Se perfino l’Olanda ne ha abbastanza dell’austerità

E se anche la ricca e “nordista” Olanda ne avesse abbastanza del l’austerità a getto continuo in tempi di recessione e perciò si preparasse a opporvi il gran rifiuto?

Avevano ben altri “grilli” per la testa, ieri sera a Bruxelles, i 17 ministri del’Eurogruppo: prima di tutti, lo spettro dell’instabilità politica in Italia e relativo rischio di abbandono delle politiche di austerità e riforme nella terza economia del club. Rischio che semina nervosismo nei mercati e nei partner per la carica dirompente sulla tenuta della moneta unica e la minaccia di rilanciare una crisi quadriennale che sembrava infine sopita.

Il segnale olandese però non è di poco conto: dice dei primi sintomi di insofferenza ai vincoli europei nel paese più rigorista dell’euro, al punto che la Germania ha voluto Joeren Dijsselbloem, il suo neo-ministro delle Finanze, alla guida dell’Eurogruppo dopo il lussemburghese Jean-Claude Juncker. Dice anche che quei sintomi sono in vistosa sintonia con quelli sempre più diffusi nei paesi dell’euro-sud tartassato, sia pure in misura molto più pesante, da malanni e malumori simili. Dice infine che l’evidente disagio dell’Olanda si incrocia con quello della Francia, resuscitando la “santa alleanza” di fatto che nel 2005 affondò clamorosamente la Costituzione europea.

Anche le nuove regole del patto di stabilità rafforzato faranno la stessa fine? No. Ipotesi del genere per ora sono escluse. Però l’atteggiamento olandese assomiglia molto a quello ribadito anche ieri all’Eurogruppo dal francese Pierre Moscovici: «Dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra consolidamento fiscale e sostegno collettivo alla crescita economica, evitando di aggiungere austerità alla recessione per non uccidere le prospettive di sviluppo».

La dottrina di Parigi, si sa, è fumo negli occhi della Germania di Angela Merkel che, da qui alle legislative di settembre, non intende lanciare segnali di solidarietà europea che turbino i suoi elettori. Sapendo però che il deficit francese quest’anno sarà del 3,7% e non del 3% programmato e quello olandese del 3,6, il cancelliere in alternativa offre di applicare le regole in modo flessibile, cioè in tempi più lunghi.

Con soli 4 mesi di vita alle spalle, il Governo liberal-laburista di Mark Rutte traballa di fronte al no dei sindacati a nuovi tagli per 4 miliardi oltre ai 16 già varati in autunno. Risultato: il rigore in Olanda sarà rimandato al 2014, come in Francia. E come lo sarà in Spagna e probabilmente anche in Portogallo che, scosso da crescenti tensioni sociali, chiede insieme all’Irlanda anche di rinegoziare i termini del prestito europeo.

Non è solo la crescente impopolarità dei Governi del nudo rigore che dovrebbe far riflettere e agire prima che le dilaganti tensioni sociali provochino in Europa l’effetto domino dell’instabilità politica. In fondo nessuno aveva visto arrivare l’impasse in Italia nel dopo-elezioni, anche se ora tutti lo temono e molto.

A consigliare di andare oltre la flessibilità delle regole per stimolare la crescita europea ci sono anche i risultati controproducenti del rigore. E ci sono anche le ultime previsioni di Bruxelles: fotografano un’eurozona dove tra il 2011 e il 2013 il ciclo economico non cessa di deteriorarsi (l’output gap è più che raddoppiato passando da -1,2 a -2,9%) ma il bilancio strutturale vede il deficit ridursi a un terzo, scendendo dal 3,6% del Pil all’1,3.

Oggi il fronte sud in croce non è più solo a invocare una boccata di ossigeno. La defezione eccellente dell’Olanda nel fronte nord la dice lunga sull’urgenza di agire per far ripartire la crescita europea.

Molto più semplicemente gli olandesi, vecchi mercanti pragmatici, si sono arresi all’evidenza: quando è troppo e a senso unico, il rigore fa male perché avvelena i pozzi della crescita. E poi hanno anche capito che non è solo la crisi del debito a essere contagiosa: la recessione può esserlo anche di più, quando l’interdipendenza economica condanna tutti in Europa a remare nella stessa barca. Per ora invece le elezioni purtroppo impediscono alla Germania di capirlo. E di agire.

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