I diritti e i doveri della persona umana

Quando è che siamo di fronte alla persona intesa come soggetto portatore di diritti costituzionalmente garantiti? O, ancora, quali sono i confini della “brevettabilità dell’umano”? Perché si parla di “obiettori di coscienza” per definire gli operatori della sanità che non praticano l’interruzione di gravidanza alle pazienti? Come integrare al meglio la libertà di cura e i diritti del malato? Questi, e molti altri ancora, gli interrogativi che hanno animato la due giorni perugina targata L&G. Per il secondo anno di seguito, infatti, il capoluogo umbro ha ospitato la Scuola di Bioetica, intitolata “Quale persona e quali diritti di fronte a scienza e pratica medica?”. Di prim’ordine i relatori, tra cui docenti universitari (Alessandra Pioggia, Chiara Tripodina, Mauro Bacci, Chiara Lalli), medici (Marco Grignani, Gianni Lungarotti, Francesco Scotti, Fausto Grignani) e liberi professionisti (Carlo Bonucci, esperto di brevetti internazionali). In apertura, l’introduzione di Filippo di Robilant, Consiglio di Presidenza L&G. Il primo problema è anzitutto quello di definire il concetto di persona. «Tradizionalmente si fa riferimento al momento della nascita e a quello della morte – spiega Alessandra Pioggia, Professore di Diritto Sanitario e dei Servizi sociali a Perugia – ma le fasi che precedono la nascita, così come quelle che accompagnano la malattia e la perdita di coscienza, comportano cortocircuiti di non poco conto in campo giuridico, giudiziario e normativo». È anche possibile provare a ricostruire una definizione scientifica: «persona è l’individuo portatore delle caratteristiche della propria specie e attore del proprio sviluppo personale – spiega Fausto Grignani –, sviluppo che è composto da coscienza, conoscenza, capacità di espressione e volontà» L’uomo, quindi, è animale sociale, fisicamente predisposto a vivere in società. Come si relaziona la persona così definita con la sfera della salute? L’evoluzione legislativa ha progressivamente messo fine alla tendenza della sanità ad oggettivare il soggetto, a relazionarsi ad esso con modalità paternalistiche. Si sono, quindi, gradualmente affermati i preziosi concetti di autodeterminazione, consenso informato e scelta consapevole, peraltro recentemente minacciati, si pensi al Ddl Calabrò (vicino al passaggio in Senato, ma ora impantanato nelle secche di fine legislatura) con cui si è verificato un crollo della tutela autodeterminativa. Problema tutto italiano è poi quello della tendenza del legislatore ad abdicare al compito di normare le questioni “eticamente sensibili”. Si presentano, così, due rischi contrapposti: da una parte quello di leggi “ideologiche”, espressione di maggioranze politiche particolarmente agguerrite, dall’altra, quello del vuoto legislativo. Secondo Chiara Tripodina (insegna diritto costituzionale all’Università del Piemonte Orientale) «spesso tra la Costituzione ed il caso concreto manca la norma, circostanza che apre le porte al diritto creato dai giudici, tendenza rischiosa in un sistema di civil law, privo del meccanismo di precedenti vincolanti e che garantisce la massima libertà di intepretazione per il giudice. Io auspico la via del buon legislatore». Chiara Lalli, docente e autrice, ha affrontato il tema della (discutibile) nuova frontiera della locuzione “obiezione di coscienza”, per cui quest’espressione – per decenni legata alla renitenza alla leva – è oggi usata in ambito medico, più precisamente per quel concerne l’applicazione della legge 194. E mentre il numero di donne che richiedono l’aborto rimane costante, l’ammontare dei medici che sono disposti a fornire il servizio diminuisce (ben il 69% sono “obiettori”). Di conseguenza, le liste d’attesa si allungano e la qualità degli interventi si abbassa. Particolarmente delicata è poi la questione della dimensione relazionale tra il curante ed il curato, attraverso la quale passa il necessario bilanciamento tra la libertà di cura e i diritti del malato. «La facoltà di curare, espressione dell’indipendenza intellettuale e scientifica del medico – spiega Mauro Bacci, docente di Medicina Legale – non deve tradursi in indiscriminatezza, né sconfinare nella sperimentazione o nell’empirismo. Questa libertà trova un limite invalicabile nel rispetto dei diritti inviolabili della persona (malata): l’attività medico-chirurgica e diagnostica deve confrontarsi con tutto ciò». Difficile, su questioni del genere, arrivare a conclusioni validate una volta per tutte. Difficile immaginare soluzioni definitive ed inamovibili su temi che costituiscono un complesso crocevia di convinzioni personali, stimoli intellettuali e visioni differenti. Ed è proprio per questo che occasioni di approfondimento, dibattito e confronto, come quella offerta dalla scuola di Libertà e Giustizia, sono ancora più preziose.

Leggi il resoconto di Alessandra Pioggia

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