Riforme, la legge elettorale prima di tutto

La mobilitazione di LeG. La versione di Berlusconi, la sua visione del percorso delle riforme costituzionali, dell’obiettivo ultimo del lavoro del Parlamento e del governo, è chiara: “Avanti tutta fino al presidenzialismo”. L’antico sogno del Cavaliere che ritorna. L’elezione diretta, la possibilità di giocare in prima persona la partita per il Quirinale. Una priorità che potrebbe diventare un’ipoteca sulle scelte dell’esecutivo guidato da Enrico Letta. Un diktat cui si oppone, attraverso una mobilitazione lanciata sui territori, Libertà e Giustizia. Che dopo la manifestazione del 2 giugno – il cui slogan recitava “La Costituzione non è cosa vostra” – torna a chiedere ai partiti di ristabilire la priorità all’interno dell’agenda politica: la legge elettorale prima di tutto.

Il diktat del Cavaliere. Un comunicato stringato per un rifiuto netto della linea politica del leader del Pdl: “Libertà e Giustizia ha dato indicazione alle associazioni e ai circoli di divulgare sul territorio la richiesta pressante al Parlamento e al Governo di non sottostare al diktat berlusconiano e di varare subito una legge elettorale”. Perchè è importante consentire ai cittadini “di poter affrontare l’eventualità di tornare alle urne in qualsiasi momento con una legge rispettosa delle loro scelte”. Un’attacco a ciò che si nasconde sotto il velo della presunta pacificazone nazionale incarnata dal governo Letta. L’invito a non dismettere l’impegno per restituire sia crediobilità alla politica, sia maggior forza alla partecipazione degli elettori.

La fedeltà degli accoliti. La mobilitazione è accompagnata, e si fonda, sulle parole di Gustavo Zagrebelsky: “Possiamo confidare d’avere una legge elettorale conforme alla democrazia, per quando si sarà chiamati a votare? Un Parlamento di nominati non dispiace affatto a chi li può nominare, distribuendo favori e, al contempo, assicurandosi fedeltà incrollabili. Gli accoliti possono essere più utili di rappresentanti della Nazione. E anch’essi possono riporre nel sistema delle nomine dall’alto la speranza di “rielezione”, in cambio della fedeltà ai capi”.

Qui il sito di Libertà e Giustizia

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