Quei sabotatori della Costituzione

I becchini della Costituzione non perdono occasione per difenderla (a parole) mentre le scavano alacremente la fossa. Si perdono in elogi estetici o nostalgici (“è proprio bella”, “ma quanto erano bravi i Costituenti”), ma coprono di insulti chi si azzarda a difenderla sul serio. Benigni, naturalmente, “è solo un comico”, ergo avrebbe dovuto tacere; se poi chi prova a difendere la Costituzione è un cittadino qualsiasi, allora sarà certamente “un conservatore”. Si diffonde intanto la chiacchiera da bar secondo cui la prossima legislatura (i cui senatori e deputati saranno scelti mediante il Porcellum) dovrebbe, Dio sa perché, segnare una “fase costituente”. A dirlo, delegittimando la Costituzione vigente, non sono solo Berlusconi e Calderoli, ma anche ministri che pur le hanno solennemente giurato fedeltà. Insomma: è lecito lodare la forma della nostra Carta fondamentale, purché si dia per scontato che i suoi contenuti sono obsoleti, che è un oggetto di antiquariato da riporre in soffitta.
La riforma dell’art. 81, che la “strana maggioranza” di Monti ha approvato, unanime, lo scorso aprile, è stato un abile ballon d’essai.
Secondo la versione ufficiale, il nuovo testo ha introdotto l’obbligo del pareggio in bilancio: col che si insinua che il vecchio testo autorizzasse ogni debito e ogni spreco. Ma allora perché Luigi Einaudi, grande economista, poté scrivere nel 1955 (quando era Capo dello Stato) che l’art. 81 «costituisce il baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore costituente » per «il pareggio sostanziale fra entrate e spese»? Quelle pagine di Einaudi (in una lettera al ministro del Tesoro Pella) sono state opportunamente riproposte in appendice al suo classico studio sulle Entrate pubbliche dello Stato sabaudo (Vitale & Associati, 2011). Esse dimostrano che l’art. 81 fu pensato dai Costituenti per «affermare l’obbligo di aumentare le entrate e diminuire le spese sì da giungere al pareggio ». Il nuovo art. 81 non sarebbe piaciuto a Einaudi: esso infatti cancella il divieto di «stabilire nuovi tributi e nuove spese con la legge di approvazione del bilancio » che c’era nel vecchio testo; anzi, favorisce «il ricorso all’indebitamento al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e al verificarsi di eventi eccezionali». Insomma, a ogni terremoto o alluvione il debito pubblico crescerà, ma in compenso verranno aumentate le tasse.
Visto il successo del ballon d’essai, solerti carpentieri stanno già costruendo più d’un cavallo di Troia per contrabbandare ulteriori riforme. Forse saremmo contenti di ridurre il numero di deputati e senatori (il che richiede la modifica degli art. 56 e 57). Ma che diremmo se nello stesso “pacchetto” si insinuassero altre modifiche proposte di recente? Per esempio, quella che abolisce l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112); o un’altra che stravolge l’art. 33 («Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo Stato »), togliendo le parole “senza oneri per lo Stato»: infatti, secondo l’on. Volontè, esse sono «un alibi costituzionale» per non finanziare la scuola privata. Per non dire dell’idea ricorrente di violentare l’art. 41: esso già dice che «l’iniziativa economica privata è libera», ma prescrive che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», ma ai neoliberisti
de noantri non basta. Bisogna abolire ogni vigilanza pubblica, proclamare che «è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge», ammettendo semmai qualche controllo ex post, relegare al margine quello che ora è il cuore dell’art. 41: l’utilità sociale e la difesa del lavoro. Queste e simili meraviglie ci aspettano nella “fase costituente” che bolle in pentola: mandare al macero quel che non piace a Lorsignori, bollandolo come “alibi costituzionale”. La Costituente, per loro, è stata una fabbrica di alibi.
La Carta fondamentale sta diventando un collage di coriandoli, un’accozzaglia di articoli sconnessi, da disfare uno per uno. Si perde la coscienza (storica, giuridica, etica) che l’orizzonte dei diritti disegnato dai Costituenti è uno solo, e che togliere una ruota dall’ingranaggio ne indebolisce l’insieme. Che tutela del lavoro e utilità sociale dell’economia sono, per la Costituzione, baluardi della democrazia e della libertà. L’accordo bi — e tri-partisan nell’approvare la riforma dell’art. 81 e il concorde cinguettio su una “fase costituente” sono segnali sinistri di una perversa fase (in realtà) de-costituente. All’indomani delle elezioni, sarà ancor più attuale la domanda che Stefano Rodotà ha posto in queste pagine (20 giugno 2012): «può un Parlamento non di eletti ma di nominati mettere le mani in modo incisivo sulla Costituzione?».
Oggi è più importante che mai parlare di Costituzione. Parlarne da giuristi, ma anche da cittadini. Parlare dei suoi
contenuti, e non solo lodarne la bellezza. Roberto Benigni, con lo stesso empito civile con cui ha non solo recitato, ma spiegato Dante in tutte le piazze d’Italia, potrebbe anzi entrare nel merito degli articoli della Costituzione, mostrare da par suo che essi ci riguardano da vicino. Un solo esempio: la difesa dei suoli agricoli. La proposta di legge del ministro Catania, che si spera riemerga nella prossima legislatura, può essere assai migliorata, ma già contiene l’intento di arginare lo scellerato consumo di suolo. È un tema di grande rilevanza costituzionale: difendere i suoli agricoli vuol dire infatti tutelare il paesaggio, vuol dire proteggere e promuovere la produzione di cibo (lo ha scritto in queste pagine Carlo Petrini). L’inquinamento ambientale danneggia il corpo, le devastazioni del paesaggio e del patrimonio artistico provocano disagi e malesseri della mente: perciò la tutela dell’ambiente è un valore costituzionale primario, per la convergenza dell’art. 9 (tutela del paesaggio) e dell’art. 32 (tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività»).
Nulla difende il paesaggio e l’ambiente quanto un’agricoltura di qualità. Il nostro paesaggio agrario è segnato da una millenaria civiltà contadina, intrecciata con la cultura delle élites: il paesaggio plasmato dalla vanga è lo stesso che fu celebrato da poeti e pittori. L’intima fusione di paesaggio e patrimonio culturale ha nell’uso agrario dei suoli il suo punto di sutura, in un equilibrio che fece dell’Italia il giardino d’Europa. E se il rispetto dell’ambiente è la fonte primaria della nostra salute fisica e mentale, la promozione dell’agricoltura di qualità ha un enorme potenziale economico, nel rispetto del diritto al lavoro (art. 4 Cost.). Per citare ancora Luigi Einaudi: «La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito di oggi se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani». Questo “massimo compito” ha una suprema garanzia: la Costituzione.

Leggi l’intervento di Salvatore Settis al Mediolanum Forum di Assago lo scorso 24 novembre

1 commento

  • Caro e stimatissimo prof. Settis
    spett. Libertà & Giustizia
    non è più sufficiente la denuncia! Siamo ingolfati di denunce e la nostra indignazione è arrivata al culmine massimo! Ma da sè non produce fatti concreti, ma solo malessere!
    E’ tempo (da molto scaduto) che qualcuno indichi la via nella quale incanalare una sana “Ribellione”, figlia naturale di una indignazione acuta e collettiva!
    Una “Sana Ribellione” nel segno della Carta Costituzionale da brandire negli artt. che consentono la “Democrazia Diretta” (1-71-50-40) onde affermare CONCRETAMENTE la sempre astratta “Sovranità Popolare”.
    Brandire da Sovrani la Carta per difenderla e per ottenerci le leggi e le riforme che da decenni aspettiamo esercitando concretamente ed in modo esteso l’art. 71 che consente al Popolo (Sovrano della Repubblica) di dettare le leggi!
    Che s’attende ancora? E’ tutto pronto, tranne il catalizzatore!
    Orsù professore! Orsù presidenti di LeG!

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