Il gioco del potere e la verità che tutti aspettiamo

LE MACERIE non rimangono soltanto nelle pagine dei giornali e nei libri di storia, a testimoniare per chi verrà i giorni della distruzione e della morte. Le macerie restano nel cuore dei testimoni e dei sopravvissuti come carne ferita, materia dolorosa. Non c’è sollievo definitivo, le mura si ricostruiscono, tutto torna apparentemente al suo posto. Ma le macerie che si depositano nell’anima continuano a sanguinare, e a pretendere verità e giustizia. Chiedono ad ognuno di noi una zolla per il fiore del ricordo.
Prima ancora dell’odore della polvere, degli intonaci e delle pietre divelte e sfarinate fu il silenzio, una sorta di tormento interiore che mi colse nel tragitto fra Santa Maria Novella e piazza Signoria, quella mattina del 27 maggio 1993. Era un sentimento collettivo, il pianto di una intera città. Cercavamo raccoglimento, per dedicarci alla ricerca di una spiegazione; ma eravamo immobili, come le statue della piazza, ad osservare i movimenti delle gru e dei vigili del fuoco che scavano, scavano come se il segreto di quella bomba fosse sepolto là in fondo, sotto terra… il segreto che non si dice nemmeno oggi, vent’anni dopo.
Noi non capivamo. Guardavamo i responsabili delle istituzioni, accorsi a Firenze, Carlo Azeglio Ciampi, da meno di un mese presidente del Consiglio, e Nicola Mancino, ministro dell’Interno dal 28 giugno del ’92 (fra l’uccisione di Falcone e quella di Borsellino) dire cose apparentemente semplici, atti di solidarietà alla Firenze colpita, «per dimostrare all’opinione pubblica internazionale l’impegno del governo». Chissà, non possiamo non chiederci oggi se qualcuno di loro avesse strumenti per sapere di più, fosse in grado di intuire, di collegare il tritolo di via Lambertesca al ricatto di chi intendeva piegare lo Stato all’indicibile interesse del potere occulto. E già allora aveva deciso di tacere e, semmai, di negare.
Vent’anni fa io e gli altri giornalisti impegnati a raccontare la strage dei Georgofili non avevamo le chiavi interpretative che abbiamo oggi, e rammento bene quei “perché” che riempivano i nostri articoli. Che strano, però, mi viene da ricordarli come delle domande a cui non seguivano punti interrogativi, quasi che la storia del nostro Paese fosse da sé stessa in grado di darci sin da allora una chiave, una risposta che non potevamo non intuire: era accaduto troppe volte e per molti di noi si trattava sostanzialmente di ricongiungere volti e frasi ascoltate, confidenze terribili. Rivedo, nella loro inconsolabile disperazione, Vigna e Chelazzi lanciare parole di sfida al mondo mafioso e “non solo mafioso” che aveva deciso di venire a colpire nel cuore della loro città, a casa loro. E si deve a loro se le indagini non si sono mai fermate e a quei colleghi fiorentini che hanno ereditato la ricerca della verità. «Dobbiamo cercare gli eredi di Lima. Chi sono? Io non lo so, ma so per certo che devono esserci », mi spiegò Antonino Caponnetto in quei giorni, lunghe ore che passava seduto a riflettere ai suoi Giovanni e Paolo trucidati l’anno prima. Era una vecchia e sorpassata idea investigativa, quella della ricerca costante degli interlocutori politici e istituzionali di Cosa Nostra, oppure la saggezza di chi conosce bene le cose della Sicilia e di quanto siano inesorabilmente legate a quelle del Paese e che vede oltre la scena del momento? Oltre e al di là, dove convivono trattative indecenti, depistaggi, progetti che non si fermano davanti a nulla, alla morte degli innocenti.
In quei giorni di maggio del 1993 le macerie dei Georgofili erano una sorta di contraltare alle macerie della politica. A febbraio Martelli aveva lasciato il ministero della Giustizia e il Psi, Craxi si era dimesso dopo sedici anni dalla segreteria, a marzo era stato arrestato Primo Greganti, l’uomo dei conti del Pds, e il governo (Amato) aveva cercato di far approvare il decreto Conso per depenalizzare la violazione del finanziamento pubblico: Scalfaro non aveva firmato. Il 27 marzo si era saputo che Andreotti era indagato a Palermo per attività mafiosa. Ad aprile Berlusconi e Craxi avevano cominciato a incontrarsi e a discutere di nuovi nomi e nuovi simboli, il 26 aprile Scalfaro aveva incaricato Ciampi di fare il nuovo governo. A maggio cominciano a esplodere le bombe, prima a via Fauro, contro Maurizio Costanzo e poi a Firenze: i trecento chili di tritolo che si portano via tutti i Nencioni e Dario Capolicchio. Poi, a fine luglio, toccherà a Roma e Milano. Macerie e ancora morti e macerie.
Oggi sappiamo che non tutte le “macerie” sono la stessa “cosa”: alcune, le uccisioni di Falcone e Borsellino del ’92, riguarderebbero una prima trattativa tra Stato e mafia; altre, le macerie del 1993, farebbero parte di una seconda fase che, come hanno spiegato nell’aprile scorso i magistrati fiorentini ricordando Chelazzi, dovevano colpire il 22 gennaio del ‘94 cento carabinieri allo stadio Olimpico a Roma. Quella volta, l’ultima, la mafia non solo mafia si fermò. Tutto stava ormai cambiando in Italia, i vecchi equilibri politici erano saltati e all’orizzonte splendeva ormai la stella nascente di Silvio Berlusconi: non più incontri riservati ad Arcore ma la scesa in campo, il 26 gennaio, con il celebre video. «L’Italia è il Paese che amo». Nasce la seconda Repubblica e Cosa nostra sospende la strategia delle macerie.
Purtroppo gli uomini dello Stato che sanno, oggi tacciono e taceranno al processo di Palermo. Dai mafiosi non c’è molto di più da sapere. Per chiudere veramente l’era delle macerie bisognerebbe che a parlare fossero gli uomini dello Stato: quelli che sanno e che insistono a proteggere il segreto di allora. Alcuni di loro sanno perfettamente cosa sia stato e cosa sia ancora oggi “Il gioco grande del potere” come Giovanni Falcone chiamava il gioco che uccide e che nessuno intende svelare. E’ nel suo ricordo che ho chiamato così un insieme di memorie dal cuore occulto dello Stato: una cronaca per non dimenticare e per chiedere, anzi pretendere la verità che tutti aspettiamo.

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