Una campagna elettorale per niente sobria e il momento peggiore per la politica

La campagna elettorale non sembra davvero sobria. Non è stato mai il momento migliore per la politica, quello del confronto finale tra partiti e coalizioni, ma adesso si rivela come il peggiore. La crisi profonda in cui siamo impigliati per la responsabilità dei passati governi di centro-destra, resa più grave dalla crisi di tutta una classe dirigente, pare dimenticata. I più dei leader, non tutti per fortuna, assomigliano a lucertole che non smettono di agitarsi anche se la loro coda si è spezzata. Promettono feste, farina, condoni e soldi che purtroppo mancano.
Grillo urla, ma la protesta senza idee non serve. Casini, dimentico di tutti gli anni passati accanto a Berlusconi, sembra Cicerone che fa la morale a questo e a quello. Vendola è per gli avversari il mostro dell’estremismo, il tabù «pericoloso, proibito, impuro» (Freud). Albertini, l’ex sindaco berlusconiano neppure adatto ad amministrare un condominio, primo responsabile del delitto dei parcheggi di piazza Sant’Ambrogio, luogo sacro per la storia del Cristianesimo, è stato arruolato da Monti. Bersani non è un aquilotto, ma ha i piedi per terra. Il professore senatore a vita sembra dimezzato. Ha conservato per fortuna il suo prestigio nel mondo terrorizzato da un possibile ritorno di Berlusconi. In Italia ha imparato in fretta i metodi della politica spicciola, bacia i bambini, gioca col Lego. C’è necessità di aggregazione e attaccare la Cgil — quattro milioni di iscritti — significa dividere il Paese, con esiti pericolosi. La destra e la sinistra continuano a esistere, i recenti saggi di Carlo Galli, «Perché ancora destra e sinistra» e «Sinistra» lo documentano.
Monti ha affratellato giustamente, nel ricordo, Berlusconi al comandante Lauro, a proposito della più che demagogica promessa di restituire l’Imu agli italiani. Lauro, negli anni Cinquanta, regalava ai suoi elettori potenziali una scarpa prima del voto e l’altra dopo. Regalava anche spaghetti, zucchero e fogli da mille divisi a metà, come le scarpe. Possedeva una flotta potente, come Berlusconi Mediaset, e, anche lui, una squadra di calcio, il Napoli. Comprò il brasiliano Vinicio, un idolo. Berlusconi ha acquistato, per il Milan, Balotelli che domenica ha segnato due gol all’Udinese. Due punti in più nei sondaggi? «Silvio sei un mito», gli hanno gridato i tifosi. A Lauro gridavano invece: «Bello sì ttù», «Cummandà sì ricco».
C’è poco da sorridere, anche se amaramente. Bisogna tener conto di tutto, invece, in un Paese senza memoria che ha subìto quasi vent’anni di cattivo governo.
Maroni, poi, che per diventare presidente della Lombardia seguirà, con il Pdl e CL, la pista immacolata di Formigoni. Lui sì, l’ex ministro dell’Interno, ha combattuto la mafia, sostiene, anche se non si è accorto che la ‘ndrangheta è diventata a Milano l’azienda leader. E che cosa disse, protestò almeno, quando il suo collega di governo alle Infrastrutture Pietro Lunardi, il 23 agosto 2001, dichiarò che con la mafia bisogna convivere? Era d’accordo con quel che diceva sbraitando il presidente del Consiglio sui magistrati bolscevichi, «rovinati da turbe psichiche», «metastasi della democrazia»? Non sono stati proprio loro che spesso con il sacrificio della vita hanno agito contro la mafia in nome dello Stato di diritto?
«Non ha esperienza, Ambrosoli», fa dire Maroni. Sulla mafia ne ha fin troppa. L’esperienza, poi, si costruisce. Lo fece Alberto Ronchey, grande giornalista, ministro dei Beni culturali nei governi Amato e Ciampi negli anni Novanta. Su quella materia, che per l’Italia è il pane, aveva solo conoscenze di uomo colto, ma seppe circondarsi da persone competenti e fu il miglior ministro dei Beni culturali della Repubblica.
Ambrosoli è una persona limpida e affidabile, non tanto e non solo perché è figlio di un padre che si fece uccidere in nome dell’onestà, ma perché è un bravo professionista e sa come agire e come scegliere. Non è solo un simbolo. Dietro di lui c’è la cultura di Milano, il Beccaria, Cattaneo, Manzoni. Contro di lui c’è la volontà di dividere l’Italia la cui unità è costata sangue e dolore, c’è l’inesistente Padania, l’ampolla dell’acqua del Po, la regressione politico-culturale, le promesse insensate come il 75 per cento delle imposte che devono restare in Lombardia. C’è l’odio per gli immigrati, il disprezzo per la Costituzione, un paese di cartapesta. Gli scandali, poi, le tangenti, la grave corruzione, il Pirellone inquinato.
Per ricominciare c’è bisogno d’altro, di rispetto per la legge, di onestà, di un pò di orgoglio, e anche di un pò di cervello. «Contro la stupidità anche gli dei lottano invano», scrisse Schiller nel suo dramma La pulzella d’Orléans.

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