Bonsanti si è convertita a Renzi

La capa di Libertà & Giustizia, un anno fa, lo sbranava.

L’attendismo di Matteo Renzi, le tergiversazioni del Rottamatore, i tatticismi del sindaco di Firenze. Tutti ne hanno una per il giovane leader piddino: quelli che lo vorrebbero pronto a pugnare, quelli che hanno ricette, road map, percorsi virtuosi e marce trionfali per lui. Ma Renzi, in realtà, si muove.

E, finora, non ne ha sbagliata una. La mossa più azzeccata, quella d’aver incontrato, dieci giorni fa, l’ingegner Carlo De Benedetti, editore e finanziere, sta cominciando a portare i suoi frutti: Sandra Bonsanti, la presidente di Libertà e Giustizia, il rassemblement antiberlusconiano fondato proprio dal patron de L’Espresso e Repubblica, ha speso ieri parole positive sul sindaco fiorentino che, solo un anno fa, attaccava frontalmente. In un’intervista ieri al Corriere Fiorentino, l’ex direttrice del Tirreno ha superato d’un colpo le asprezze del luglio 2012, quando dalle colonne delle colonne dell’edizione fiorentina di Rep. tirò al sindaco alcune belle bordate. Erano i giorni in cui, riuniti al Palazzo dei Congressi di Firenze alcune centinaia amministratori locali, il Rottamatore minacciava di strutturare la sua discesa in campo intorno a una sorta di partito dei sindaci.

Un tentativo su cui, il giornale fondato da Eugenio Scalfari rispose con uno degli editoriali più cattivi dello storico bersaniano Miguel Gotor, poi senatore Pd che, l’indomani definì il sindaco il «nuovista arcaico» e, molto più concretamente, gli dette dell’epigono fanfaniano, craxiano e quindi berlusconiano. E poche settimane, appunto, la Bonsanti fece il bis: «Non capisco il tuo atteggiamento nei confronti di Berlusconi», aveva scritto rivolta al sindaco, «lo attaccheresti o ti limiteresti a polemiche soft e il giorno dopo andresti a pranzo con lui?».

La presidente di Libertà & Giustizia, quasi un anno dopo, è meno veemente di allora: «In quella lettera chiedevo a Renzi di spiegare che cos’era questo suo ‘non detto su Berlusconi», ha detto, «era andato ad Arcore, nessuno aveva ben capito il motivo di tanta segretezza nell’incontro. Oggi, la situazione, è molto più chiara: è vero che c’è un governo in cui si fanno le cose insieme, ma non mi pare che adesso Renzi abbia predicato un avvicinamento a Berlusconi». E, incalzata dal cronista, David Allegranti, ha negato anche d’aver dato al sindaco del «berluschino»: «Ho sempre cercato di chiedergli chiarezza. Continueremo a chiederla se dovessero esserci motivi di ambiguità».Che evidentemente sono, nel frattempo, venuti meno. Insomma, la potabilizzazione di Renzi è ampiamente in atto e certo la parole di De Bendetti, proprio al festival della tv che aveva dato l’opportunità del vis-à-vis hanno lasciato il segno. L’ingegnere che è un opinion maker di una esclusiva fetta della borghesia apicale italiana, disse infatti: «L’unico leader spendibile del momento è Renzi. È un fatto, è una persona nuova, pratica, che ha fatto il sindaco ed è giovane. D’altra parte io mi sono auto pensionato e devo dire sto molto bene».

Un incontro, quello con De Benedetti, poco più importante di quello con Massimo D’Alema, avvenuto a Firenze, nei giorni precedenti all’elezione del presidente della Repubblica e che contribuì a sancire fra il giovane e il vecchio leader una pace duratura, che è importante nel progetto renziano di succedere a Enrico Letta, fra diciotto mesi o giù di lì. E un’altra abile mossa, nella lunga marcia renziana verso Palazzo Chigi, è la discesa in campo, ormai sicura, di Sergio Chiamparino nella corsa alla segreteria del Pd. Mossa che conferma come Renzi non ne voglia davvero sapere di occuparsi del Pd, anzi «di questo Pd» come ebbe a dire, ma che non sottovaluti affatto la necessità d’essere in asse con con chi lo guida. Di qui la candidatura dell’ex sindaco torinese, suo storico amico, leopoldino del 2011, quando tutti nel partito avevano disposto intorno al Rottamatore un cordone sanitario.

La discesa in campo del presidente della Compagnia di San Paolo, che Renzi aveva fatto votare alle elezioni per il Colle dalla pattuglia dei suoi in opposizione a Franco Marini, significa, come era stato scritto, che il sindaco appoggerà la modifica statutaria per sganciare la figura del segretario dalla candidatura per la premiership, norma che era già stata derogata, in luglio, per consentire, proprio a lui, di gareggiare alle primarie. Un passo che il Rottamatore dovrà spiegare bene proprio ai suoi, teorici e pratici di quell’OpenPd che lo stesso Renzi aveva richiamato sabato scorso, all’assemblea nazionale di Roma. Proprio ieri, un renziano doc come il deputato palermitano Davide Faraone, in una nota, paventava il rischio per i democrat di ritornare a essere «il partito delle tessere ed eleggere un segretario di serie B», aggiungendo che, naturalmente, la posizione sullo statuto «sarà decisa insieme a Matteo: mi fido del suo intuito».

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