Presidenzialismo? Rischiamo derive da terzo mondo

Capita talvolta che i ruoli s’invertano. “Lei sa che significa la parola parresia?”, domanda l’intervistato. “Attitudine a dire la verità. Perché me lo chiede?”. Gustavo Zagrebelsky esita nel rispondere : “Perché questa virtù – parlar chiaro e libero, e agire di conseguenza – mi pare oggi alquanto sbiadita. Il contrario è ipocrisia : negarsi al dovere di dire la verità o dire una cosa per volerne un’altra”.
Esempi, professore?
Stiamo parlando di riforme costituzionali: i discorsi in privato contraddicono quelli in pubblico. Oppure, ci si convince del contrario di quel che si è sempre pensato. Opportunismo o spirito d’omologazione.
Diceva anche : dire una cosa per intenderne un’altra.
Pensi alle “riforme”. Viviamo in tempi d’inceppamento. C’è un sistema di potere che non vuole o non riesce a rinnovarsi. Perciò si cristallizza. Le “larghe intese”, la rielezione della stessa persona a capo dello Stato: non sono due clamorose dimostrazioni di paralisi politica? Qui, nella stasi, s’innestano le riforme e la loro retorica. Ma riforme per cosa? Per aprire, rinnovare, vivificare oppure per afferrare più saldamente il potere, stringendolo nelle mani di sempre, per garantire perduranza d’interessi e pratiche consociative? In una parola: riformare per non cambiare. Mi riferisco agli strateghi del presidenzialismo.
Perché il presidenzialismo sarebbe strumento di conservazione?
Il presidenzialismo, nelle sue varianti, più di qualsiasi altro sistema cambia d’aspetto a seconda delle società ove opera. È camaleontico. Pensi al semi-presidenzialismo francese e alle sue imitazioni africane. Sono la stessa cosa? No. Gli “ingegneri costituzionali” si occupano di formule, ma i costituzionalisti sanno che le costituzioni sono fatte, sì, di formule, ma anche di storia, cultura, abitudini, vizi e virtù. Quale ignoranza nel pensare che la riforma della costituzione sia una questione di modelli astratti d’importazione !
Ha paura che veleggiamo verso il Ruanda più che verso la Francia?
Non facciamo terrorismo costituzionale. Tuttavia, saremmo ciechi se non ci preoccupassimo di alcuni fattori condizionanti. Il primo è la corruzione. Dove la corruzione è diffusa, i presidenzialismi sono non solo essi stessi corrotti, ma ne diventano garanzia. Il secondo è la cultura politica che, in nome della storia, delle libertà, delle tradizioni repubblicane, eccetera, trattiene dall’abuso del potere. Il terzo è la coesione sociale. Dove la convivenza è minacciata dalle disuguaglianze, dalla mancanza di lavoro, dall’abbandono a se stessi di cittadini più deboli, è forte la tentazione di cercare la pace sociale non nella partecipazione democratica, ma nelle misure energiche d’ordine pubblico. Da noi? Come stiamo a corruzione? A incultura politica? A ciò che, pudicamente, si chiama disagio sociale? Chiederei: che ne è del conflitto d’interessi? Credete che si possa pensare a un’elezione diretta del capo del governo senza avere sciolto il nodo che lega politica, economia, informazione?
Teme per la democrazia?
Nelle attuali condizioni sì. Di fronte alle difficoltà, non c’è il rischio che si dica: pensaci tu al posto nostro; fagliela vedere tu a questi queruli e fastidiosi postulanti che chiedono diritti e disturbano la (nostra) pace sociale? Quella massa di elettori mancati, quando si muoveranno, dove andranno a parare?
Il sistema parlamentare non è a sua volta in crisi?
Certamente ! Ma, mi pare che la via per uscirne sia rinnovare la politica, cambiare dall’interno i partiti, non temere l’irruzione delle novità, ma assecondarle e costituzionalizzarle, come avviene nelle democrazie non assediate dalla paura del nuovo. Prima, il rinnovamento della politica; poi, eventualmente, la riforma della forma di governo.
Sulle “ forme delle riforme” regna una grande confusione. Non si capisce bene quale ruolo abbia la commissione degli esperti e quale il governo. Che c’entra il governo con un percorso che dovrebbe essere parlamentare?
Si vuol seguire una procedura farraginosa, molto più complicata dell’articolo 138. In più, questa farraginosa procedura presuppone una legge costituzionale che la codifichi, da approvarsi con le procedure oggi vigenti. Chi guardasse dall’esterno, penserebbe che si vuole complicare per non fare nulla. Invece, la verità è che, con questo procedimento, non si esautora il Parlamento, ma lo si mette alle corde. Ricorda il discorso del presidente della Repubblica, al momento della sua rielezione? Si è trattato d’un atto d’accusa contro le Camere inconcludenti, che i parlamentari hanno incassato senza battere ciglio. Così, sullo svolgimento della nuova procedura vigilerà il governo, con l’aiuto dei suoi consulenti, sotto l’egida del capo dello Stato e secondo un “ cronoprogramma ” che dovrebbe garantirne la conclusione entro 18 mesi. Dove sia questa garanzia, però, nessuno lo sa. I Parlamenti, per definizione, sono padroni dei propri tempi e lavori : ci mancherebbe che non fosse così ! Per ora, si sa solo che i 18 mesi suonano piuttosto come garanzia di durata del governo. E non vorremmo credere che la garanzia stia nella minaccia di dimissioni del presidente della Repubblica, dimissioni che, come sanno i costituzionalisti, non sono affatto nella sua disponibilità secondo valutazioni politiche e che precipiterebbero la situazione nel caos.
C’è una riforma necessaria e urgente?
Sì, lo si è detto infinite volte: la riforma della legge elettorale. Non sto a ripetere le ragioni. Faccio solo osservare che, per riconoscimento unanime, quella attuale è giudicata incostituzionale. Dunque, per quanto si voglia voltare lo sguardo dall’altra parte, noi abbiamo – unici nel mondo delle democrazie – un Parlamento carente di legalità costituzionale. Se poi consideriamo che la formula del governo di larghe intese – necessitata o non: non è questo il punto – non ha alcun rapporto, anzi è in contrasto, con la volontà degli elettori e con il risultato elettorale, allora al deficit di legalità si aggiunge un altrettanto, anzi più, grave deficit di legittimità. E, in queste condizioni, si pensa di dare al nostro Paese una nuova costituzione? Non è ybris, presunzione?
Sulle riforme gravano poi le incognite legate ai processi Berlusconi. Che opinione s’è fatto della decisione della Consulta sul legittimo impedimento nel processo Mediaset?
Da quel che si sa, mi pare che la Corte abbia fatto applicazione rigorosa dei suoi precedenti. Chi parla di contraddizione, dovrebbe avere cura di studiare un poco e non falsificare i dati. Il punto è la cosiddetta “ leale collaborazione ” tra governo e autorità giudiziaria. La leale collaborazione non significa affatto autorizzazione a una delle parti perché possa boicottare l’attività dell’altra. Significa che entrambe devono cooperare per un fine comune, il corretto esercizio di funzioni che hanno la medesima dignità costituzionale. La Corte ha ritenuto che da parte dell’allora presidente del Consiglio vi sia stato proprio questo boicottaggio dell’attività giudiziaria. Non c’è nulla d’aggiungere.

6 commenti

  • In un paese dove la corruzione è diffusa, dove il sistema di potere non vuole e non può rinnovarsi e dove il sistema parlamentare è inceppato forse è pericoloso cambiare la Costituzione, ma non sono meno illusorie le aspettative di cambiamento riposte in una legge elettorale che annulli i deficit di legittimità e di legalità. I risultati elettorali recenti, sia politici che amministrativi, sono la misura non solo dello stato della politica e dei partiti in Italia (che forse non è il Ruanda ma certamente non è la Francia) ma anche l’indicatore dello stato della sovranità popolare, la cui maturità democratica ormai si esprime nel bi-populismo. La Costituzione ‘più bella del mondo’ è diventata un muro, anzi una siepe, che divide i democratici. Nella sua riforma c’è chi vede un orizzonte e chi il buio. Una nuova sinistra deve rifondarsi in Italia per difendere i principi e i valori della democrazia, limitando i rischi involutivi che ogni cambiamento comporta, riforma costituzionale compresa. Una sinistra che tanto incise nella formulazione stessa della Costituzione del 1948 e che in Italia porta la responsabilità storica di promuovere la cultura democratica, nella carenza congenita di una solida e consistente formazione del pensiero liberale nel nostro Paese.

  • …non facciamo terrorismo cotituzionale,,,,il professore tranquillizza i disperati appelli che cambiare voglia dire essere come il Ruanda , poi esprime il suo pensiero contrario a .
    Calamandrei e Valiani alla costituente immaginavano un sistema presidenziale quindi non è il diavolo e parlarne fa bene senza eccessi liquidatori e apocalittici. Per favore , tranquilli ( come peraltro molti – Sartori in testa …anzi ).
    Tranquilli per favore ! TF

  • Sovranità del popolo e presidenzialismo.

    Se la nostra costituzione fosse davvero “rigida” come si è sempre sostenuto, cambiare la forma di governo da “governo parlamentare” a “governo presidenziale” richiederebbe una rivoluzione.

    Ma una volta espropriata ai cittadini la sovranità, e trasformati gli organi istituzionali elettivi in burocrazie elettive, sembra non vi siano ostacoli a discutere la questione apertamente e pacificamente.

    La costituzione, del resto, affida al capo dello stato una serie di prerogative e attribuzioni che vanno ben al di là del ruolo protocollare di organo di equilibrio e di garanzia entro il quale si è sempre ritenuto di doverlo ingessare.

    Prerogative e attribuzioni che fanno di questo organo costituzionale una delle forze politiche dello stato di maggior peso e dotate di particolare efficienza soprattutto in ragione della personalizzazione del potere derivante dal carattere individuale dell’organo.

    Il presidente Napolitano di recente ha potuto-dovuto adottare, costretto dalla gravissima situazione di crisi politica istituzionale, provvedimenti di straordinaria forza politica, quali la nomina di un governo extraparlamentare di tecnici e dopo le elezioni la nomina di un governo di larghe intese, ponendo le condizioni perché fosse assicurata la fiducia del parlamento.

    E tutto questo accade nel contesto di una democrazia rappresentativa parlamentare che non sente evidentemente l’esigenza di prevedere per ciascuno degli organi istituzionali adeguate procedure che assicurino il rispetto del principio di sovranità popolare.

    A questo punto non c’è nemmeno bisogno di chiedersi se ci sia e dove sia il trucco.

  • Vivo un doppia sensazione; una eurforica e l’altra preoccupata. L’euforìa di condividere un pensiero con una persona che (senza alcuna piaggerìa) stimo, ritengo assai preparata e doatata di raro senso critico ed equilibrio. Condivido quindi, così come affermo oramai da troppo tempo (da qui la preoccupazione…), il primario rango di importanza per la soluzione delle problemtiche di conflitto di interessi e blind trust; perché non è tanto importante come si delegano i poteri col voto, tanto quanto come si scelgono i candidati ad ottenere tale potere. … La preoccupazione, come accennavo, deriva dalla presa di coscienza della enorme, granitica volontà trasversale della cittadinanza collusa, a non affrontare realmente il tema del vonflitto di interessi. … La domanda che invio a chi legge è: è venuto prima l’uovo o la gallina? Perdonate il superficialismo, ma mi domando se sia prima responsabile la sub cultura sociale italiana propensa alla corruzione ed allo scambio di favori, oppure non sia più un moderno frutto della pseudopolitica rappresentativa degli ultimi quaranta anni ovvero dalla trasformazione socialista ad opera di Craxi, in qua.

  • Quando mi capita di leggere il pensiero critico del nostro Presidente,mi si allarga il respiro.
    Il suo giudizio sull’illeggittimità dell’attuale consesso parlamentare fatto di persone scelte dai capi partito o dei movimenti politici personali,calza a meraviglia col giudizio di quanti dicono da anni che si vuole mettere il popolo italiano di fronte al fatto compiuto di una costituzione stravolta nei suoi principi senza disturbare l’art.138.

  • Non concordo

    La Democrazia diretta è il popolo che chiama al voto se’ stesso , attraverso i governanti , su temi decisi dal popolo.

    Il Plebiscito è il governante che chiama al voto il popolo su temi decisi dal governante.

    Il Plebiscito fu inventato da Napoleone che , volendo sfruttare il consenso popolare insito nella democrazia , ed essendo però infastidito dalla democrazia stessa – stabilì che il voto è sì popolare ma il “diritto di iniziativa” (vale a dire: la scelta del tema) se lo tiene stretto stretto il governante.

    La Democrazia plebiscitaria piace un casino agli aspiranti dittatori , che nella versione moderna sono i pifferai magici , i possessori dei media che strumentalizzano per lobotomizzare le menti deboli dei tele-dipendenti più indifesi

    Peraltro il confine risulta alcune volte piuttosto labile e di incerta interpretazione

    Probabilmente l’inconscia avversione della sinistra rispetto all’elezione Popolare e diretta del Presidente della Repubblica , evoca una paura oscura , che potremmo interpretare come una sorta di “richiamo della foresta” di Napoleonica memoria

    Ma l’elezione del PdR non è un tema deciso una tantum dal governante di turno : è un evento istituzionale che ricorre con cadenza periodica (7 anni)

    Siamo quindi nel campo di esercizio della Democrazia diretta , e NON nell’ambigua area della democrazia plebiscitaria !

    http://www.cantonenordovest.wordpress.com

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