“Europa, odi et amo”

Europa sì. Europa no. Europa forse. Tra i litiganti, c’è chi prova a cercare le soluzioni, perché – ebbene sì – questa casa comune s’ha da completare. Quindi, piuttosto, c’è da chiedersi “Europa come”? Proprio a questo interrogativo provano a rispondere Pier Virgilio Dastoli e Roberto Santaniello in “C’eravamo tanto amati. Italia, Europa e poi?” (Egea, 2013) il volume presentato, su iniziativa di Libertà e Giustizia Perugia, lo scorso 2 maggio nel capoluogo umbro. Presenti, insieme a Diletta Paoletti, coordinatrice di circolo, Fabio Raspadori, docente di Diritto dell’Unione europea presso l’Università degli studi di Perugia e Pier Virgilio Dastoli. Nome dell’europeismo federalista made in Italy, Dastoli è un protagonista del processo di integrazione europea: ha lavorato a lungo a fianco di Altiero Spinelli ed è attualmente Presidente del Consiglio Italiano del Movimento europeo e consigliere della Commissione europea. «Io l’Europa l’ho amata», dichiara con slancio. E, proprio per questo, teme per il suo futuro: «il cammino europeo -spiega – si è costruito attorno a parole a forte valenza positiva: prima la pace, poi è stata la volta della libertà di circolazione e quindi della solidarietà. Oggi comincia, invece, a prevalere la paura». Ma, avverte, sono maggiori i costi della “non Europa” che quelli dell’Europa, soprattutto sul fronte dei diritti. Ci sono aspetti, poi, rispetto ai quali una gestione solo nazionale non è più sufficiente, si pensi – solo per fare un esempio – alla politica industriale o a quella energetica. Insomma, l’antieuropeismo c’è, ma è (forse) più una moda del momento, per un paese, l’Italia, che la scelta europea (insieme a quella atlantica) l’ha fatta da tempo. «Anche il voto per il Movimento 5 stelle, secondo il parere di molti connotato da un forte antieuropeismo, sembra giustificato piuttosto da un’antipolitica tutta nostrana», spiega Dastoli.

«Forse, più che di amore, si dovrebbe parlare di infatuazione», afferma Fabio Raspadori, chiosando sul titolo del volume. «Purtroppo – prosegue –l’opinione pubblica italiana non si è mai troppo accesa di entusiasmi nei confronti dell’Europa». Colpa anche di tutti gli aspetti irrisolti del processo di integrazione (i cosiddetti left-over), ben documentati nel libro. «Quello che serve, è avvicinare i cittadini al progetto europeo, colmare quella distanza che impedisce la costruzione di una vera opinione pubblica europea». Un bilancio dolceamaro, dunque. «Coesistono rammarico e speranza», spiega Diletta Paoletti. «Il rammarico sta nel constatare quanta poca Europa ci sia in Italia e, conseguentemente, quanta poca Italia ci sia in Europa; la speranza è che quello europeo diventi uno “spazio mentale”, sede di un dibattito pubblico più maturo, che non sia solo perennemente avvitato sulle anomalie italiane». E per la costruzione di questo spazio, Libertà e Giustizia può svolgere un ruolo centrale, cogliendo quel bisogno di dibattito e confronto, testimoniato dai numerosissimi interventi dal pubblico perugino, che hanno toccato i temi più diversi, dal ruolo della scuola e dei media nell’avvicinare i cittadini all’Unione, al Fiscal compact, passando per l’architettura istituzionale europea.

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