Cultura e Costituzione in tempo di crisi

Salvatore Settis 24 novembre

Il punto di partenza è obbligato: è prevalsa in Italia una versione dei fatti sbandierata dalla destra e vissuta dalla sinistra con una rassegnazione colpevole secondo cui in tempo di crisi ridurre le risorse, cioè tagliare le gambe a ricerca, scuola, università, teatro, tutela dei beni culturali, musica, è necessario, ma è anche giusto. È una mistificazione volgare, che di solito viene citata con la formuletta attribuita a Tremonti “con la cultura non si mangia”. Questa mistificazione volgare ha un corollario importante. Viene ripetuto in continuazione che la riduzione dei fondi pubblici innescherà un processo virtuoso, per cui si spenderà meglio quel poco che c’è e poi arrivano i privati, miracolosamente, assicurando il funzionamento delle istituzioni che intanto dichiarano il fallimento.
Smontiamo in poche mosse questo castello di carte e di menzogne: prima di tutto è importante ricordare che non è vero che la politica delle destre sia necessariamente quella di tagliare in cultura, non lo ha fatto la Francia di Sarkozy, il ministro della cultura Mitterand ha dichiarato allora che la spesa in cultura era “sanctuarisée” (protetta come un santuario), non un euro hanno tagliato alla cultura. Non solo, nella ricerca la Francia ha investito nel quinquennio 21,9 miliardi di euro in più, mentre l’Italia tagliava.
La Germania di Angela Merkel ha incrementato i fondi per la ricerca di 10 miliardi di euro, Obama alla National Academy of Sciences, ha dichiarato: “nel momento della crisi dobbiamo ricordarci che la ricerca è più essenziale che mai, per reagire alla crisi è il momento giusto per investire molto di più di quanto si sia mai fatto”.
Queste sono le reazioni di altri Paesi anche di destra. Reagire alla crisi economica tagliando gli investimenti pubblici in cultura non è la politica delle destre europee, è la politica delle destre italiane. Ma di quale destra? Una delle favolette consolatorie che ci raccontiamo la sera per addormentarci bene, è che vi sarebbero in Italia due destre: una destra becerra e indecente (quella di Berlusconi, di Bossi, di Formigoni, di Alemanno per fortuna sgominata) e una destra colta, pulita e tecnocratica che finalmente si è incarnata nel Governo tecnico.

Tutti preferiamo vedere a Palazzo Chigi Mario Monti e non Silvio Berlusconi, ma non per questo dobbiamo accecarci al punto di non vedere che sotto molto aspetti, dall’una all’altra destra, nulla è cambiato. Questo è vero in particolare per quello che riguarda la cultura. C’è una perfetta continuità per quello che riguarda i tagli alla spesa sociale e gli investimenti in cultura. Fra Gelmini e Profumo c’è perfetta continuità di intenti e di provvedimenti.
Per parlare di beni culturali, l’attuale ministro Ornaghi aveva una “mission impossible”: dimostrare che Bondi non era stato il peggior ministro dei beni culturali, ce l’ha fatta. Constatiamo dunque amaramente che il disprezzo per la cultura e la deliberata intenzione di delegarla al margine delle politiche pubbliche, non è un attributo della destra becera, ma anche della destra pulita e tecnocratica. L’idea è che tutte le spese in cultura siano optional a cui dedicare soltanto il superfluo che non c’è mai. Ma questo è un vizio nazionale, non è un vizio soltanto delle destre.
Vorrei ricordare un famoso articolo di Alessandro Baricco su Repubblica nel febbraio del 2009, il titolo era “Basta soldi di Stato al teatro”, un titolo molto eloquente: in tempi di crisi, era la tesi di Baricco, non si può pensare di finanziare la cultura con fondi pubblici, bisogna scegliere, puntiamo soltanto sulle cose che contano, scuola e televisione, nel paesaggio che ci circonda non conta nient’altro; quanto al teatro, all’opera lirica e così via, cito letteralmente “meglio lasciar fare al mercato e non disturbare”. Il Paese reale è nella scuola e nella televisione, nella ricerca non c’è il Paese reale, nei musei non c’è il Paese reale, nelle università non c’è il Paese reale, secondo Baricco. Naturalmente nelle reazioni di allora ci fu quella di Eugenio Scalfari, che molto acutamente criticò questo punto, però ci sono state anche delle grandi esultanze, esultarono gli allora ministri Brunetta e Bondi. Più tardi Vincenzo Cerami su l’Unità e Gioacchino Lanza sul Il Sole 24 Ore hanno fatto la stessa osservazione. Hanno detto “anche alla sinistra manca la cultura della cultura”, cioè sapere che le attività artistiche, la scuola, la creazione letteraria, la ricerca, la musica, il teatro, i musei, hanno una funzione alta nella società come luoghi di consapevolezza civica, di educazione alla creatività, alla democrazia, il cuore di quella capacità di crescita endogena che i migliori economisti di oggi raccomandano come lo stimolo più potente alla creatività, all’innovazione, per liberare le energie creatrici anziché condannare le giovani generazioni alla disoccupazione.
Qualche breve domanda. Ma perché in Italia si taglia mentre altrove l’investimento in cultura è visto come una reazione alla crisi? Ha ragione Baricco di chiedere più soldi per la scuola e una decente TV pubblica, non c’è dubbio, ma perché questo va fatto a spese del teatro o del patrimonio culturale, della ricerca, dell’università?
In quale paese al mondo si è mai dovuto scegliere fra la scuola e il teatro? Dove mai è successo?
“Spostate quei soldi”, scriveva Baricco, e intendeva spostate su scuola e TV i fondi del teatro.
Come se esistesse in Italia e solo in Italia un “paniere cultura”, magrissimo, da cui pescare in alternativa o per andare all’opera o per mandare i bambini a scuola.
Ma perché mai non potremmo dire “spostate quei soldi”, intendendo quelli destinati a opere inutili, anzi dannose (il ponte sullo Stretto che non si farà ma intanto paghiamo le ditte, le varie TAV, il cosiddetto “salvataggio Alitalia” che ha borseggiato il contribuente premiando chi l’ha voluto con una poltrona di ministro e così via)?
Ci viene propinata quotidianamente una dose letale di perversa retorica dello sviluppo inteso come profitto delle imprese e non come crescita civile ed economica del Paese, storditi da un pulviscolo di cifre false e dalla necessaria genuflessione al mercato, dimentichiamo che non può esservi nessun sviluppo economico se non è anche crescita democratica del Paese.
Dimentichiamo che la cultura non è un lusso, ma è stimolo di creatività, quella creatività che produce innovazione e lavoro e che oggi in Italia è agonizzante, perché ha ceduto il posto ai facili guadagni di un’edilizia di pessima qualità, al riciclaggio dei denari delle mafie, allo smontaggio dello Stato e dei beni pubblici, oggetto privilegiato di un’economia di rapina che non produce ricchezza, ma la sposta dai molti ai pochi, dallo Stato alle caste privilegiate, impoverendo la maggior parte dei cittadini.
Per smontare questa catena di menzogne che si soffoca è vitale ricordarsi che il “paniere cultura” non è sotto una campana di vetro, c’è un manifesto che ce lo dice molto chiaramente, si chiama Costituzione. La nostra Costituzione è davvero “la grande incompiuta” come diceva Calamandrei e questa non è una ragione per cambiarla, bensì per esigere che venga finalmente messa in pratica.
Quel grandioso progetto, nato da un’Italia in lacrime e in stracci, non lo abbiamo sinora saputo tradurre in pratica. Esso si esprime al meglio nell’Articolo 9: la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione. Questo Articolo è essenziale alla legalità di una Repubblica, una e indivisibile (Articolo 5) e si lega ad altri Articoli della Costituzione, per esempio va inteso come espressione di quei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale dell’Articolo 2 e indirizzato, come altri, al pieno sviluppo della personalità umana (Articolo 3), collegato alla libertà di pensiero e parola (Articolo21), alla libertà dell’arte, della scienza, dell’insegnamento (Articolo 33), alla centralità della scuola pubblica statale (Articolo 34).
La tutela del paesaggio, inoltre, concorre alla formazione della nozione di ambiente come valore costituzionale primario, convergendo con la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (Articolo 32). Secondo la Costituzione il bene comune non comprime, ma limita i diritti di privati e imprese, alla proprietà privata deve essere assicurata la funzione sociale (Articolo 42), la libertà d’impresa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (Articolo 41).
E chi vuole cambiare queste cose cosa vuole scrivere nell’Articolo 41? Che la libertà d’impresa può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale? Che la libertà d’impresa può recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana? È questo che vogliamo scrivere nella nostra Costituzione?
La nostra Costituzione fu, ed è in sintonia con grandi tendenze culturali del nostro tempo.
Cito soltanto Wittgenstein: “etica ed estetica sono una cosa sola, l’etica deve essere una condizione del mondo come la logica”. Dobbiamo reagire contro l’indifferenza che uccide la democrazia, dobbiamo reagire contro la vera antipolitica. A me piace molto la definizione che Gustavo Zagrebelsky ha dato della parola antipolitica su la Repoubblica quest’estate “una parola violenta e disonesta”. Ma l’antipolitica c’è e qual è l’antipolitica, la forza antipolitica e non democratica ?
Sono i mercati a cui quotidianamente a destra e a sinistra ci genuflettiamo.
Dobbiamo fare leva sui beni comuni, come garanzia della libertà pubblica e dei diritti civili, recuperare spirito comunitario pensando alle generazioni future, pensando alla libertà, all’eguaglianza e al diritto al lavoro.
Per affrontare questi temi cruciali, vorrei citare brevemente delle frasi di Brecht in cui lui diceva: “compagni, si abbia pietà della cultura, ma prima di tutto si abbia pietà degli uomini, la cultura è salva quando sono salvi gli uomini, non lasciamoci trascinare dall’affermazione che gli uomini esistono per la cultura e non la cultura per gli uomini. Riflettiamo, compagni, sulle radici del male, scendiamo sempre più in profondo, attraverso un inferno di atrocità, fino a giungere laddove una piccola parte dell’umanità ha ancorato il suo spietato dominio, sfruttando il prossimo a prezzo dell’abbandono delle leggi della convivenza umana, sono le stesse persone che hanno sferrato un attacco generale alla cultura contro ogni forma di cultura, ma la cultura non si può separare dal complesso dell’attività produttiva di un popolo, tanto più quando uno stesso assalto violento sottrae al popolo il pane e la poesia”.
Per condurre questa battaglia, non c’è arma migliore della Costituzione Repubblicana, per la Costituzione la comunità dei cittadini è fonte delle leggi e titolare dei diritti.
Dobbiamo riguadagnare sovranità in nome della Costituzione cercando nei movimenti civici il meccanismo base della democrazia, un serbatoio di idee per una nuova agenda della politica, che nessun partito fino ad oggi ha messo su carta.
Dobbiamo dare nuova legittimazione alla democrazia rappresentativa facendo esplodere le contraddizioni profonde fra i diritti costituzionali altissimi e le pratiche di governo miserevoli, che ricalpestano ogni giorno, in obbedienza ai mercati.
Dobbiamo ricreare la cultura che muove le norme, ripristina la legalità, progetta il futuro.
Serve oggi, io credo, in nome della Costituzione, una nuova responsabilità, una forte azione popolare come quella condotta da Libertà e Giustizia in difesa del bene comune e della cultura, un’Italia declinata al futuro, che sappia progettare il suo futuro all’insegna della Costituzione.

1 commento

  • NON BASTA LA DENUNCIA! E’ indispensabile indicare una via per la Giusta Ribellione figlia naturale di una indignazione acuta e collettiva che ci ha ormai saturato! La “Rivoluzione Costituzionale” per salvare e cambiare il Paese. E’ certamente possibile con l’esercizio concreto degli articoli che consentono la “Democrazia Diretta” a partire dal n 1 che sancisce un concetto finora assolutamente rimasto astratto, la SOVRANITA’ DEL POPOLO! Poi l’art. 71 che sancisce “il diritto del popolo di PROPORRE LEGGI REDATTE IN ARTICOLI”. Ma possibile che non si capisca, non si valuti sino in fondo la forza di questo art. 71? IL POPOLO [SOVRANO] DETTA LA LEGGE! E’ una cosa enorme che merita da solo ai Padri Costituenti tutto il rispetto che loro portiamo! Ma certamente non saranno 50 o 500 mila elettori che firmano una proposta a potersi definire “popolo”: sono solo un gruppo più o meno grande di persone. E per questo finora l’art. 71 non ha prodotto nulla! L’art. 75 ci dice, indirettamente, che la Sovranità del Popolo si realizza quando è il 25% + 1 del corpo elettorale che si esprime, circa 12 milioni di Cittadini. Allora la “Rivoluzione Costituzionale” si può fare così: una dozzina o più di proposte di legge firmate singolarmente da almeno 50mila elettori per soddisfare la norma e poi nell’insieme, che mi piace chiamare “Tavole della legge della Società Civile”, nella forma semplificata della “Petizione Popolare” (art. 50 Costituzione) da altri 12 milioni di Cittadini. Troppe? Impossibile? Nella situazione data direi che la cosa sia fattibile facilmente, il lavoro è grosso ma semplice e i volontari disponibili sono i milioni cittadini schifati e rancorosi verso la casta e le firme per la petizione si possono raccogliere dovunque su un foglio a4 predisposto. E solo il mondo della “conoscenza”, docenti e discenti, con tutte le buone ragioni di rancore e frustrazione, si compone di alcuni milioni di cittadini…basterà raccogliere le firme dei famigliari…”. A questo punto un Parlamento può solo inchinarsi al sovrano e lavorare. In mancanza l’art. 40 consente lo sciopero e la storia ci ha tramandato “il conlave” del quale si può fare una versione laica… Che s’attende ancora? Che i nominati devastino il lavoro dei Costituenti per poi strapparci le vesti disperati? Che s’attende?

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