Non è un governo di grande coalizione

Perché il governo di Enrico Letta non può essere definito di “grande coalizione”? Perché gli mancano tutte le caratteristiche che contraddistinguono questo tipo di governi. Innanzitutto, le grandi coalizioni prevedono la partecipazione solo e soltanto dei due partiti maggiori e l’esclusione di tutti gli altri. Se invece entrano anche altri partiti oppure vi è l’esclusione di uno dei due maggiori allora siamo fuori dalla configurazione della Grosse Koaltion.
Poi, laddove facciano parte del governo più partiti oltre al minimo necessario per avere la maggioranza abbiamo governi “ oversize” o sovrabbondanti: casi di questo genere sono abbastanza numerosi nelle democrazie consolidate, soprattutto a livello sub-nazionale. Il governo Letta esclude il secondo partito in termini di seggi alla Camera – il Movimento 5 Stelle – e include un terzo partito non necessario per raggiungere la maggioranza nelle due camere: quindi, in base alla teoria delle coalizioni, si tratta di un classico caso di oversize government,
non di grande coalizione.
In secondo luogo, l’incontro tra i due grandi partiti è stato giustificato dall’assenza di alternative, dalla maggiore vicinanza delle posizioni tra i due maggiori rispetto ad altri potenziali partner, dalla necessità di formare una
union sacré contro un potenziale nemico interno o esterno. Queste condizioni si sono verificate in soli due paesi, Germania e Austria. In Germania dal 1966 al 1969 e poi dal 2005 al 2009, in Austria dal 1949 al 1967, dal 1987 al 2000 e dal 2007 ad oggi. Non a caso due paesi sconfitti della II guerra mondiale, con profonde divisioni che dovevano essere ricucite e soprattutto con élite consapevoli dei disastri provocati dalle contrapposizioni ideologiche dell’anteguerra che avevano spianato la strada al nazismo in Germania e portato ad una guerra civile prima e ad un regime autoritario poi, culminato con l’Anschluss con la Germania hitleriana, in Austria. Infatti, nell’immediato dopoguerra per quasi vent’anni l’Austria è stata cogestita dai socialisti e dai popolari anche perché il terzo partito aveva connotati pericolosamente nostalgici e quindi non era coalizionabile. Poi, dopo una fase di governi monocolori, di fronte al risorgere in forze del terzo partito – il “cosiddetto” partito liberale(Fpo) ravvivato e radicalizzato dalla guida flamboyant di Jorg Haider – i due grandi partiti hanno di nuovo fatto fronte comune per contrastare il pericolo nostalgico. E dopo aver tentato di addomesticarlo portandolo al governo con il partito popolare (Ovp) , constatato il fallimento , socialisti e popolari sono tornati a governare assieme. Lo stesso accadde in Germania nel 1966 quando la prima crisi economica del dopoguerra aveva fatto risorgere un partito neonazista. Spd e Cdu si unirono per superare le difficoltà economiche, e grazie alla ripresa, risospingere sotto la barra del 5% (la soglia minima per accedere al Parlamento) i neonazisti. In seguito, nel 2005, nel pieno della delicata fase di ristrutturazione e rilancio dell’economia, avviata dal precedente governo rossoverde guidato da Gerard Schroeder, il pareggio tra i due maggiori partiti ha indotto ad una nuova grande coalizione (anche se altre opzioni erano possibili al Bundestag) I governi di grande coalizione sorgono in situazioni eccezionali di fronte ad grandi tensioni e difficoltà sistemiche. Su questa base si potrebbe dire che anche il governo Letta nasce con presupposti analoghi alle vicende tedesche ed austriache – anche se manca del tutto il pericolo anti- sistemico, in quanto sarebbe aberrante equiparare il M5S agli estremisti di destra. Ma se il contesto appare in qualche misura simile a quelle esperienze, del tutto diversi sono i presupposti culturali e istituzionali.
La Germania è stata definita “il paese della grande coalizione” dal politologo Manfred Schmidt perché i suoi meccanismi istituzionali – dal federalismo al bicameralismo asimmetrico – necessitano, quasi per definizione, di accordi-compromessi per superare gli impasse che maggioranze diversificate e una separazione- dispersione di poteri possono produrre. Proprio la modalità con cui viene sciolto un eventuale blocco della legislazione tra le due camere è significativo di questo atteggiamento di fondo: quando le diverse maggioranze impediscono di procedere viene messo in campo un comitato di conciliazione paritario che, nella grande maggioranza dei casi, supera lo scoglio. Ma, ancora di più, è la cultura politica prevalente che consente la messa in opera di questa (e altre) strutture consensuali. Questa cultura si nutre di una identificazione collettiva nei fondamenti del sistema politico – il patriottismo costituzionale – ed è alimentata da una serie di istituzioni e prassi nel rapporto tra capitale e lavoro, nel rapporto tra le confessioni religiose, nel rapporto tra i Land, improntate alla ricerca dell’accordo. Sarebbe inconcepibile, date queste premesse culturali e istituzionali, che un partito – ora al governo! – promuovesse una manifestazione contro un potere dello Stato come intende fare il Pdl. Probabilmente sarebbe immediatamente sottoposto alla vigilanza dell’Ufficio per la Protezione della Costituzione del ministero dell’Interno per attività anti-costituzionali. Basta quindi pensare a questo per vedere la distanza abissale tra i paesi della grande coalizione e l’Italia. Ragion per cui il governo Letta è un governo “eccezionale”, nato per una serie fortuita di circostanze, che non riflette nessuna cultura dell’accordo-compromesso palese e istituzionalizzato propria della Germania o, in misura diversa, dell’Austria. È un governo
oversize destinato a superare una fase di stallo, esasperata dall’ingorgo istituzionale e dalla inettitudine del partito maggiore. E come tutti i governi imposti dalla necessità, non può che essere a termine.

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