Sentinelle della democrazia

«Pur non guardando al passato, e senza stabilire alcun confronto col tempo di prima, e pur guardando in avanti verso il mattino, la sentinella è ben consapevole che la notte è notte…»: stavo rileggendo un libriccino scritto da Giuseppe Dossetti per commemorare il costituente Giuseppe Lazzati e ho rivisto quel personaggio strano della nostra vita politica, culturale, religiosa. Il monaco era seduto su una seggiolina della canonica di don Giuliano Zattarin a Sariano, anno ’95. Per una sua curiosità aveva chiesto di conoscermi e s’era messo improvvisamente a farmi domande su quello in cui ero più ferrata: le deviazioni della politica, il potere occulto, la strategia della tensione. I suoi occhi erano quelli della sentinella, capivano oltre le parole della giornalista laica, vedevano oltre lo sguardo breve nella piccola stanza di una parrocchia veneta. Erano occhi che non consentivano di svicolare, non ti davano vie di fuga.
Ho ritrovato proprio in quelle pagine su Lazzatti alcune delle ragioni che ci portano ancora oggi, a difendere quelle «soglie che devono essere rispettate in modo assoluto», come diceva Dossetti. A cercare di bloccare certi «oltrepassamenti » che portassero a intaccare «il principio della divisione dei poteri fondamentali, legislativo, esecutivo e giudiziario» con soluzioni che potrebbero essere «irreversibili». «Ancorché – diceva Dossetti – fosse realizzato con forme di referendum che potrebbero trasformarsi in forme di plebiscito». Già, vedeva lontano, eccome, la sentinella Dossetti. Vedeva che persino un referendum può nascondere l’insidia, se la domanda a cui si chiede risposta non è «semplice e comprensibile a tutti. Se sono presentati più quesiti insieme, e di natura tecnico giuridica complessa, le risposte possono diventare non attendibili. Per giunta, quando sono circondate da una forte emotività imperniata su una figura di grande seduttore, possono trasformarsi da legittimo mezzo di democrazia diretta in un consenso artefatto e irrazionale». Serve, ripensare alle cose che sono già state pensate prima di te e in modo assai più profondo.
Serve a farci capire quanto sia difficile la situazione attuale, quella che Gustavo Zagrebelsky descrive nel manifesto Non è cosa vostra, quella a cui fanno riferimento continuo e preoccupato le riflessioni di Stefano Rodotà, di Salvatore Settis e di molti altri studiosi di cose che riguardano la Costituzione del ’47. Ci troviamo a Bologna il 2 giugno proprio per mettere insieme queste preoccupazioni, e farne il motivo di un impegno diffuso, con cittadini e associazioni. Convinti che le manovre attuali attorno alla Carta siano l’ultimo rantolo di una politica decadente, che concentra la sua energia finale nella difesa delle oligarchie. Coloro che si autodefiniscono “innovatori” sono in realtà soltanto i sostenitori di un riformismo gattopardesco, vogliono «cambiare le istituzioni per bloccare la vita politica e salvaguardare un sistema di potere in affanno». Certo è molto difficile chiedere a un tratto alla gente comune, ai politici, agli italiani di cominciare a ragionare con la loro testa. Difficile pretendere che cerchino di capire cosa si nasconde dietro al mosaico di luoghi comuni che una serie di costituzionalisti da strapazzo stanno costruendo, inseguendo la controriforma che salvi il loro potere. Difficile perché le preoccupazioni di Zagrebelsky sono proprio quelle di chi conosce la forza degli slogan che tutto semplificano, delle banalità proclamate in tv, delle “scorciatoie” promesse come salvifiche: non abbiamo potuto governare, in questi anni, per colpa della Costituzione, della “architettura istituzionale”. Lo diceva Berlusconi, una volta,echeggiando le tenebrose grandi riforme di stampo craxiano. Oggi lo dicono Pdl e Pd, i politici delle larghe intese, governo e Parlamento. Un coro pietoso e falso. Non è la Costituzione la grande responsabile del disastro e della disaffezione. È la loro incapacità politica sposata all’arte del compromesso e della corruzione. Dobbiamo riuscire a spiegare agli italiani che sono proprio coloro che inseguono il presidenzialismo a impedire che si possano fare le piccole riforme di buon senso: meno parlamentari e meno sovrapposizione fra le Camere.
Dobbiamo dire che per mettere mano alla Costituzione sarebbe più dignitoso che i parlamentari non fossero stati nominati con una legge incostituzionale; sarebbe più dignitoso che non ci fossero 101 parlamentari “mascherati”, veri e propri traditori della parola data. Insomma, il 2 giugno a Bologna, festa della Repubblica e della Costituzione, nasce e si rafforza qualcosa di importante per il futuro della politica, attorno a Zagrebelsky, Rodotà e Settis e ad altre persone che vogliono dare una mano. Nasce e si rafforza un movimento che, diversamente da altri, può rivendicare la forza delle sue radici, l’onestà degli obiettivi. Come ha detto Zagrebelsky: «Non chiediamo niente per noi e tutto per tutti».

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