Quello che manca al programma di Bersani

“Il coraggio di cambiare” è stato lo slogan della campagna per le primarie del centrosinistra di Pierluigi Bersani ed è il titolo del documento programmatico ove il segretario del Pd espone, tra le altre, le sue idee economiche.
La prima lezione che Bersani sembra aver imparato è che doveva evitare il ridicolo delle 252 pagine del programma dell’Unione guidata da Prodi nel 2006. Si trattava di un polpettone di difficile comprensione che conteneva proposte a volte contraddittorie se non proprio amene. Nel 2012, invece, ci siamo trovati di fronte a 10 proposte di una paginetta ciascuna, scritte in modo chiaro e addobbate cromaticamente dal bianco, rosso e verde del Tricolore.
La levità tende ad essere il tratto predominante del leader del centrosinistra: le pagine non sono numerate, ad esempio, anzi, per non sbagliare non c’è un solo numero in tutto il programma. La spesa pubblica verrà diminuita o aumentata da Bersani? Non si sa.
Ma andiamo con ordine. Nella scheda sulla democrazia vengono affrontati temi molto importanti anche dal punto di vista economico. Si legge infatti: «Siamo per norme stringenti in materia di conflitto d’interessi, legislazione antitrust e libertà d’informazione, falso in bilancio, secondo quei principi liberali estranei alla destra italiana». Bene. Dal mio punto di vista, un principio liberale prevede che non ci sia interferenza dello Stato nei mezzi di informazione (ricordate la famosa domanda retorica di von Mises? «A cosa servirebbe la libertà di stampa se tutte le tipografie fossero di proprietà dello Stato?»). Perciò la conseguenza dovrebbe essere l’immediata privatizzazione della Rai e la cessazione di ogni sussidio ai media, soprattutto agli organi di partito. Vuole questo il Pd?
Sul fisco si afferma che verrà alleggerito il prelievo sul lavoro e sull’impresa, lottando contro l’evasione e spostando il peso del fisco «sulla rendita e sui grandi patrimoni finanziari e immobiliari» (ecco la famosa patrimoniale). Peccato che manchi l’elemento più importante del discorso: col governo Bersani la pressione fiscale aumenterà o diminuirà? Posso sopportare 1000 euro di Imu in più se pago 1500 euro in meno di Irpef, non il contrario.
Interessante è anche la promessa di contrastare la precarietà, «cambiando le norme e rovesciando le politiche messe in atto dalla destra nell’ultimo decennio». Orbene, la normativa sul lavoro è stata appena cambiata dal governo Monti, rendendo più rigide le norme in entrata (bloccando così le assunzioni come ormai ammette lo stesso ministro Fornero, che aveva risposto puntuta alle critiche espresse dalle colonne di questo giornale) e lievemente più flessibili quelle in uscita. Il Pd proporrà dunque ancor più lacciuoli all’ingresso e una marcia indietro sulla flebile riforma dell’articolo 18?
Su scuola e università, l’unica indicazione che si ricava dalle 10 paginette è che bisogna metterci più soldi (e siccome è una delle poche informazioni sulla spesa pubblica, si capisce che per Bersani questa dovrà aumentare). Come farlo non è dato saperlo e comunque non c’è una riga su autonomia di istituti e atenei né un accenno, nemmeno di sfuggita, alla parolina «merito». I sindacati della scuola possono dormire sonni tranquilli, i docenti bravi no.
Un paragrafo è dedicato ai «beni comuni» e l’incipit è abbastanza ambiguo: «Bisogna introdurre normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi ». L’unica cosa certa è che le privatizzazioni sono fuori dall’orizzonte del segretario Pd. E questo vale per tutto, non solo per le aziende locali: è assente qualsiasi proposta di vendere foss’anche un garage o una casetta. Inoltre, la ricetta proposta è una sola: regolazione, regolazione, regolazione. Persino la «concorrenza» non fa capolino nel linguaggio di colui che fu l’uomo delle lenzuolate di liberalizzazioni (mai nominate anche loro, poverette).
Basta così, qui e là si trova una lista di buone intenzioni incapsulate in parole d’ordine come «sviluppo sostenibile», «economia reale», «risparmio ed efficienza energetica» che potrebbero far parte del programma di Storace, Vendola e Berlusconi indifferentemente. Per il resto bisogna arrivare all’ultima pagina per trovare l’unico numero, quello del conto corrente per contribuire alla campagna di Bersani.
Quest’ultimo è libero di adottare le politiche economiche che vuole: le dieci proposte non sono criticabili in quanto dirigiste o socialiste, in fondo ognuno davanti ai cittadini propugna ciò che crede giusto per il paese. Tuttavia, con il terrore che i mercati si interessino veramente ai programmi del Pd, si è rimasti molto sul vago in modo tale che neanche i cittadini sapranno bene che cosa stanno votando.
Se si propone il «coraggio di cambiare», però, il primo dovere davanti agli elettori è di avere il coraggio di credere alle proprie idee.

4 commenti

  • “La spesa pubblica verrà aumentata o diminuita da Bersani? Non si sa”

    Bene: io credo che non sia importante. Credo che sia molto più importante sapere se Bersani abbia intenzione di investire risorse sulla formazione, sulla sanità, sulla giustizia: in una parola sui servizi che lo stato eroga ai cittadini per soddisfare i loro diritti. Credo che sia molto più importante sapere se, come e quando Bersani intende reperire queste risorse.

    “immediata privatizzazione della Rai e la cessazione di ogni sussidio ai media, soprattutto agli organi di partito. Vuole questo il Pd?”

    Qui mi sembra che si mescolino le pere con le mele. Esiste una funzionalità della Rai che si chiama “servizio pubblico” e quella funzionalità non può essere e non va privatizzata. Esiste poi un’evidente anomalia nel sistema delle telecomunicazioni, anomalia che va sanata prima di qualsiasi intervento volto a privatizzare parte della Rai. Esiste infine un problema di investimenti fatti in passato dallo Stato sulla Rai: occorre quindi trovare dei compratori che ripaghino lo Stato anche degli investimenti effettuati, quanto meno per non finire poi, come altre volte, per rimanere cornuti (senza più la Rai) e mazziati (perdendoci pure dei quattrini a vantaggio di qualche “Capitano coraggioso” con i soldi nostri). Altra questione è il sussidio pubblico ai media e agli organi di partito: quello va fatto cessare da subito. Ma, come ripeto, è tutta un’altra bollitura di pesce.

    “Peccato che manchi l’elemento più importante del discorso: col governo Bersani la pressione fiscale aumenterà o diminuirà?”

    Peccato che non sia questo l’elemento più importante del discorso, e soprattutto peccato che non si possa parlare oggi di variazione della pressione fiscale. Forse l’articolista ha dimenticato il demenziale inserimento del pareggio di bilancio nella nostra Costituzione, forse l’articolista ha già dimenticato gli impegni presi dalla coppia Nano grasso e pelato/Voltremont in sede europea. A loro bisognerebbe chiedere se, come e quando una diminuzione della pressione fiscale potrà essere compatibile con gli impegni sottoscritti dagli ex salvatori della Patria. Piuttosto a me sembra importante lo spostamento di peso dalla produzione alla rendita, ciò che dovrebbe favorire una ripresa degli investimenti nel nostro paese. Sul resto mi viene da dire all’articolista: “Caro amico, purtroppo non è affatto importante ciò che tu puoi o non puoi sopportare come imposizione fiscale; importante è tenere fede al dettato costituzionale che ci obbliga al pareggio del bilancio e agli impegni europei presi dai cosiddetti liberali”.

    Segue.

  • Tematica occupazione.
    Secondo l’articolista, confortato dall’opinione concorde della Coccodrilla Ciusy, la maggiore rigidità in entrata introdotta dalle nuove normative avrebbe di fatto bloccato le assunzioni. Naturalmente la diminuzione delle assunzioni non dipende in alcun modo dalla recessione in atto, dalla diminuzione del Pil, dal crollo degli ordinativi all’industria manifatturiera o ai ritardi nei pagamenti sia da parte dello Stato sia da parte delle grosse imprese, che mettono in grave difficoltà finanziaria i fornitori. Per niente: sono i lacci e i lacciuoli di crazziana memoria che impediscono alle imprese di assumere. Peccato che lo stesso ragionamento non valga quando si tratta di licenziare: allora sì che c’è la crisi e le aziende sono costrette a ridurre il personale! Una piccola domanda: ma se le aziende devono ridurre i costi, come fanno ad assumere nuovo personale? Mah! Misteri dell’economia liberista.

    Tematica formazione.
    L’articolista si straccia le vesti per l’intenzione manifestata da Bersani di aumentare gli investimenti nel campo e per l’assenza della parola “merito” nel programma del Pidì. Orbene, io invece mi domanderei se il paese ha bisogno o no di una migliore formazione, se il paese ha bisogno o no di finanziare la ricerca, se il paese ha bisogno o no di avere dei giovani preparati di più e meglio. Mi domanderei inoltre se la formazione è o no uno dei compiti dello Stato: a leggere la nostra Costituzione sembra di sì, esattamente come il pareggio del bilancio. E allora, al posto dell’articolista, io mi straccerei le vesti per tutto ciò che in questi anni lo Stato ha buttato al vento riducendo la nostra scuola e la nostra università nelle condizioni in cui sono.
    Tra l’altro reperire le risorse per maggiori investimenti in scuola, università e ricerca è semplicissimo: basta rispettare la Costituzione e cessare da ieri il finanziamento alle scuole private per dirottare i fondi sulla scuola pubblica.
    Spero che nessun liberale e liberista mi venga a dire che l’intervento pubblico per finanziare la stampa privata è peccato, mentre l’intervento pubblico per finanziare la scuola privata non lo è.
    E infine il merito. Vexata quaestio. Io sono d’accordissimo che bisogna premiare il merito, ma devo capire due cose: chi e in che modo valuta i meriti, e cosa c’entrano i sindacati con tutto ciò.

    Segue

  • Tematica privatizzazioni.

    Non so se, a questo punto, all’articolista sia rimasto un brandello di biancheria, ma in tal caso sicuramente si straccia anche quello di fronte alla mancata promessa di vendere anche il più piccolo box di proprietà di una qualche amministrazione locale.
    Naturalmente il fatto che il mercato immobiliare non stia attraversando un grande momento non sembra turbare i sonni del nostro, tanto non si tratta mica dei soldi suoi, o per lo meno questo è ciò che crede lui. Naturalmente il fatto di spogliare lo Stato, le Regioni, i Comuni, gli Enti pubblici dei loro patrimoni non è affatto un problema per chi è liberale e liberista, naturalmente nessuno che sia liberale e liberista pensa che lo Stato ha comunque necessità di avere un’amministrazione che a sua volta ha necessità di spazi e strutture, e che se vende spazi e strutture di proprietà, ben presto avrà sborsato in affitti tutto ciò che aveva incassato dalla vendita.

    E infine: a me non sembra affatto strano che tutti questi liberisti, che pure sono i primi responsabili del disastro del 2008 e che pure non hanno fatto una piega quando gli Stati sono intervenuti in modo massiccio per riparare ai guai che i privati avevano combinato, ci vengano ancora a dare lezioni di economia e di politica. Quello che mi sembra strano è che, come diceva Petrolini, non ci sia nessuno che li butti di sotto.

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