Diario semi serio di un direttore di carcere

Soffro sempre (dopo appena trent’anni di lavoro) il carcere di sera. I corridoi semi deserti, senza quella animazione che c’è di giorno che mitiga l’innaturalezza, mettono una tristezza che non si può reggere. Ne vale la pena? La risposta va cercata oggi giorno, vedendo se siamo in grado di portare vita. E, ovviamente, riceverla.

Dal 3 al 7 giugno è andato in scena lo spettacolo “Il carcere va a scuola” svolto in collaborazione con la Casa di Reclusione di Augusta ed il liceo Arangio Ruiz di Augusta. Con Teatro/detenuti/studenti il carcere si è aperto alla città ed abbiamo 1200 persone autorizzate che sono venute da noi, nel nostro teatro, nei cinque giorni.

Ieri, sempre nella zona teatro, ho svolto una importantissima attività dirigenziale: con l’Assistente Capo della MOF e l’Ispettore addetto alle attività abbiamo fatto una importante verifica per sistemare un secondo servizio igienico nella zona. Ogni tanto mentre discutevamo di toilette e mattonellature, mi spuntava un sorriso e mi dicevo “certo, hai studiato giurisprudenza, hai fatto corsi di aggiornamento, fatto sforzi per migliorare la tua preparazione e ora metti a frutto, affrontando con piglio manageriale, questi problemi strategici…..”

Poi arriva il giorno della prima e il teatro comincia a riempirsi di ospiti esterni, è bello cogliere l’essenza di questi momenti, il chiasso dei ragazzi che con i loro compagni di teatro, ladri assassini spacciatori (ma sarà proprio vero?, mi sembra di leggere nei pensieri di questi studenti che nei detenuti riescono a vedere solo i loro compagni di scena) insieme trasportano sul palco mobili e parti della scenografia.

Siamo così giunti al grande giorno, dietro le quinte si respira l’atmosfera frenetica che mescola nervosismo, ansia, incoraggiamenti reciproci, paura di dimenticare le battute, la ricerca di un dettaglio che in quel momento appare fondamentale. Gli attori, il regista, gli agenti, le insegnanti, gli educatori sembrano immersi in un gioco in cui tutti hanno scommesso su un’unica squadra, la squadra che deve vincere. E a me ritornano in mente le lunghe discussioni con gli agenti “Dottore ma sti saluti co sti bacetti ???” e io che dico “senti Assistente, non c’è bisogno che voi vi mettiate dietro le quinte, sì ci sono delle ragazzine, ma che volete che facciano, ci stanno le insegnati comunque a controllare.” E mi ripeto la frase di Danilo Dolci che mi porto sempre scritta nella mente “Vince chi non si illude …”.

E l’essenziale viene fissato dall’immagine di un detenuto e di un ragazzo seduti accanto, che aspettano il loro turno per entrare in scena, la mano del ragazzo poggiata sulla spalla del suo compagno. Lacrime e risate fanno parte della medesima intensità. E il problema è poi trovare la forza di vivere tutto con intensità.

E’ stata una bella giornata, non solo perché il teatro era pieno di luce e l’area verde era luminosa, non tanto perché di giornalisti ne sono venuti, ma per la sensazione che le persone che collaborano con me, comunque rassegnate a questo via vai di gente, realizzassero che il via vai alla fine renda meno grigio, meno cupo ma sì, anche più vivo, il loro lavoro.

Di oggi mi è rimasto negli occhi soprattutto la tenerezza dei ragazzi che, alla fine, si tenevano per mano con i loro compagni di scena, prendendosi gli applausi e i loro interminabili saluti dicendosi a domani, domani faremo ancora meglio…

Durante lo spettacolo del pomeriggio, sono seduto nelle ultime fila per guardare e sentire tutto l’insieme. I pensieri stupiti delle persone che vengono da fuori devono restare intrisi nelle mura del teatro e del carcere, mi dico, perché esistono umori positivi e umori negativi, spiriti di vita che lottano contro il grigio e il nulla, che si può solo buttare dentro aliti di vita e sentirne la risonanza.
Dello spettacolo serale mi è rimasta la luce negli occhi degli attori, un luccichio di vita.

Il 7 giugno, con l’ultima replica è terminata questa esperienza. Cosa resta di questi cinque giorni? Una fra tutte, la convinzione che il carcere è un posto innaturale e che la presenza dei ragazzi può renderlo un po’ umano. Di questi ultimi tre giorni mi è rimasta l’immagine delle decine di motorini dei ragazzi delle scuole che venivano a vedere lo spettacolo dei loro compagni, nello spiazzo dove di solito c’è la presenza dolente dei familiari in attesa per i colloqui, del non detto fra i detenuti e gli studenti mescolati, insieme, di Giulia, la più giovane delle studentesse attrici, la più brava, 14 anni, che ogni giorno alla fine si avvicina e dice “Direttore, oggi come sono andata?”.

Del giorno in cui c’erano i parenti dei detenuti mi resta la naturalezza con la quale una ragazza, figlia di uno degli attori detenuti, mi si è avvicinata e mi ha dato un bacio. E poi mi resta il fatto che c’erano studenti che gli anni scorsi avevano partecipato al progetto ed erano tornati provando emozione, e una che ha detto: “quest’anno ho saltato , ma l’anno prossimo voglio esserci!”. La cultura dello scavare un po’ tutti i giorni della perseveranza che è la sola che paga. Ma poi subito ricordo a me stesso che comunque vince chi non si illude ed è nel movimento delle giornate che attribuisco un senso alle mie giornate.

Più di tutto soffro a mettere la parola fine a questa esperienza e ho voltato lo sguardo per non vedere i detenuti e gli studenti che si salutavano piangendo e che non volevano separarsi e ho salutato le Professoresse così: “Allora, a Novembre si ricomincia?”.

Ogni domani è un altro giorno, ma oggi è stato un giorno luminoso, gioioso, amorevole, il buio non smette mai di aprirsi alla luce. Concludo questo diario minimo con la signora del pubblico che dice: “Bello, ma me ne vado con un’angoscia!” e l’assistente del block house che dice: “Dottore, anche oggi ce l’abbiamo fatta…”. Problemi Assistente ? “No, dottore, meglio queste giornate che c’è cchiu movimento…”

* Direttore della casa di reclusione di Augusta e socio di LeG

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