Lo Stato, la mafia e la quasi trattativa

L’ANTIMAFIA dice tutto e il contrario di tutto. In pratica non dice niente. Tranne una cosa: quei carabinieri hanno fatto di testa loro. Troppo facile liquidare così la dolorosa e spaventosa vicenda della trattativa. Troppo ingiusto scaricare ogni colpa sugli alti ufficiali dell’Arma. Per l’Antimafia è un’altra occasione mancata.
Ci saremmo aspettati un po’ meno di funambolismo democristiano nelle conclusioni di quest’indagine parlamentare. Il presidente Pisanu fatica a chiamare la trattativa con il suo vero nome e preferisce – tortuosissimo il giro di parole – usare un’altra espressione: «Tacita e parziale intesa tra parti in conflitto». Parti che poi sarebbero sempre le stesse: lo Stato e la mafia.
Ci saremmo aspettati un po’ più di coraggio davanti ad avvenimenti che la commissione elenca uno dopo l’altro ma senza incastrarli mai, senza valutarli con coerenza, lasciandoli sospesi lì e svuotandoli di ogni significato. Come per l’ex ministro Mancino. La commissione rileva che «è apparso a tratti esitante e perfino contraddittorio» ma non si spinge oltre, non si chiede perché e non prova neanche a trarre conclusioni per quelle reticenze. Come per i carabinieri del Ros, i generali Mori e Subranni. Perché avrebbero, da soli, affrontato un negoziato con l’ex sindaco Ciancimino e poi perché – sempre da soli – avrebbero macchinato intorno al covo di Riina? Se hanno davvero agito in autonomia e «privi di un mandato politico» come sostiene Pisanu, come li dobbiamo considerare questi ufficiali? Schegge impazzite, comandanti di reparti indipendenti o peggio deviati? E poi l’ex ministro Mannino. La commissione scrive del sospetto su alcuni uomini politici che, subito dopo l’uccisione di Lima, si sono «attivati per indurre Cosa Nostra a desistere dai suoi propositi», ovvero di uccidere alcuni di loro. Un’altra iniziativa solitaria, personale. Mannino che ha paura di morire e contatta il vecchio amico Subranni, che a sua volta – visto che è capo del Ros – dispiega tutto la sua divisione a intossicare indagini. Addossare responsabilità di scorribande ai soli carabinieri, oltre che ingiusto ci sembra assolutamente incredibile. Prima di esaminare il punto centrale della relazione dell’Antimafia – quello «sui vertici istituzionali del tempo» – un cenno alla «rivelazione bomba» contenuta nelle conclusioni di Pisanu a proposito della morte di Giovanni Falcone: «È logico dubitare che (Cosa Nostra, ndr) agì e pensò da sola». È arrivata con un bel po’ di ritardo a questo risultato la commissione parlamentare, visto che da anni ci sono quintali di carte ufficiali che parlano di «mandanti altri» e di «presenze estranee». L’Antimafia si accoda alle risultanze processuali, in affannoso equilibrio.
Più in là invece s’inoltra con certezze assolute per ratificare che non si «può parlare di una trattativa sul 41 bis», il carcere duro. E «non possiamo mettere in dubbio la parola e la fedeltà alla Costituzione» dei vertici istituzionali del tempo. Cioè del capo dello Stato Scalfaro e dei presidenti del Consiglio Ciampi e Amato. Il nome di quest’ultimo non compare mai in una sola pagina delle inchieste sulla «tacita intesa». Quello di Ciampi è citato solo per ricordare il dramma dell’Italia sotto le bombe del 1993 (ci fu un blackout anche a Palazzo Chigi, la sera della strage dei Georgofili), quello di Scalfaro entra invece anche nella richiesta di rinvio a giudizio di 12 indagati eccellenti per la trattativa. Secondo la tesi dei pm di Palermo, Scalfaro, insieme all’allora capo della polizia Parisi e al vicecapo dell’amministrazione penitenziaria Di Maggio, «contribuì al deprecabile cedimento sul carcere duro». Si fa riferimento a una mancata proroga del 41 bis per 334 mafiosi «al fine di assicurare un segnale di distensione».
Questa, lo ripetiamo, resta al momento solo un’ipotesi investigativa dei magistrati siciliani: far risalire l’inizio di un pezzo di trattativa alla revoca del carcere duro per i mafiosi. Cancellata con un colpo di spugna dall’Antimafia del Parlamento, in base a una convinzione che non viene spiegata se non con un’altra convinzione: erano boss «di media caratura criminale e (quindi, ndr) c’è una tale sproporzione da mettere in dubbio la stessa ragion d’essere della trattativa».
Al di là delle tesi più o meno condivisibili dei pm palermitani, al di là delle accuse ancora tutte da provare anche per Mancino e per i carabinieri, di sicuro c’è che – dopo vent’anni – conosciamo molto poco su ciò che è accaduto fra la Sicilia e Roma nel 1992 e nel 1993. E chi sa, non parla.

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