La felicità del pensiero

GLI antichi, con perfetta ragione, affermavano che la felicità è il compimento di ciò che è “per sua natura”, cioè è la realizzazione di ciò cui la natura aspira. Possiamo, allora, dire che nelle idee noi troviamo la felicità, per la parte di noi che riguarda la mente. n uno dei primi trattati sulla felicità – il dialogo di Senofonte “Gerone, o della tirannide” – il poeta lirico Simonide (VI-V secolo a. C.) tratta dei beni che danno felicità, quando li si possiede, e infelicità, quando mancano. Non esistono beni di questo genere in assoluto: dipende dalla natura degli esseri umani. Le persone sensuali trovano i loro beni con gli occhi per ciò che vedono (gli spettacoli), con gli orecchi per ciò che sentono (la musica), col naso per gli odori (i profumi), con la bocca per ciò che ingurgitano (il cibo e il vino) e con ciò che conosciamo in ragione del sesso (i corpi degli amati). C’è poi il sonno, che genera felicità per il corpo e per l’anima, forse perché attutisce le sensazioni. Conosciamo persone per natura superbe e arroganti. Costoro trovano la felicità nei grandi progetti, nel superfluo in abbondanza, in cavalli d’ineguagliabile velocità, in armi belle e potenti, in gioielli per le proprie amanti, in dimore magnifiche e molta servitù, nella sopraffazione dei nemici, nell’ammirazione della gente. Ancora: ci sono persone spirituali, per le quali i veri beni sono quelli dell’anima, l’amicizia, l’amore, la saggezza, la contemplazione, la filosofia, l’armonia con i propri simili e con la natura.
Negli elenchi di quelli che consideriamo i beni della vita, non troviamo le idee. Eppure, la grande maestra che è la lingua non ci dice qualcosa di diverso, quando parla di “poveri o ricchi d’idee”? Poveri e ricchi non solo nel senso della quantità, ma anche dell’accrescimento esistenziale: noi non diremmo poveri o ricchi di ferite, di malanni, di mali, ecc.; ma lo diciamo quando la cosa di cui ci diciamo ricchi o poveri è un bene per noi, qualcosa che ci può, per l’appunto, “arricchire”. Le idee possono dare anch’esse felicità (in qualche momento, anche più di altri beni) alle persone di pensiero, e ciò vale in quanto tali, indipendentemente dal fatto che siano vere o false, giuste o ingiuste, buone o cattive. Non si tratta di giudizi sul contenuto, ma d’idee in quanto idee. I giudizi vengono dopo.
Permettete un riferimento in prima persona. Poiché il tempo passa, la memoria diminuisce e l’improvvisazione è sempre più pericolosa, ho preso l’abitudine di preparare le lezioni scrivendone la traccia, per poterla usare quasi come una rete di sicurezza. Ebbene, una mattina, mi sono trovato senza. Non sapevo dove fosse sparita. Ho proposto allora agli studenti di fare così: prendere l’ultimo argomento trattato (era la pena di morte, un tema davvero inesauribile: lo Stato dispensatore di vita e di morte: summum ius o summa iniuria?) e di ragionare insieme, lasciando per così dire libero il pensiero di svilupparsi da sé, da un’idea all’altra. Abbiamo, per due ore, “prodotto idee” con molta nostra soddisfazione d’esseri pensanti, riconosciuta da tutti.
Chi abbia fatto una qualche simile esperienza di scoperta d’idee, che può giungere all’entusiasmo, non avrà dunque difficoltà nel considerare le idee “beni della vita”, e l’elaborazione d’idee qualcosa cui può essere dedicata, in tutta o in parte, la propria esistenza, non meno degnamente di altri, che la spendono nell’autorealizzazione in differenti aspetti dell’umana natura. Invece, nella comune percezione, le idee non entrano affatto a far parte dei beni della vita. Anzi, sembrano stancare, essere perdita di tempo, divagazioni senza costrutto; nella migliore delle ipotesi, qualcosa da cui le “persone del fare” possono facilmente prescindere. Le idee sono per “gli intellettuali”, parola che si pronuncia sempre con una certa dose di disprezzo. Pensare: che cosa noiosa, pesante, pedante, superflua!
Un’idea che, dall’antichità, giunge fino a noi come stella polare dell’esistenza, cui si dedicano libri, riviste, convegni, “terze pagine”, è la felicità. Chi non pensa, tanto più oggi, quando le cose sembrano andare al contrario, che il fine della vita è la felicità e che, quindi, il primo diritto che gli spetta è il “diritto alla felicità” o almeno alla libera “ricerca della felicità” (come recita la Dichiarazione d’indipendenza americana)? Poiché, poi, siamo figli di un’epoca in cui tutto, per esistere, sembra dover essere misurabile e quantificato, non solo si parla di felicità, ma ci si dedica anche a calcolarla. Sembra, così, che si possa avere un’idea oggettiva, scientifica, di che cosa sia la felicità. Non si tratta di essere felici come a ciascun piace, ma di vivere in società felici, come piace a chi può dispensare a tutti una buona e bella vita, secondo intenti analoghi a quelli dei “principi illuminati” del Settecento.
Che tutto ciò sia sensato, è lecito dubitare. Le intenzioni sono evidentemente buone: si tratta di contestare il Pil come unico misuratore del benessere d’una nazione e di affermare che ci sono ricchezze che sfuggono agli orizzonti dell’econometria. È merito di Robert Kennedy il discorso pronunciato all’Università del Kansas, il 18 marzo 1968, in cui si denunciava la riduzione economicista e materialista della felicità e dell’infelicità all’indice Dow-Jones e al prodotto nazionale lordo «che non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza». Nell’elenco dei beni che fanno felici e che rendono umana la vita sono inclusi le competenze, la cultura e altri beni dello spirito, ma invano cercheremo le idee.
Lo stesso, quando i governi s’indirizzano a impiantare su basi scientifiche le loro politiche per la felicità e, a questo scopo, s’impiegano mezzi demoscopici e i sondaggisti si mettono all’opera. Il 26-27 marzo 2010 una sessantina di psicologi, politici, filosofi, economisti si sono riuniti a Rennes, in Bretagna, per discutere del tema
Le bonheur: une idée neuve.
Per la verità, già Saint-Just, sulla fine del Settecento, aveva esclamato: «La felicità è un’idea nuova in Europa». “Felicità” è infatti una delle parole più ricorrenti in tutta la pubblicistica di quel secolo. Ora ritorna d’attualità, sotto specie di “benessere”. Il governo Sarkozy ha commissionato a tre dei maggiori intellettuali del nostro tempo: Stiglitz, Sen e Fitoussi un rapporto, reso pubblico nel settembre 2009, destinato a suggerire criteri per il ricalcolo del benessere collettivo, sottraendolo alle regole puramente produttivistiche del Pil. Si è andati in là, suggerendo di prendere in considerazione non solo la misura del prodotto e del consumo di beni materiali, ma anche i cosiddetti “beni relazionali” come i rapporti sociali e il tempo libero, la pubblica sicurezza, ecc. Altri, hanno aggiunto la salute, l’istruzione, la certezza del lavoro, la casa, la vivibilità delle città, il verde pubblico, gli affetti familiari e la loro stabilità, ecc.
Altri indicatori dello sviluppo, che distinguono gli aspetti quantitativi da quelli qualitativi, sono utilizzati, per esempio, nel Genuine Progress Indicator. Di recente, anche il nostro Paese ha iniziato a fare la sua parte in questo genere di calcoli. L’Istat e il Cnel hanno messo a punto il Bes (Benessere equo e sostenibile), un misuratore che il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, ha definito «una specie di costituzione statistica fondata su dodici indicatori. Non tutto ha un prezzo: il sorriso di chi ci circonda, la solitudine, l’ansia di non avere un lavoro, l’aria che respiriamo, la biodiversità. A livello globale gli economisti e gli statistici l’hanno capito da tempo ». Si tratta di «veicolare il messaggio che avere carceri umane, sconfiggere il femminicidio, valorizzare il patrimonio culturale, preservare l’ambiente, leggere libri, sostenere la ricerca, restituire credibilità alla politica […]migliora la vita di tutti ». (La Repubblica, 10 marzo 2013).
Questi parametri e le politiche che ad essi s’ispirano sono cose buone, anche se non si deve trascurare il rischio che diventino armi ideologiche per interessi politici. Ciò che più interessa qui è, però, il fatto che le idee non entrano nel computo dei fattori di vita buona. Entrano di solito le scuole, i musei, i libri, la lettura, i concerti e altre cose di questo genere, che hanno a che vedere con la cultura, ma non necessariamente con le idee. Possono esistere, infatti, anche senza idee, senza “nuove idee”, con idee morte.
Non si dica che le idee sono difficilmente censibili. Forse che lo sono più facilmente “la certezza del lavoro”, “la vivibilità delle città”, “il verde pubblico”, “gli affetti familiari”? Le idee sembra che siano irrilevanti per la nostra soddisfazione, se non addirittura per la nostra felicità. Si capisce la difficoltà di contarle e la loro estraneità
alle politiche pubbliche. Eppure, comprendiamo facilmente che una vita senza idee e una società che non sprigiona idee, sono letteralmente “infelici”, cioè infeconde, non creative, destinate non a vivere ma, nelle migliori delle ipotesi, a sopravvivere come colonie. Se confrontassimo le diverse società e le loro diverse epoche dal punto di vista del loro fervore ideale, potremmo, per quanto approssimativamente, stabilire un più e un meno; cioè, in fondo, potremmo stilare classifiche e, per esempio, interrogarci sullo stato della nostra società, nel nostro tempo. Forse, la risposta sarebbe rattristante.
Ma, in generale, che cosa dice questo silenzio sul valore delle idee, quanto ai caratteri dello spirito del nostro tempo? Forse, che è un tempo edonista, materialista, che ha bisogno di esseri mentalmente programmati per un tipo di società che, a parole, esalta il pluralismo delle idee e, quindi, la libertà della cultura ma, nella realtà, ha bisogno che di idee ce ne sia una sola, grande, omogenea, e che di quella libertà non sa che farsi. Tante idee liberano; una sola opprime.

15 commenti

  • Nelle questioni del potere, non si parli più di fiducia nell’uomo, ma si vincoli quest’ultimo, contro il mal fare, con le catene della costituzione.

    Thomas Jefferson, Draft of Kentucky Resolution of 1789

  • I vincoli accennati da Thomas Jefferson, mancano totalmente nella Costituzione italiana. I politici non sono minimamente vincolati a REGOLE precise, ma viene rimesso tutto alla loro buona volontà e al loro senso dell’onore. In questi ultimi 30 anni abbiamo visto di tutto: politici in odore di mafia o che hanno preso i voti dai mafiosi, politici entrati in Parlamento con una flotta di reti TV e giornali al loro servizio, politici che non hanno rispettato minimamente i risultati dei referendum, politici che non danno garanzia di onestà in quanto soggetti a processi per gravi reati, ma che continuano a votare leggi a loro favore per sfuggire alla Giustizia. Con questa Costituzione, SENZA REGOLE PER I POLITICI, TUTTO E’ POSSIBILE, anche che gli evasori fiscali e i corrotti si facciano condoni e riduzione dei tempi di prescrizione a proprio favore e a danno della Giustizia.

  • Grazie, Presidente Zagrebelsky, per aver ricordato che il PIL più importante è quello che misura le idee!

  • La mia felicità di cittadino sarebbe possibile solo se in Costituzione ci fossero REGOLE precise per impedire ai politici di fare e disfare a loro piacere, senza tener conto di criteri precisi di onestà, per impedire i loro interessi personali a danno della uguaglianza, della giustizia e della vera democrazia, REGOLE che impedissero privilegi e sperchi di denaro pubblico, REGOLE che imponessero di non essere eletti se non sicuramente onesti, REGOLE che li obbligassero a non essere eleggibli più di tre volte, che togliessero a loro il privilegio di assegnarsi del denaro, ma che fosse un organo terzo a decidere stipendi e pensioni, fino a non superare le 7 volte lo stipendio di un cittadino staatale al livello minimo, regole precise per il rimborso delle spese effettive, che impedisse loro di offrire cene o regali, a spese dei cittadini, per comprare i voti per essere eletti.

  • Se anche scrivessimo in Costituzione un articolo aggiuntivo di auspicio per la felicità non per questo saremo più felici. Per il fatto che ci sia un articolo che dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, non per questo tutti hanno un lavoro. La nostra Costituzione rimette la realizzazione dei principi in essa elencati, alla buona volontà dei politici e non sui vincoli ai cui i politici dovrebbero sottostare. Scrivere che lo scopo è di rendere felici i cittadini può essere una bella idea, ma se basata solo sulla buon volontà dei politici che vengono eletti e sugli obblighi che hanno ora, resta solo un libro dei sogni. Mancano gli obblighi, i vincoli per impedire che venga disattesa impunemente. MANCA IL CAPITOLO DELLE REGOLE A CUI I POLITICI DEVONO SOTTOSTARE, SIA PER CANDIDARSI, SIA PER RAPPRESENTARCI, SIA PER GOVERNARE. Oggi tutto è rimesso al giorno delle votazioni della scelta di un partito, di un programma, che difficilmente sarà rispettato, della tendenza del politico a rispettare o meno gli impegni presi. Se non ci sono precise e chiare sanzioni tutto resta evanescente.

  • LA PERSONA PIU’ IDELALE CHE CI SIA PER RAPPRESENTARE L’ITALIA !

    UN UOMO PULITO, DI CULTURA ELEVATA, FUORI DALLA CASTA E DAI PARTITI, DI GRANDE SENSIBILITA’ E SANI PRINCIPI MORALI, CIVILI, POLITICI, SOCIOLOGICI, FILOSOFICI!

    ZAGREBELSKY FOR PRESIDENT !

    FRANCO MANETTI – LIVORNO

  • Come sarei felice se se i referendum si potessero fare senza tanti quorum e se poi fossero rispettati, ma questa bellissima Costituzione, come dice qualcuno, è bellissima solo per i politici, che possono tranquillamente disattenderli senza subire VERE SANZIONI! In Svizzera, dove nessuno dice che ha una Costituzione è bellissima; fanno molti referendum, realizzando la vera democrazia. Inoltre non hanno nemmeno il presidente del Consiglio che ritengono alquanto superfluo o addirittura dannoso per la democrazia. I ministri li eleggono i parlamentari e non un Presidente del Consiglilo scelto da un presidente della Repubblica!!!! Quì Berlusconi vorrebbe potenziare i poteri del Presidente del Consiglio, renderlo un piccolo faraone che decide tutto. L’effetto dell’Egitto è più potente della influenza della Svizzera, specie se non trova nessuno a contrastarlo per impedire che diminuisca il grado, seppur scadente, della attuale democrazia.

  • Pingback: MA, CHE COSA DICE QUESTO SILENZIO SUL VALORE DELLE IDEE, QUANTO AI CARATTERI DELLO SPIRITO DEL NOSTRO TEMPO? – Gustavo Zagrebelsky – 10 aprile 2013 » Circolo di Roma

  • Il PIL: Pensiero Ideale e Libero. Uno sconosciuto ai più. Me compreso. Ciò che sta alla base della capacità di scegliere. Ma scegliere cosa? Il bene od il male. Il giusto o l’errore. Il Libero Arbitrio o il Diritto all’Autodeterminazione. Il pensiero, l’idea, la loro natura, genesi, maturazione. Ma i tempi sono quel che sono. Giusto l’edonismo, figlio del già noto edonismo reganiano; o dell’attitudine italica di scimmiottare l’America con venti anni di ritardo… Ma ci sono elementi perduti, la cui perdita è stata ed è tutt’ora causa principale della ridotta capacità di pensare, riflettere, ideare: il silenzio ed il tempo…per ascoltarsi e ‘sentire’ la scintilla o l’àlito della Musa dentro di noi. Rumore e immagini sono il sottofondo della vita quotidiana di ciascuno. La frenesìa ed un diabolico senso di ‘riempimento’ della giornata, sono l’altro fattore. Ha vissuto assai colui che tanto ha fatto… poco conta se era fatto anche bene. Egregio Professor Zagrebelsky, questi due ingredienti base sono ciò di cui si ha bisogno in prima battuta. Riappropriarci del nostro tempo e fare in modo che parte di esso sia fatto di silenzio, riflessione; ciascuno vi troverà la propria profondità di idea e pensiero. Ciascuno vi troverà la propria idea di felicità, se vuole.

  • Meritevole di una seria riflessione sul valore delle idee, in questo momento storico insidiate da un prevalere del nulla espresso dalle urla, dalla volgarità e dalla rissa. Speriamo che prevalgano le idee risultato di una silenziosa e seria riflessione. Grazie Presidente Zagrebelsky.

  • Relativamente all’ultimo paragrafo del suo intervento, osservo la consonanza di valutazione con le considerazioni di H. Arendt nel suo libro “On Revolution” sulla “decisiva incompatibilità” fra il concetto di opinione pubblica intesa come unanimistico consenso intorno ad una idea o, più verosimilmente, ad uno slogan e la libertà di opinione: “perché la realtà delle cose è che non potrà formarsi nessuna opinione là dove tutte le opinioni siano divenute identiche. Dal momento che nessuno è in grado di formarsi un’opinione propria senza la presenza di una molteplicità di opinioni sostenute da altri…”. A questo riguardo sono convinto che oggi, nell’epoca di Internet, tale affermazione andrebbe integrata. Ho infatti l’impressione che la tendenza generale di coloro che usano questo strumento sia, prevalentemente o esclusivamente, quello di vedere riprodotta, in questa agorà telematica, la propria opinione. In una sorta di edonistico autocompiacimento. Prescindendo dal confronto con le idee degli altri. Se questo è vero, possiamo concludere che tale atteggiamento è molto lontano dall’idea platonica di dialogo. Essa partiva dal presupposto che la verità non è né mia né tua ma ad essa ci si avvicina, in una sorta di progressione asintotica, solo attraverso il dono, lo scambio e il contributo delle idee di coloro che sono disposti a partecipare al dialogo.

  • Grazie, Zagrebelsky per le idee offerte. Io penso che esse hanno bisogno di una cultura osservatrice e critica come sottofondo individuale per pensarle e di un gruppo accogliente in cui aver voglia di esporle e di confrontarsi per farle sviluppare in diversità.

  • Zagrebelsky solo tu potresti essere in questa realtà confusa, confusionaria, traballante e con rischio di stravolgimenti gravi della carta, il traghettatore e garante della costituzione del 48. La nostra carta deve essere rinnovata il referendum propositivo senza quorum e rinfrescata come il taglio delle provincie, la diminuzione dei deputati, revisionare tutta la carta in particolare
    il titolo V. C’è tanta “carne al fuoco” che si necessita la creazione di una sorta di commissione dei 70 guidata dal presidente della repubblica, la commissione lavorerà sempre in streaming, in modo trasparente e partecipativo. La “commissione dei 70″ deve essere formata proporzionalmente al risultato delle elezioni, nel mandare in parlamento per l’approvazione, le varie modifiche o integrazioni delle norme saranno oggetto soprattutto per la comprensione di un dibattito pubblico innovato anche nelle metodiche giornalistiche.

  • Salve, ho da fare una domanda, che non c’entra nulla con l’articolo, però non saprei come contattarLa in altro modo se non scrivere nei commenti. Da quando è stato rieletto Presidente Giorgio Napolitano, su FB girano status e commenti sul fatto che secondo la Costituzione non sarebbe possibile rieleggerlo. Ora, mi sono sfogliato il libro dal quale ho studiato in quinta: “Diritto Pubblico (G. Zagrebelsky, G. Olberto, G. Stalla, C. Trucco)”, dove sostenete che il Presidente possa essere rieletto (p. 226, par. 3.3), mentre nel “RESOCONTO SOMMARIO DELLA SEDUTA DI GIOVEDÌ 19 DICEMBRE 1946″ si parla di non rieleggibilità (a pag. 6, terzultima e penultima riga) – http://wiki-cost.criad.unibo.it/Lista-dei-resoconti/Seconda-sottocommissione-prima-sezione/RESOCONTO-SOMMARIO-DELLA-SEDUTA-DI-GIOVED%C3%8C-19-DICEMBRE-1946 -. Quindi la mia domanda è: è conforme alla Costituzione la rielezione di Napolitano?

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