Pluricandidati? Scelgano prima

Gli elettori sono tutti uguali («one man, one vote»), gli eletti no. L’eguaglianza dei votanti è una conquista della Rivoluzione francese: nei sistemi arcaici si praticava infatti il voto plurimo, sicché i suffragi dei notabili valevano il doppio rispetto ai comuni mortali. Come d’altronde nella Russia di Stalin, dove gli operai pesavano più dei contadini. La diseguaglianza dei votati è invece una conquista del Porcellum. Ossia il ventre infetto dal quale sbucherà fuori il nuovo Parlamento, c’è ancora qualcuno che se ne ricorda?

In realtà di questa legge elettorale non parla più nessuno. Ci siamo rassegnati, come succede per un lutto. Errore: è anche da qui, dal modo in cui i partiti si fanno vellicare dal Porcellum, che dovremmo giudicarne la credibilità. E tale sistema offende la Costituzione non soltanto per le liste bloccate, che sequestrano la libertà degli elettori. Non solo perché distribuisce un premio di maggioranza senza soglia minima, trasformando il responso delle urne nel quiz di Mike Bongiorno («Lascia o raddoppia?»). C’è una terza perla custodita nel forziere: la possibilità d’esporre lo stesso candidato in più circoscrizioni, come una ballerina in tournée .

Diciamolo senza troppi giri di parole: è un insulto alla democrazia. Perché il pluricandidato reca sempre sul petto una medaglia, che gli assegna di diritto un posto in zona Champions nella lista. E perché quindi è destinato a convertirsi in plurieletto. Siccome però nessuno può posare i propri glutei contemporaneamente su più di una poltrona, a urne chiuse dovrà scegliere: o di qua o di là. E la sua scelta finirà per decretare l’elezione di chi gli viene appresso nella lista. Da qui un ossimoro consacrato dal Porcellum : è l’eletto che elegge, non già l’elettore. Anzi un doppio ossimoro, perché in questo caso l’elezione avviene dopo l’elezione. E il popolo votante? Non può selezionare i candidati, dato che riceve un elenco telefonico, prendere o lasciare. E con il trucco delle pluricandidature non sa nemmeno per chi vota. Sicché viene negata in ultimo non tanto la libertà, quanto la stessa facoltà del voto. Una vergogna, o meglio una plurivergogna.

Respinta sdegnosamente dai partiti? Macché. Fini è capolista dappertutto, come Ingroia, come probabilmente Berlusconi. Tabacci guida la sua squadra in 10 circoscrizioni. Invece Casini batte Bersani 5 a 3 (quest’ultimo corre in Lombardia, Lazio e Sicilia). Si dirà: il leader deve pur metterci la faccia, dal Nord al Sud della penisola. Ma innanzitutto non è un obbligo: Tony Blair fu sempre eletto nel collegio di Sedgefield. Inoltre il trucchetto viene praticato anche dai sottoleader. Sia nei vecchi partiti, dato che il Pd candida Letta e Marino in due Regioni. Sia nel partito novus, quello di Monti. Dove Ichino e Bombassei pedalano su una doppia bicicletta. E dove la Vezzali è seconda in Campania, prima nelle Marche. Chissà se la nostra campionessa condivide il motto che Plutarco mise in bocca a Cesare: meglio primo in Gallia che secondo a Roma.

Quanto a noi, abbiamo soltanto una preghiera da girare ai pluricandidati. Diteci fin da adesso quale sarà la vostra opzione, quale territorio rappresenterete in Parlamento. Diteci, insomma, per chi andremo a votare. E ai partiti che ancora s’affaccendano nella composizione delle liste: pulitele con un buon detersivo. Se il pluricandidato fosse anche un plurinquisito, ci gettereste nella pluridisperazione.

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