Giustizia sotto scacco?

Nelle settimane dopo il varo del governo Letta, sul tema giustizia il PDL si è prodotto nelle seguenti iniziative: il comizio bresciano contro i giudici, con la presenza del capo del PDL e di alcuni suoi ministri; la proposta di indebolire, riducendo le pene, il concorso esterno in associazione mafiosa; da ultimo, il disegno di legge  di Nitto Palma che mira ad introdurre fattispecie vaghe e indeterminate di illeciti disciplinari, ai quali far seguire il trasferimento d’ufficio dei giudici.

Sullo sfondo, l’irruzione di un folto gruppo di parlamentari del PDL nel tribunale di Milano per protestare contro i giudici incaricati dei processi in corso contro Berlusconi, senza dimenticare i  costanti attacchi alla Corte Costituzionale, definita covo di comunisti ogniqualvolta ha rilevato l’incostituzionalità di qualche legge voluta dalla destra.

E’ di ieri, infine,  l’incredibile notizia dell’arruolamento, da parte di uno zelante sostenitore,  di un “esercito” di fedelissimi di Berlusconi, che si propongono di difenderlo nella sua ventennale “guerra” contro la magistratura.

Se questo è il contesto nel quale si muove il governo delle “larghe intese” nel momento in cui si accinge a mettere mano ad una “riforma” della Costituzione, è evidente il rischio che  la giustizia divenga oggetto di ricatto da parte del PDL nei confronti del governo: non stentiamo a immaginare  quel partito che chiede a gran voce l’emanazione di qualche norma “impresentabile”, minacciando in caso contrario di togliere il sostegno al governo. E’ già successo per la legge elettorale: doveva essere la base delle larghe intese, ma è sparita dal tavolo perché il PDL non la vuole, minacciando la fine di questa anomala maggioranza.

Il difetto è all’origine: mettere la stabilità del governo davanti a tutto, in una  coalizione che non ha né cultura né obiettivi comuni, significa esporsi a qualsiasi ricatto, così sulla Costituzione come sulla giustizia.

E c’è di peggio: mentre la destra ha ben chiaro quali sono i suoi obiettivi strategici in tema di giustizia – condizionarne l’operato, indebolirne la capacità di incidere sulle illegalità perpetrate a livello politico ed economico, assoggettare i PM all’esecutivo, ridurre il potere della Corte costituzionale di sindacare le leggi – il PD ha una consapevolezza molto fievole della posta in gioco. Si vedano le ripetute dichiarazioni secondo cui “Berlusconi deve andare in pensione e non in galera”, come se l’accertamento circa l’esistenza di gravi reati in capo ad un esponente politico di primario rilievo fosse un “optional”, un vezzo insulso di qualche magistrato un po’ estremista.

E non invece – come è – la cartina di tornasole di ogni ordinamento democratico: non perché si voglia  condannare o assolvere, ciò che spetta solo ai giudici “precostituiti per legge”, bensì perché il rispetto delle regole che ci siamo democraticamente dati, prima di tutto nella Costituzione,  e il principio per cui tutti sono eguali davanti alla legge sono, per dirla con le parole di Piero Calamandrei, l’unica salvaguardia contro l’arbitrio della tirannia:  perché la giustizia non deve essere  strumento, ma al contrario limite al potere politico.

Oggi vediamo che la giustizia, così come è disegnata nella nostra Costituzione, è per molti versi gravemente inattuata: i cittadini italiani hanno ragione di lamentarne la lentezza, l’inefficienza, la mancanza di uniformità, la scarsità di risorse di fronte ad una diffusione amplissima di fenomeni di corruzione e di criminalità organizzata, che ci vengono addebitati in tutte le sedi internazionali e pregiudicano seriamente l’immagine del nostro paese.

Ma se si negozia sulla giustizia con questa destra, magari sotto il ricatto della stabilità del governo, è facile prevedere che ne deriveranno solo pessime controriforme, e non gli interventi che pure sarebbero indispensabili.

Per impedire l’assalto ai principi costituzionali sulla giustizia – l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, il diritto di tutti ad avere giustizia, l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato – oggi siamo noi cittadini a doverci impegnare per far sentire la nostra voce.  Ancora una volta ci soccorre una bellissima definizione che Calamandrei diede della Resistenza:  dobbiamo essere capaci di un “sussulto morale anzitutto contro la nostra cieca e dissennata assenza”, riscoprire la “sete di verità e di presenza”, e il nostro senso di responsabilità di cittadini.

1 commento

  • “Il difetto è all’origine: mettere la stabilità del governo davanti a tutto, in una coalizione che non ha né cultura né obiettivi comuni, significa esporsi a qualsiasi ricatto.” Verissimo, ma possiamo andare ancora più indietro : il difetto è nell’aver voluto fare un governo di cosiddette “larghe intese”, quando era facilmente prevedibile quello che sarebbe successo. Si ha l’impressione di un accordo sottotraccia tra parte del PD e berlusconi, che ha pronto addirittura anche un esercito personale. Ma il Colle tace e tace la Consulta. gentilissima rubini, cosa succede ?

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