Se la politica torna all’agorà di Atene

“Niente esperimenti!  -  Keine Experimente!”: così Konrad Adenauer, Cancelliere dopo la disfatta di Hitler, si rivolse nel ’57 ai cittadini tedeschi. Voleva tranquillarli, toglier loro ogni ghiribizzo  -  o grillo che dir si voglia. Nacque una democrazia solida, e tuttavia c’era un che di ottuso e impolitico nel monito: era rivolto a un popolo vinto, sedotto per anni dalla più orrenda delle sperimentazioni. Nel fondo dell’animo tedesco, questa paura dell’esperimento non svanisce.

Oggi non è così, né in Italia né in Europa: la crisi ha smascherato Stati nazione impotenti, la democrazia è ovunque in frantumi. Politici e cittadini sono scollegati, con i primi chiusi nelle loro tane e i secondi che per farsi udire vogliono contare di più. A meno di non considerarci sconfitti di guerra, oggi è più che mai tempo di esperimenti, proprio nella sfera della democrazia. È tempo di disabituarci a schemi cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati. Manuel Castells, uno dei massimi studiosi dell’informazione, scrive su La Vanguardia del 2 marzo: “O innovare o perire”.

I custodi del vecchio ordine non vedono il nesso, tra le varie crisi: dell’economia, dell’Europa, del clima, delle democrazie. Gli sdegni cittadini non dicono loro nulla, anche se il segnale è chiaro: la democrazia rappresentativa è un Titanic che sta schiantandosi. Tra governanti e governati c’è un deserto, e in mezzo campeggia un miraggio di rappresentanza: sono deboli i sindacati, spenti i partiti, e la stampa più che i lettori serve i potenti. Nel vuoto, però: una cittadinanza che vuole svegliarsi, sondare altre strade, ricominciare la democrazia.

Oggi l’Italia è a un bivio, scossa ma non vinta: il nuovo inizio invocato da Castells non genera un governo, i primi cambiamenti si fanno attendere. Intanto gli abitudinari gridano all’ingovernabilità. È dagli anni ’70 che si esercitano ad averne paura, a non vedere le crepe che fendono la stabilità cui dicono di anelare.
In Europa abbiamo conosciuto un caso di ingovernabilità, spettacolare. È il caso dei belgi, che Grillo cita tra l’altro nel libro scritto con Dario Fo e Roberto Casaleggio (Il grillo canta sempre al tramonto, Chiarelettere 2013). Accadde in piena crisi del debito sovrano, dunque vale la pena farsi qualche idea su un evento che sorprese loro e noi.

Per 541 giorni il paese restò senza governo, fra il giugno 2010 e il novembre 2011. Ben presto si vide che non era semplice squasso tra Fiandre e Vallonia: a traballare era l’impianto stesso della democrazia rappresentativa. L’esperienza belga è istruttiva, per gli effetti negativi che ebbe ma anche per l’impeto di quelli trasformatori. Molti luoghi comuni si sfaldarono. Molte parole toccò ripescarle in soffitta: tra esse la parola riforma, che un tempo significava miglioramento (ma immediato: se no meglio la rivoluzione). Oggi vuol dire peggioramento. Il paese resse. L’ingovernabilità  -  lo stesso potrebbe valere per l’economia  -  fu letteralmente crisi: non stasi, ma occasione e svolta.

Il lato negativo è palese: in assenza di governo, il re decise che per gli affari correnti sarebbe rimasto il governo battuto alle urne di Yves Leterme, democristiano. L’ordinaria amministrazione presto si rivelò poco ordinaria. I poteri del governo s’estesero, e si parlò delle insidie degli affari correnti. L’amministrazione ordinaria servì a sventare quel che gli immobilisti considerano da sempre la mostruosa causa dell’ingovernabilità: il “sovraccarico” delle domande cittadine. Nei 18 mesi di stasi, il governo facente funzione regnò impassibile, forte di maggioranze obsolete. Approvò l’austero bilancio del 2011, gestì il semestre di presidenza europea nel 2010. Partecipò perfino alla guerra libica.

In Italia, sarebbe come prolungare Monti: un risultato non ottimo, per chi ha vinto alle urne promettendo di “innovare o perire”. Gli Stati-nazione periclitano, l’Europa ancora non è una Federazione di solidarietà, e lo status quo è salvo. Il non-governo crea un potere inedito, più libero dal popolo sovrano: assai simile al pilota automatico che, secondo Draghi, protegge la stabilità dal “sovraccarico” di domande cittadine.

Ma l’esperienza belga produsse al contempo novità enormi. Cosciente che in gioco era la democrazia, la cittadinanza si mosse. Prese a sperimentare soluzioni antiche come l’agorà greca che delibera, o l’Azione Popolare auspicata da Salvatore Settis, che risale alle “actiones populares” del diritto romano: i cittadini possono far valere non un interesse proprio ma della comunità, ed essendo titolari della sovranità in democrazia, saranno loro a inventare agende centrate sul bene comune. Non c’è altra via, per battere l’antipolitica vera: il predominio dei mercati, e un’austerità che senza ridurre i debiti impoverisce e divide l’Europa.

Lo Stato siamo noi, dice M5S: è l’idea del movimento scaturito dal non-governo belga. G1000 è il nome che si diede, e nacque durante l’ingovernabilità su iniziativa di quattro persone (un esperto di economia sostenibile, un archeologo, un politologo, un’attrice). Il primo vertice dei 1000 fu convocato l’11 novembre 2011, nell’ex sito industriale Tour et Taxis a Bruxelles. Il Manifesto fondativo denuncia le faglie della democrazia rappresentativa e suggerisce rimedi. Non si tratta di distruggere rappresentanza o deleghe (i Mille estratti a sorte delegarono le proposte a 32 cittadini  -  il G32  -  come già aveva fatto l’Islanda per la riscrittura della Costituzione, prima discussa in rete poi affidata a un comitato di 25 rappresentanti).
Non si tratta neppure di “togliere lavoro ai partiti”, scrive il Manifesto. Quel che deve finire è lo status quo: la partitocrazia e  -  in era Internet  -  il giornalismo tradizionale: “In tutti i campi l’innovazione è stimolata, salvo che in democrazia. Le imprese, gli scienziati, gli sportivi, gli artisti devono innovare, ma quando si tratta di organizzare la società facciamo ancora appello, nel 2011, all’800″.

È uno dei primi esempi europei di democrazia deliberativa (il Brasile iniziò nei primi anni ’90): Azione Popolare ha già una storia. Deliberare è discutere e poi decidere, e per il Manifesto del G1000 è più efficace dei referendum: “In un referendum ci si limita a votare, mentre in democrazia deliberativa bisogna anche parlare, ascoltare”. Prende forma l’idea postmoderna dell’agire comunicativo, immaginato da Habermas nel 1981. Il fenomeno è continentale, non solo italiano. Avrà il suo peso, si spera, alle elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2014. Sarà scelto dai cittadini, si spera, il futuro capo della Commissione che siederà nella trojka dell’austerità.

È difficile sperimentare, ricominciare. Lo si vede in queste ore: Grillo ha biasimato i parlamentari 5Stelle favorevoli a Grasso, ma la successiva scelta di far decidere i suoi a maggioranza (e l’apertura a governi non partitici) innova profondamente, rispetto alla prassi di tutti i partiti di trasmettere a deputati e senatori l’indicazione su come si deve votare. È quello che Machiavelli consiglia a chi innova: “Vedere le cose più da presso”, considerare “come i tempi e non gli uomini causano il disordine” (Discorsi, I-47). Anche la democrazia rappresentativa fu difficile, anche proporre nell’800 il suffragio universale. L’unica cosa impraticabile è dire no agli esperimenti, comportandosi come Adenauer da sconfitti. I veri esperimenti, quelli che usano le persone come mezzi e le Costituzioni come stracci, avvengono in Grecia, immiserita dall’austerità. O a Cipro, dove stabilità vuol dire defraudare i conti bancari dei cittadini, ricchi e no.
Che altro fare, se non sperimentare quel che la cittadinanza attiva chiede si provi. Continuare a considerare un “sovraccarico” le sue domande: questa è ingovernabilità. Se il nuovo Papa torna alle origini, chiamandosi Francesco, forse anche per la politica è ora di non confondere gli ultimi coi vinti. Di tornare all’agorà di Atene, all’Azione Popolare di Roma antica.

7 commenti

  • Tengo a precisare che la maggior parte di coloro che hanno votato a sinistra hanno votato per cambiare, come hanno fatto i molti, non tutti, che hanno votato per M5S. Ma certamente il terremoto avvenuto nelle elezioni politiche ha scoperchiato un pentolone. L’inefficienza della rappresentatività era chiara da anni e quel che faceva e fa tutt’ora male è la mancanza di una seria discussione, non soltanto a livello politico, ma anche culturale, sullo sviluppo della democrazia verso forme nuove. Non bisogna pensare che la democrazia sia una forma di convivenza sociale fissa e determinata una volta per tutte. Bisogna imparare dalle inefficienze e dagli errori per renderla sempre più rispondente al valore che essa rappresenta. Ripensare i meccanismi di equilibrio tra rappresentatività e governabilità; ripensare e intensificare i meccanismi di partecipazione del cittadino alla cosa pubblica, privilegiando le forme attive di collaborazione e propositive rispetto alla passività anonima del semplice voto; ripensare o pensare finalmente a meccanismi di equità economica e sociale che evitino in modo esplicito il formarsi illegittimo di gruppi ed elites economiche e politiche; e soprattutto riflettere che la vita democratica non è fatta soltanto di formalità e meccanismi burocratici ma prima di ogni cosa di consapevolezza appassionata, di critica, di entusiasmo verso una società sempre migliore, senza dei quali essa muore nelle coscienze e non c’è nessuna costituzione bella quanto vogliamo che possa farla risorgere.

  • Ho letto l’articolo molto in fretta, diversamente da quanto faccio con gli interventi di Barbara Spinelli. Intervengo quindi in maniera estemporanea, spintovi dal titolo.
    Se la politica torna all’agorà, Socrate berrà di nuovo l’infuso di cicuta, anche se non vedo in giro alcun Socrate, ma una gran manica d’imbecilli e delinquenti per i quali basterebbe un topicida.
    Bene l’agorà, ma il suo parere sia filtrato più e più volte. A mio parere spesso una democrazia, più diretta è, meno è democrazia. Questo, oltre ai vecchi film western, ce lo dimostrano anche oggi Paesi come la Svizzera.

  • Grillo e Casaleggio come Pericle, insomma.
    La democrazia rappresentativa è scritta in Costituzione. Dobbiamo sperimentare qualcosa di nuovo e di diverso, solo perché è nuovo?
    E’ molto difficile difendere il vecchio, ma se questo è il nuovo, no grazie.

  • Pingback: SE LA POLITICA TORNA ALL’AGORA’ DI ATENE – Barbara Spinelli – 20 marzo 2013 » Circolo di Roma

  • Pingback: Se la politica torna all’agora’ « Iniziativa Laica

  • Il rinnovamento di cui si parla, è vecchio di duemila anni. E non più tardi di cinquecento anni fa è stato sviscerato e ne è stata definita la ciclica degenerazione. Oclocrazia, si chiama. Una democrazia allargata a tantissimi o, come piace chiamarla oggi, una democrazia ‘liquida’. Ebbene, nell’antica Grecia portò all’ingovernabilità a causa della incapacità a decidere. Qualcuno poi, ne descrisse la degenerazione in monarchia o oligarchia. Quindi, oggi, cui prodest?… In realtà, la Costituzione ospita dentro di sé le pulsioni rivoluzionarie unite alle remore conservatrici, entrambe figlie propositive derivate da un periodo nero, nerissimo, di misera fisica, morale e sprituale. Là dentro possiamo trovare ciò che abbiamo lentamente perduto per strada: etica della rappresentatività pubblica e etica del servizio pubblico. … Anziché teorizzare una ‘non rivoluzione’ in salsa belga, io credo, è necessario ralizzare tre passaggi di princìpio come conflitto di interessi e blind trust, norme di rappresentatività democratica e legge elettorale, per ricreare i presupposti di rappresentatività ed etica che rendano credibilità alle analisi politiche ed alle scelte legislative e di governo. .. In ultimo, quale credibilità può avere un movimento il cui statuto è di fatto blindato in favore del padre padone che mantiene un potere di veto sulle decisioni?

  • “Niente esperimenti! – Keine Experimente!”: così Konrad Adenauer, Cancelliere dopo la disfatta di Hitler, si rivolse nel ’57 ai cittadini tedeschi.
    oh, mamma! E io che credevo che la guerra fosse finita nel 45!

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