove Totò Riina aveva dato inizio alla cosiddetta “seconda guerra di mafia”, per sterminare i mafiosi palermitani vecchia guardia.
La ‘ndrangheta era uscita rinnovata da qualche anno dalla prima guerra di mafia (iniziata nel ’75 con l’omicidio del capo dei capi della ‘ndrangheta, ‘Ntoni Macrì, padrino vecchia maniera). Da allora si chiamava “Santa”: inizialmente trentatré (numero tipico del rituale massonico), i “santisti”, erano autorizzati dal codice della nuova organizzazione a intrattenere rapporti con ambienti prima vietati (a cominciare da carabinieri e poliziotti), e ad affiliarsi alla massoneria deviata, in modo da gestire direttamente il potere politico ed economico e ad “aggiustare” le sentenze.
Ma nell’83 queste trame erano per lo più ancora oscure. Il primo a squarciarle, è noto, fu Tommaso Buscetta. Per la ‘ndrangheta bisognerà aspettare fino al 1992, quando inizierà la collaborazione Giacomo Lauro, inizialmente coperto dagli inquirenti con il codice “Alfa”.
Nel 1992 fu pronunciata la sentenza d’appello per l’omicidio di Bruno Caccia, che sarà confermata definitivamente in Cassazione, sancendo la responsabilità, come unico mandante, di Domenico Belfiore.
Ma è proprio la trasformazione della ‘ndrangheta, rivelata nel 1992, a imporre un’analisi storica integrativa della verità giudiziaria. Lo impone alla luce delle stesse emergenze processuali di allora. “Relazioni pericolose” è il titolo del capitolo più doloroso della seconda sentenza d’appello per l’omicidio di Bruno Caccia, che descrive il proscenio delle indagini. Gli investigatori non avevano ancora orientato le indagini in una direzione precisa, ma a poco a poco scoprirono un rapporto di contiguità tra alcuni suoi colleghi e gli stessi malavitosi indagati dal suo ufficio, nell’ambito delle inchieste di criminalità organizzata. La sentenza per l’omicidio condannerà moralmente i primi, perché con la loro «disponibilità» verso i malavitosi, avrebbero rafforzato la loro motivazione ad uccidere Bruno Caccia, nell’aspettativa che, alla sua morte, subentrassero i loro magistrati amici. La lettura degli atti del processo per l’omicidio e di altri processi conferma il rapporto di contiguità non solo tra certi magistrati e i malavitosi indagati nell’ambito delle inchieste sulla criminalità organizzata, ma anche tra quegli stessi magistrati e gli indagati nelle inchieste sul c.d. scandalo dei petroli e sulle tangenti. Un intreccio di interessi politici con interessi economici e della malavita organizzata, che solleva il dubbio di un’alleanza nella pianificazione, urgente, di un omicidio altrimenti anomalo, in quanto vede, come unico mandante, un Domenico Belfiore di 30 anni, in un’epoca in cui la ‘ndrangheta era già gerarchizzata al suo interno, che, da solo, avrebbe deciso di uccidere la massima autorità della Procura di Torino (unico caso di omicidio di ‘ndrangheta nella storia giudiziaria italiana, che ha come vittima un magistrato, unico caso di omicidio di mafia nella storia giudiziaria italiana, che ha come vittima un magistrato nel Nord Italia).
E’ un quadro che impone, anzitutto con un’analisi storica, di scandagliare i collegamenti tra il basso livello della malavita organizzata e gli alti livelli istituzionali dell’epoca, considerando, che, proprio adesso, si sta svolgendo la a Torino la discussione finale nel processo “Minotauro”, in cui, per la prima volta, proprio quei collegamenti affiorano a livello processuale.
Un’analisi che potrebbe portare all’individuazione di una molteplicità di cause convergenti dell’omicidio di Bruno Caccia.

Paola Bellone (viceprocuratore onorario Procura di Torino)
Mario Vaudano (magistrato, all’epoca Giudice Istruttore a Torino)

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

 caratteri massimo. Il testo eccedente verrà troncato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>