Sognando una rivoluzione

Nel quadro del ciclo di seminari “Libero perché giusto o giusto perché libero?” promosso dal circolo di Bari di “Libertà e Giustizia” e dall’associazione Cercasi un Fine Onlus, lo scorso 23 marzo è intervenuta, presso la Sala consiliare del Comune di Bari, la professoressa Paola Balducci. Il suo intervento dal titolo “Sognando una rivoluzione”, preceduto dagli interventi del dottor Guglielmo Rosato, coordinatore del circolo Libertà e Giustizia di Bari, e di chi scrive, ha offerto numerosissimi spunti di riflessione, sollecitando un ampio dibattito.

Lo scenario è quello della sempre più significativa rottura del legame che salda tra loro politica e cittadini, che si è venuto producendo negli ultimi decenni. La letteratura politica descrive uno scenario nel quale le forme più tradizionali della partecipazione politica diretta vengono disattese da cittadini più o meno delusi e sempre più disinteressati alla politica tradizionalmente intesa. Lo stesso astensionismo è stato più volte utilizzato anche come indicatore di questo crescente disinteresse verso la politica e di un sempre più basso grado di attribuzione di efficacia alla stessa (Mannheimer e Sani 2001). Ed è proprio in questi tempi inquieti che discutere di politica si fa, insieme, sempre più difficile e necessario. Progressivamente la distanza dalla politica e dalla sue forme più direttamente partitico-istituzionali si è fatta rabbiosa protesta, e si è di recente catalizzata attorno a figure e a proclami che l’hanno canalizzata verso scelte elettorali “di rottura” rispetto al panorama precedente. Di fronte a questo processo i partiti più tradizionali si sono lasciati cogliere impreparati, avendo forse sottostimato e sicuramente sottovalutato la portata di quel cambiamento e forse anche il risentimento degli italiani. E così lo scenario che la recente tornata elettorale ci ha consegnato, fotografa in qualche misura lo scenario liquido che si andava profilando nei mesi immediatamente precedenti, dandogli una paradossale solidità e consegnandolo all’analisi. La sostanziale tenuta degli schieramenti tradizionali, seppure con marcate perdite rispetto al precedente turno elettorale, la scarsa rilevanza della coalizione tecnica alla quale era stata consegnata l’Italia nell’ultimo anno, e soprattutto, accanto a questi, la piena affermazione di un nuovo movimento che si è autoproclamato “affermazione del nuovo”, e che ha saputo offrire una, seppure poco definita, possibilità di cambiamento, attirando a sé coloro che nutrono una forte sfiducia verso la politica-partitica e le istituzioni nelle quali quella prende forma.

Ed è in questo complesso scenario e in un dibattito politico-istituzionale quanto sociale del tutto aperto che, a pochi giorni dagli esiti del voto, si inserisce l’intervento della professoressa Paola Balducci. Come viene immediatamente osservato, quanto emerso dai risultati elettorali costringe a una immediata riflessione su quelli che sono stati i temi centrali che hanno animato questa campagna elettorale e che hanno mostrato tutte le carenze dei partiti tradizionali e la potenzialità comunicativa del nuovo Movimento Cinque Stelle nella scena politica italiana. È proprio a partire dai temi di cui quest’ultimo si è fatto portatore che inizia la disamina dei nodi con i quali la politica italiana non potrà esimersi dal fare i conti nell’immediato futuro.

Il movimento, a cui Grillo dichiara di «aver solo prestato il volto», ha portato nelle piazze, sia quelle virtuali sia quelle reali, temi importanti: la disoccupazione giovanile, l’ambiente, il rinnovamento morale e l’abbattimento dei costi della politica, l’Europa. E proprio a partire da questo, occorre cominciare a chiedersi, osserva la Balducci, in che modo e perché i temi che sono propri della riflessione della Sinistra siano stati come passati in consegna a questo movimento, e come mai nelle mani della Sinistra questi sembrassero noiosi e di scarso appeal elettorale, e invece siano diventati, nelle mani del Movimento Cinque Stelle, il grimaldello per forzare e attirare a sé sia una quota dell’elettorato dei partiti tradizionali, ma sia anche una quota significativa degli astensionisti cronici.

E si giunge così a un altro dei nodi critici, quello della mediatizzazione della politica. Una politica che passa sempre di più attraverso i media, che scelgono non solo i protagonisti, ma anche i temi e gli stessi tempi della discussione. Che è sempre più scontro, scena rissosa, che male si presta a offrire materiale alla riflessione e alla comprensione di fenomeni di per sé profondamente complessi. E invece tutto viene sminuzzato, reso poltiglia facilmente digeribile (o indigeribile?) per un elettorato reso sempre più pubblico passivo e annoiato da questa politica che sembra tutta troppo uguale. I media, attraverso la pure giusta denuncia degli scandali e del malcostume della politica italiana degli ultimi decenni, hanno costruito l’idea che i politici fossero “tutti uguali”. Un’idea di “casta” che ha fatto sentire i cittadini italiani sempre più distanti da una politica rispetto alla quale sentivano di aver perso ogni controllo, e dalla quale si sono sentiti progressivamente sempre meno rappresentati. La scelta frequente dei media di non dare alcuno spazio alla buona politica ha contribuito a far sentire i cittadini “alle corde”, facendoli fuggire verso proposte che hanno in sé un fortissimo rischio demagogico. E la mediatizzazione della politica è circolarmente connessa anche con la personalizzazione della politica stessa, fatta sempre meno di programmi e sempre più dei volti dei leader. Essere dei bravi comunicatori, essere carismatici, sedurre il proprio elettorato, diventano sempre più le chiavi per il successo politico in un Paese come l’Italia che invece chiede con urgenza un piano per poter riavviare l’economia reale e con essa restituire un progetto per il futuro che sani le fratture del tessuto sociale e politico. Anche il tema della permanenza italiana in Europa non esce incolume da questo gioco di semplificazioni e di offerta di capri espiatori sul piatto mediatico di cittadini sempre meno disponibili ad ascoltare e a riflettere, e forse sempre meno in grado di farlo. L’Europa è qualcosa da cui tirarsi fuori perché viene ridotta alla dimensione finanziaria dell’economia stessa, all’introduzione dell’euro che ha finito per dimezzare sostanzialmente il potere di acquisto reale dei salari (omettendo però le colpe del mancato controllo sui prezzi nella fase di transizione, oltre che delle altrettanto colpevoli scelte dissennate dei consumatori italiani). E si fa dimenticare così l’Europa dei diritti, quella delle convenzioni che tutelano le donne, i giovani, l’ambiente.

E poi ancora il nodo irrisolto del rapporto tra politica e magistratura che, sottolinea ancora la Balducci, è una tessera importante del più ampio mosaico della separatezza dei poteri che è la base della stessa ossatura democratica tutelata dalla nostra costituzione e sempre più sotto assedio negli ultimi anni.

La Sinistra, ammesso che questa categoria abbia ancora un senso politico e euristico, ha perso così l’occasione per raccogliere la sfida posta da questo particolare momento storico. Sfida che la crisi economica, partita dal piano finanziario e poi arrivata a mordere l’economia reale, ha reso assolutamente urgente raccogliere e affrontare per poter sperare di ricostruire un patto sociale tra le classi e le generazioni che sembra ormai infranto.

Per questo motivo appare necessario che la politica torni a prendere possesso del suo compito di definizione dei fini, di progettazione del futuro che ormai l’Italia reclama a gran voce. Che torni a essere weberianamente sintesi di valori e responsabilità, capace di uno sguardo lungo sul futuro a partire dalle necessità concrete con le quali i cittadini fanno i conti quotidianamente.

Ma proprio per poter tracciare un percorso per il futuro, occorre fare qualche passo indietro e tornare a interrogarsi su alcune questioni di fondo che riguardano il senso stesso della democrazia, e che appaiono oggi, per l’Italia, questioni focali. Può esistere realmente una democrazia senza partiti? O il vuoto che essi lascerebbero è inevitabilmente destinato a essere riempito da altre forme elitarie? Si può realmente pensare al rinnovamento della politica senza passare anche dal rinnovamento culturale e politico dei cittadini che di quella politica sono parte? Si può davvero pensare che i giovani e le donne possano essere portatori del nuovo, se non pensati all’interno di solidi processi di socializzazione politica vissuta sia all’interno di partiti o dei movimenti sia sugli stessi territori e all’interno dei percorsi formativi? I nuovi media, che sembrano essere la carta vincente che il Movimento Cinque Stelle ha saputo giocare nella partita elettorale, sono un luogo adatto alla riflessione e alla discussione? E addirittura il solo luogo adatto?

Gli spunti di riflessione offerti dalle osservazioni della professoressa Paola Balducci hanno condotto fino a quello che è il cuore stesso del ragionamento politico, il legame tra la politica e la stessa democrazia. Legame sempre più controverso e contestato e, paradossalmente, sempre più imprescindibile e da ricostruire. Nella forma di un parlamento che smetta di essere terreno di conquista, per tornare a rappresentare il pluralismo delle voci e il luogo della partecipazione. Fine necessario perché è in questo legame che si definisce il senso della nostra nazione e in questo la possibilità di tornare a avere uno sguardo comune sul futuro.

* Letizia Carrera è ricercatrice di Sociologia generale presso l’Università di Bari “Aldo Moro” e socia di LeG

1 commento

  • Intervento dai contenuti molto interessanti, che si prestano a sviluppi molteplici.La domanda sulla funzione attuale dei “Nuovi media” in/sulla politica mi sembra centrale.I media ,fin dalla loro nascita,i giornali su carta stampata, hanno avuto la funzione di essere lo spazio in cui si manifestava la critica al potere,critica che serviva a formare la coscienza politica dei cittadini /elettori,i quali potevano leggere e riflettere dei fatti della politica riferiti e commentati dai giornalisti,che mediavano il rapporto fra elettori ed eletti. Oggi il nuovo mezzo tecnologico,quella tecnologia spettacolare, permette rapporti differenti in cui la funzione di ‘media’ viene a mancare,e che permette anche di manipolare la funzione percettiva delle persone, per questo anche se i nuovi media possono essere utili spazi di discussione ,ritengo che la politica debba mantenere i propri spazi fisici ,il parlamento,ben definiti. Non dobbiamo permettere che i processi decisionali si riducano a sottostare alla regole di Reality televisivi.Nella diretta striming dell’incontro fra Pd e 5s la rappresentante del 5s ha detto che le sembrava di essere ad una puntata di Ballarò. Questo è significativo della incapacità di distinguere realtà ben diverse. Bersani ha fatto molto bene a ricordare alla Lombardo che :lì non erano in tv ,lì si stava facendo sul serio , molto su serio.Fra gli spazi della politica da difendere ritengo vi debbano essere anche i partiti, meglio regolamentati di quanto lo siano ora,ma indispensabili ad uno svolgimento di una vita politica ben ordinata all’interno di una sana democrazia repubblicana.

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