Il lavoro: anello debole della società

La crisi ha riportato al centro dell’attenzione politica il tema del lavoro. Era stato un po’ sottovalutato, negli ultimi tempi, almeno da quando la piena occupazione è stata esclusa dagli obiettivi possibili della politica economica. Alcune correnti culturali sono poi andate oltre, nella sua svalutazione: si è tornati a considerare il lavoro come una merce come le altre, e non l’attività di un soggetto di diritti, trattata su un mercato mitizzato – e non visto nella sua realtà – come gli altri. Oppure, sul fronte opposto, si è tornati a sognare una società senza lavoro.
Più semplicemente ha dominato l’idea che il lavoro fosse un argomento circoscritto, come tanti altri. Il merito principale della Scuola di Pavia 2013 mi sembra essere proprio il tentativo di rompere questa gabbia in cui il tema è stato rinchiuso. “I problemi del lavoro non si risolvono sul mercato del lavoro” hanno così spiegato Giorgio Lunghini e Marco Leonardi, due economisti di impostazione teorica molto diversa, ma d’accordo sull’aprire, per il lavoro, una prospettiva politica finalmente, e di nuovo, molto ampia.
Non è stato quindi eluso il nodo principale del problema. La sinistra contemporanea, che è nata attorno al tema del lavoro, è inciampata sui limiti dell’intervento pubblico – oggi solo aggravati dalla crisi del debito – sull’incapacità di aggiornarne la cultura, di diventare e generare innovazione. Le soluzioni sono oggi diventate difficili o, meglio, complesse. Il dibattito tra Chiara Saraceno e Enrica Chiappero sulle politiche sociali ha per esempio messo in evidenza come sia arduo il tema della sostenibilità del welfare, e della sua trasformazione in un epoca di risorse (relativamente) scarse e limiti stringenti.
Il passato va dunque ripensato e criticato, a volte radicalmente. La lezione di Saraceno e Chiappero, e quella di Gian Primo Cella e Tiziano Treu, hanno inevitabilmente sottolineato la mancanza di progettualità e di coerenza negli interventi italiani su welfare da una parte e in quelli sul diritto del lavoro dall’altra. Soprattutto hanno rafforzato la mia convinzione che il lavoro è, nell’economia e nella società moderna, l’anello debole su cui si scaricano – fino al collasso – tutte le tensioni generate dai fallimenti dello stato e dai fallimenti del mercato.
Dietro questi fallimenti si nascondono quasi sempre rendite di posizione: politiche, economiche, sociali, sindacali e persino dei lavoratori stessi. È per esempio innegabile che i diritti dei lavoratori più anziani siano stati messi in conflitto – dalle recenti riforme – con quelli dei lavoratori più giovani, sui quali si è scaricato una parte insopportabile del peso della crisi (e lo stesso discorso potrebbe ripetersi a proposito del debito, o di alcuni istituti di welfare). Queste rendite, queste diseguaglianze di trattamento sono quasi sempre create da una politica che è subalterna a una cultura che svaluta lavoro e lavoratori, o che più semplicemente sostiene solo interessi particolari. Più raramente sono il frutto imprevisto o indesiderato, e paradossale, di istituti destinati a creare sicurezza.
La conclusione è che sono stati dunque commessi molti errori. Troppo spesso – non solo sul tema del lavoro o su quelli economici – all’intervento statale è stato chiesto troppo in termine di risorse, senza valutare le priorità. Troppo spesso si è confidato sul fatto – non garantito – che lo strumento giuridico o amministrativo, magari persino centralizzato, fosse adeguato allo scopo. Come dimenticare poi, anche a sinistra, la tentazione delle élites e dei rappresentanti a tradire il mandato, gli obiettivi che erano stato loro affidati, per inseguire altri interessi? Si pensi all’opposizione dei sindacati al reddito minimo garantito, di cui pure si è discusso nelle lezioni di Pavia.
Se però il lavoro richiede allora un’attenzione particolare – quella che storicamente la sinistra le ha dato – non è solo perché temi fondamentali come scuola, università, mercati, giustizia civile, welfare, crescita economica, eguaglianza di genere lo intersecano. Il lavoro costituisce – hanno spiegato Salvatore Veca ed Ernesto Bettinelli – la materia della cittadinanza, come prevede anche la nostra Costituzione (un fondamento che la cultura di destra vorrebbe, se non correggere o abrogare, sicuramente mettere tra parentesi). Il lavoro completa inoltre, nella sostanza, i diritti formali, fa sì che libertà e giustizia non restino chiuse nelle aule dei tribunali, né la democrazia nelle sezioni elettorali. Rappresenta anche la fonte a cui i diritti attingono le risorse necessaria per “camminare nella realtà”, oltre che – come ha spiegato Stefano Rodotà – l’alimento della dignità dell’uomo e della donna: è la garanzia che “non si dipende dalla benevolenza degli altri”. Ripescando nella cultura politica moderna si può dire che crei emancipazione, autodeterminazione dei valori, persino felicità privata e (tema italianissimo) pubblica.
Il tema del lavoro vive – e deve vivere – allora in uno spazio fatto di realtà economica e di diritti. Dall’ascolto dell’ultima, geometrica, lezione di Rodotà si può trarre la conclusione che all’opposizione ormai tradizionale di stato e mercato – che ha dominato la cultura degli ultimi decenni – sarebbe meglio sostituire la relazione tra economia, e le sue esigenze di efficienza, e diritti: un rapporto di coesistenza e interdipendenza nel quale non mancano però tensioni e conflitti imponenti, che pongono una sfida importante proprio alla cultura di sinistra, che al centro di questa relazione è chiamata a collocarsi: la politica dei diritti è, in un senso non banale, anche politica economica. La scuola di Pavia ha mostrato che gli strumenti culturali per affrontare questa sfida non mancano, in Italia. Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e Giustizia, ha auspicato che il tema del lavoro diventi sempre più importante nelle iniziative dell’associazione. Sono sicuro che LeG e la rete che nel tempo ha creato, potrà dare un contributo importante.

*Giornalista de Il Sole 24 Ore, socio di Libertà e Giustizia

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