«Per il patto tra Stato e mafia processate politici e boss»

Un imputato, il capomafia Bernardo Provenzano, è stato già accantonato per accertata «incapacità processuale». Un altro, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, avrà un giudizio solo per sé: abbreviato, cioè sulla base degli atti raccolti finora. Per le altre dieci persone accusate a vario titolo nella ricostruzione della presunta trattativa di vent’anni fa tra lo Stato e Cosa Nostra, la Procura di Palermo ha chiesto ieri il processo davanti al giudice Piergiorgio Morosini. Tre ex carabinieri — Subranni, Mori e De Donno — devono rispondere di aver «usato minaccia verso un corpo politico», cioè il governo, del quale volevano «impedire o comunque turbare l’attività»; insieme a loro il senatore del Pdl Dell’Utri e i boss Riina, Bagarella, Cinà e Brusca. Richiesta di rinvio a giudizio anche per Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco «don Vito» accusato di concorso in associazione mafiosa; e per l’ex ministro dell’Interno Mancino, imputato di falsa testimonianza.
È la conclusione attesa ma rumorosa di un’indagine caratterizzata da continui colpi di scena e polemiche, l’ultima rilanciata ieri dall’ex procuratore aggiunto Ingroia, ora candidato alle elezioni politiche: «Siamo stati spiati e pedinati da un’agenzia».
Tutto ruota intorno al ricatto mafioso messo in atto con l’omicidio di Salvo Lima e poi con le stragi del 1992 e ’93, attraverso le quali si volle costringere lo Stato a scendere a patti. L’avvio della trattativa si concretizzò con i contatti tra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino, ha ripetuto ieri il pubblico ministero Nino Di Matteo al termine di due giorni di requisitoria. Ma non fu l’iniziativa di qualche ufficiale colluso con la mafia, corrotto o intimidito. No. «Fu la realizzazione di una linea attivata su input politico per far prevalere all’interno di Cosa Nostra la componente più moderata — spiega il magistrato —. E fu l’adempimento di un patto per la garanzia della leadership dello stesso Provenzano, che rimase latitante nonostante nel 1995 gli stessi carabinieri avessero avuto l’opportunità di arrestarlo».
Il «politico della trattativa», accusa il pm, nella prima fase fu Calogero Mannino, che attivò i carabinieri attraverso il maresciallo Guazzelli (assassinato un mese dopo Lima, nell’aprile ’92) e il comandante del Ros Subranni. E nel ’93 lo stesso Mannino si adoperò per l’alleggerimento del «carcere duro» per i mafiosi, che effettivamente si realizzò parzialmente con le oltre trecento mancate proroghe del «41 bis» da parte del ministro della Giustizia Conso, a novembre di quell’anno.
Dopo aver ascoltato questa ricostruzione, gli avvocati di Mannino — Carlo Federico Grosso, Grazia Volo e Nino Caleca — hanno chiesto il rito abbreviato per il loro assistito (già assolto dopo tre lustri di processi per concorso in associazione mafiosa). L’accusa, sostengono, si basa su ragionamenti, ricostruzioni storiche parziali, interviste giornalistiche che non possono dimostrare nulla davanti a un giudice, e dunque hanno scelto la strada più rapida.
Ma la trattativa — ha continuato il pm Di Matteo — proseguì anche oltre, fino all’inizio del 1994 e alla vittoria di Silvio Berlusconi nelle elezioni. Il ricatto giunse pure al nuovo premier, lungo l’asse che legava Brusca a Dell’Utri attraverso l’altro mafioso Vittorio Mangano, «lo stalliere di Arcore». E i terminali politici si dimostrarono non solo disponibili alle richieste di Cosa Nostra, ma anche grati di aver fatto sapere (tramite Brusca, il quale ha voluto ripeterlo l’altro ieri in aula) che della precedente trattativa del ’92-’93 era stata informata anche la sinistra. Tutti sapevano, dunque, e nessuno si sarebbe potuto chiamare fuori.
Secondo la ricostruzione dell’accusa non solo Provenzano, ma anche il boss catanese Nitto Santapaola fu lasciato scappare dai carabinieri del Ros nella primavera del ’93, nonostante avessero registrato la voce del latitante in un’intercettazione ambientale. Un altro tassello del «patto inconfessabile».

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